Il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha bloccato l’accesso a Twitter dal suo Paese, rispondendo così – nel peggiore dei modi possibile – alla pioggia di cinguettii che, negli ultimi giorni, avevano contribuito a diffondere alcune intercettazioni relative ad alcuni episodi di corruzione che lo riguardano. La notizia ha fatto il giro del mondo in una sola notte, suscitando come è naturale, reazioni di sdegno e disapprovazione da parte dei Governi di decine di Paesi e, soprattutto, dell’opinione pubblica internazionale.

Ma lo sdegno e la riprovazione del mondo intero non sono abbastanza.

La comunità internazionale – Unione Europea in testa – dovrebbe trarre da quanto accaduto una lezione importante: la follia e l’autoritarismo di un uomo non deve poter produrre effetti tanto abnormi e gravi in termini democratici. Eppure quanto accaduto in Turchia, leggi alla mano, potrebbe, domani, accadere in ogni Paese europeo, Italia inclusa.

Ancorché sostanzialmente proveniente dall’autoritarismo antidemocratico del Premier Erdogan, infatti, il provvedimento di blocco all’utilizzo di Twitter dalla Turchia è stato adottato dall’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, la Btk, sulla base di una legge dello Stato.

La Btk è l’omologa turca della nostra AGCOM che, regolamento alla mano – quello ormai famoso sulla tutela del diritto d’autore online -, a partire dal prossimo 31 marzo, potrebbe adottare provvedimenti analoghi, all’esito di procedimenti sommari, a seguito della semplice segnalazione con la quale qualcuno denunci la circolazione su Twitter di un numero anomalo di cinguettii contenenti link ad opere protette da diritto d’autore ed abusivamente diffuse al pubblico.

Certo ragioni di carattere culturale e politico, fanno apparire, oggi, improbabile che la nostra Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, si spingerebbe a bloccare un’intera piattaforma tanto centrale nella condivisione delle informazioni e del sapere, solo perché a far ciò, eventualmente, tirata per la giacchetta, da un Premier o da qualche parlamentare  cui, pure, i suoi membri, devono l’elezione.

Ma, il punto è esattamente questo.

Nel secolo della Rete, nell’era dell’accesso, in un momento nel quale senza Internet il mondo sarebbe certamente meno democratico, i trattati internazionali e le carte costituzionali nazionali dovrebbero sottrarre i cittadini dal rischio di ritrovarsi senza accesso al web o, anche, semplicemente, a taluni servizi di comunicazione elettronica solo perché uomini sbagliati ed a “bassa sensibilità democratica” si ritrovano a sedere su certe poltrone ed ad essere arbitri dell’applicazione di certe leggi.

È per questo che quanto accaduto in Turchia, dovrebbe, dunque, valere da monito per la comunità internazionale a correre ai ripari, avviando,  senza ulteriore ritardo, processi di revisione delle carte costituzionali e dei trattati internazionali allo scopo di scongiurare, per sempre, il rischio che una legge possa prevedere blocchi come quello ordinato dal Premier turco in danno di Twitter o che sia un’Autorità, per di più non giurisdizionale, ad adottare un simile ordine.

Sarebbe bello e sarebbe politicamente importante se fosse proprio il nostro Paese a prendersi la responsabilità di avviare questo irrinunciabile processo di cambiamento, presentandosi all’avvio del nostro semestre di Presidenza dell’Unione europea con un progetto di modifica della Carta europea dei diritti, capace di escludere, per sempre, che chiunque saranno i Signori dell’Europa politica e delle nostre telecomunicazioni, nessuno possa mai vietare ai cittadini europei di accedere ad un servizio via web neppure quando – e non si tratta di quanto accaduto in Turchia – qualcuno lo ha utilizzato per violare questa o quella legge.

Nessun Erdogan, in nessun Paese deve poter minacciare la libertà di informazione online nel vecchio continente.

È questo che l’episodio turco, potrebbe insegnarci se saremo capaci di non sentirci – come troppo spesso ci accade – al di sopra di ogni sospetto e di percepire quanto accaduto in Turchia come un fatto lontano anni luce dalla nostra storia e dalla nostra cultura.