Secondo esperti cinesi, le operazioni di ricerca e recupero del volo delle Malaysian Airlines che è scomparso l’8 marzo saranno “le più costose della storia”. L’osservazione giunge dopo che le autorità thailandesi hanno reso noto che nel tratto di mare in cui si concentrano ora le ricerche sono stati identificati dai satelliti almeno 300 “oggetti”.  

Ma Zhao Chaofang, un oceanografo dell’Università di Qingdao citato dal South China Morning Post, ha stimato che i costi potrebbero superare di 10 volte i 40 milioni di dollari spesi da Francia e Brasile per recuperare la scatola nera e le salme dal volo Air France 447, precipitato nell’Oceano Atlantico nel 2009. Secondo le stime correnti, la Cina avrebbe già speso decine di milioni di dollari e, aggiunge Zhao, “se la ricerca sarà a lungo termine, 200 milioni di dollari l’anno sono appena sufficienti a mantenere le operazioni multinazionali”.  

Da parte sua, la Malaysia nega che finora si sia parlato di soldi. Hishammuddin Hussein, ministro dei Trasporti, ha dichiarato che “si tratta solo di trovare l’aereo. La questione dei costi non ha neppure attraversato le nostre menti”. Non esiste un protocollo internazionale che assegni gli oneri delle indagini su un incidente aereo, ma di solito le nazioni che partecipano alle ricerche si accollano i propri costi come segno di solidarietà e buona volontà.  

A oggi, 27 nazioni hanno contribuito alle operazioni. La Cina ha inviato 10 navi, l’Australia cinque, sei la Malesia e una la Gran Bretagna. Ognuna di queste navi brucia almeno 1.000 yuan di combustibile l’ora (circa 120 euro), calcola Zhao. Poi ci sono gli elicotteri e a queste spese si aggiunge l’uso dei satelliti. La Cina ne ha impiegati finora 21. Ognuno di questi costa circa 400 milioni di yuan (47 milioni di euro), potenzialmente sono già costati un miliardo di yuan, aggiunge l’oceanografo.  

La sottolineatura dei costi serve anche a comunicare che Pechino sta davvero facendo di tutto per ritrovare l’aereo. Ben 154 dei 239 passeggeri a bordo erano di nazionalità cinese e il dolore dei loro parenti si mischia sempre più alla rabbia che, finora, si è rivolta soprattutto contro la Malaysia. Anche la missione del vice ministro degli Esteri, Zhang Yesui, che sta incontrando le massime autorità malesi e i familiari degli scomparsi, sembra tesa soprattutto a “sollecitare” il Paese d’origine dell’aereo affinché mantenga un livello di priorità alto nelle ricerche.  

Intanto, si apprende che l’area di mare nell’Oceano Indiano meridionale dove si cerca il velivolo è stata spostata di circa 1.100 chilometri a nord-est, in base al calcolo di quanta autonomia di carburante avesse l’MH370. L’ipotesi, suggerita da nuovi dati radar, è che l’aereo abbia volato nell’ultima fase a velocità superiore rispetto a quella di crociera, consumando così il carburante più in fretta e inabissandosi prima.  

Il mare in tempesta ha rallentato le operazioni guidate ora dall’Australia, mentre si corre contro il tempo per recuperare la scatola nera, le cui batterie hanno un’autonomia di un mese dal momento dell’incidente. Un apposito apparecchio rilevatore statunitense dovrebbe arrivare in zona il 5 aprile, solo un paio di giorni prima che il segnale scompaia definitivamente. A quel punto, la scatola nera potrà ancora essere trovata ma solo se si recupera la cabina di pilotaggio, la qual cosa potrebbe richiedere anni.

di Gabriele Battaglia