Roma, ai giorni nostri. Siamo in un teatro (il Valle occupato) affollato all’inverosimile. C’è folla anche in strada, al punto da bloccare il traffico. In uno dei palchetti in cui ho trovato uno spazio, forzando un po’ fra il gruppo che era già entrato, una signora mi dice, indicando la folla, sopra e sotto di noi: “Ma le pare che alla nostra età dobbiamo ricominciare a cercare casa?”. Si vede al primo colpo d’occhio che, con l’eccezione di un dieci per cento di figli e di giovani occupanti del teatro, che fanno da “maschere” e da servizio d’ordine, l’intero spazio è occupato da persone decisamente sopra i cinquanta. Non sto per dirvi che adesso i giovani fanno politica da soli, in silenzio davanti allo schermo del computer. Ma devo ricordare i messaggini che ogni due o tre minuti arrivavano, via telefonino, dalle fonti a cui sei collegato.

Ore 15: “Il Quirinale per il rilancio di Letta”. Ore 16,15: “Renzi preme per la staffetta”. Ore 17: “Il segretario: Enrico ci dia risposte”. Ore 17,39: “Nel caso di Renzi capo del Governo, scatterà una crisi formale, ma non al buio”. E anche: “Enrico: Matteo ci porta al voto, Alfano sei avvertito”. Ore 18: “Toti non si sbilancia. Renzi al governo? Facciano loro. Berlusconi mantiene i patti”. Alla stessa ora, nel teatro stracolmo, arriva il deputato greco Alexis Tsipras, 42 anni, leader di un partito chiamato Syriza, che i commentatori definiscono “di sinistra radicale” e che, nel suo Paese è in testa a tutti i sondaggi. Resta in piedi, ai bordi del palco, e accanto a lui ci sono alcuni di coloro che lo hanno chiamato (Spinelli, Flores d’Arcais, Luciano Gallino). Lo hanno fatto perchè, come dice la vignetta sulla prima pagina del Manifesto, “La politica è uno di quei mestieri che gli italiani non vogliono più fare”.

Tsipras saluta col pugno chiuso. E bisogna dire subito che in tutta quella folla non c’è ovazione o tripudio, c’è molta attesa, una grande attenzione. E silenzio, come se Tsipras – pur ben tradotto – non parlasse greco. Perché ciò che ha da dire è qualcosa che non si sente da tempo in questo Paese affamato di buon senso. Sta parlando non di sé ma di politica. Sta parlando di Europa non come se fosse imminente il giudizio universale o la rivoluzione di Ottobre.

Sta parlando per coinvolgere, non per annunciare cose già decise altrove, da altri, e dare ordini. La gente qui dentro respira nonostante la folla che preme, perché, ascoltando quest’uomo normale, si sente liberata da due incubi: le esibizioni del duo Enrico-Matteo, che più si chiamano per nome e più si fanno scherzi che non ci riguardano. E la voce dalle alture della rete, sempre parecchio al di sopra dei toni umani, e come in preda a una ispirazione spaziale.

Le proposte che il giovane deputato greco vuole condividere con la sua folla di militanti anziani di tante sinistre italiane che non sanno più dove andare o per chi votare, sono di due tipi: una strategia di salvezza da una crisi che non è affatto finita e che può fare ancora molte vittime. E un assetto diverso dell’Europa. Dunque una cosa è chiara, e appare subito opposta alle due mortali visioni italiane: l’Europa non si rinnega anche se ha imposto un percorso di errori. Ma gli errori non si venerano come se fossero le tavole di una legge superiore. Le democrazie si cambiano o si correggono con le elezioni.

Il primo punto della intensa presentazione di Tsipras è il debito. Sotto il peso del debito, se l’Europa continua a esigerlo da implacabile esattore, come ai tempi di Dickens, ci sono Paesi destinati a morire. Come avevano detto e ripetuto, finora invano, i due Nobel per l’economia Stiglitz e Krugman, nessuna grande crisi, da quella del 1929 negli USA alla rinascita della Germania nell’ultimo dopoguerra, è mai avvenuta senza la remissione del debito.

Quando si dice “piano Marshall per l’Europa” è di qui che bisogna partire: affrontare con una visione chiara e realistica il problema del debito che attanaglia tutti i Paesi del Sud e che gli stessi generatori del debito (governi, banche, classi agiate) tendono ad attribuire alla esosità dei poveri. Qui si colloca il tema immenso del costo del lavoro che Tsipras propone così: “Come salvare l’Europa dall’Europa”, visto che la minaccia non è la povertà (a meno di farla crescere invece di affrontarla) e non è il costo del lavoro, poiché isolando e abbandonando chi lavora si blocca ogni ripresa e si resta a languire nella deflazione. Il problema è una politica del lavoro che non esiste. E un controllo attento, intelligente, delle grandi risorse economiche, affinché non svaniscano, senza tasse, in pura finanza apolide.

Nell’immaginazione realistica e concreta del deputato greco, il parlamento europeo dovrà avere un ruolo vero, vincolante, finora mai avuto. La attuale camera di consultazione che lascia libere le mani di tutti, e si espone alle decisioni di centri di potere extra-politici, legati a ben altri interessi, ci inchioda alla crisi. Tsipras introduce due concetti che non dovrebbero mancare nella campagna elettorale del maggio prossimo: il problema del debito, che non può essere abbandonato sulle spalle dei poveri, del lavoro e di una nuova vasta classe di esclusi. E i Paesi del Sud, che sono indispensabili all’Europa ma usati troppo facilmente come capri espiatori e colpevoli perenni, esposti a un giudizio e a una condanna senza fine.

A questo punto il lettore ha intravisto l’immensa distanza fra l’Italia di Matteo, di Enrico, del Mago virtuale e dei suoi associati dai fatti veri. E ha capito perché è necessaria in Italia una lista Tsipras di persone vere per le prossime elezioni europee.

Il Fatto Quotidiano, 9 Febbraio 2014