“Anche se non siamo più giovani, non gliela daremo vinta”. Sandra Bonsanti è stanca ma non si arrende. Dietro a un sorriso che né gli anni né le minacce del potere hanno saputo scalfire, c’è la forza di chi sa di camminare sulle spalle di giganti: da Calamandrei a Luigi Salvatorelli, da Carlo Levi a Norberto Bobbio. Ci vuole ben altro che un’influenza per fermare la presidente di Libertà e Giustizia. I pensieri si affollano mentre il treno che da Firenze la porta a Bologna attraversa la grande galleria appenninica, dove 40 anni fa una bomba spazzò via dodici vite lasciando ferite indelebili sulla carne e nelle menti di altri cinquanta viaggiatori.

L’attendono un centinaio di persone alla libreria Ambasciatori per la presentazione del suo ultimo libro (i proventi andranno alla Comunità di S. Benedetto al Porto, fondata nel 1975 da don Andrea Gallo). “Provarci, a scoprire ‘il gioco grande del potere‘, è l’obbligo della mia generazione“. Siamo a due passi da quella piazza Santo Stefano che lo scorso 2 giugno ospitò la manifestazione ‘Non è cosa vostra’: migliaia di cittadini giunti da tutt’Italia per difendere la Costituzione dall’ennesimo tentativo di completare l’attuazione del Piano di rinascita democratica di marca piduista. E’ l’occasione per annunciare il bis di Libertà e Giustizia: “Torneremo a Bologna anche il prossimo 2 giugno, per contrastare quella riforma presidenzialista tanto cara ai Gelli, che nemmeno Berlusconi riuscì a portare a compimento”.

Dopo gli appunti di Tina Anselmi, pubblicati nel 2011, anche Bonsanti ha deciso di recuperare i taccuini di una vita trascorsa, per mestiere e per passione, ad incontrare i vertici dello Stato e i protagonisti dell’Antistato. Spesso, troppo spesso, coincidenti. Incontri inquietanti, a volte spaventosi. Come quando fu costretta a sostenere lo sguardo sfidante del terrorista nero Mario Tuti, leader del Fronte nazionale rivoluzionario, accusato e poi assolto per la strage dell’Italicus. Non dimentica la paura di quel giorno, a testimoniare nel processo per la strage dell’Italicus. Le parole del volantino di rivendicazione di Ordine Nero rimbombano, ancora oggi, nelle orecchie di chi non vuole dimenticare: “Seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti”. Una tumulazione iniziata nel 1969: da Piazza Fontana alla questura di Milano, da Peteano a Piazza della Loggia, il “partito del golpe” aveva dichiarato guerra all’Italia. Sei anni dopo ci penseranno i “killer della P2” (così un camerata definì i Nar di Mambro, Fioravanti e Carminati; oggi liberi) ad aggiungere altri 85 innocenti a quella montagna di cadaveri. In sala c’è un pezzo di storia di Bologna: l’Associazione familiari vittime della strage del 2 agosto 1980, l’ex magistrato Libero Mancuso.

Sul palco, insieme all’autrice e al sottoscritto, il giornalista “pistarolo” Gianni Flaminiarchivio vivente di quella stagione di sangue, trame e bugie. Manca solo Paolo Bolognesi, trattenuto da impegni parlamentari. Un passaggio del libro ricorda la risposta di Tina Anselmi alla domanda “che cos’è la P2”: “Un organigramma con un progetto politico, un progetto nemico del sistema democratico nel quale non vi è e non vi può essere posto per nicchie nascoste o burattinai di sorta; il piduismo non è frutto dell’opera di una sola persona, quale sia il suo livello”. Vero e proprio “luogo di mediazione” del potere. Flamini ci aiuta a ricordare nomi e ruoli di alcuni fratelli della loggia gelliana: 44 parlamentari, due ministri, un segretario di partito (Pietro Longo), giornalisti (Maurizio Costanzo e Franco Di Bella), imprenditori e magistrati. Bonsanti ricorda lo stupore e lo sdegno quando, interrogata dal giudice istruttore Angelo Vella – che anni dopo comparirà tra gli iscritti alla loggia bolognese Zamboni-De Rolandis – notò alle sue spalle un grande triangolo massonico…

Ma il luogo forse più denso di piduisti erano i vertici militari. Tra questi il generale Siro Rossetti, allora responsabile del Sios (servizio segreto dell’esercito), che davanti alla commissione parlamentare riferì: “Io so come dovrei fare se oggi dovessi andare in uno Stato che convenisse al nostro Paese tenere in soggezione; tra le cose che potrei fare vi sono queste: indebolire dall’interno la capacità di difesa di quel Paese. E gli uomini che userei sarebbereo dei Gelli, preziosissimi sotto questo aspetto, validissimi in senso demolitore… Anche per le cifre che ruotano intorno a questo personaggio, che non sono cifre che può tirare fuori un’organizzazione da quattro soldi, e per i suoi ruoli in campo finanziario, che non sono ruoli che possono essere retti da quattro cospiratori i quali si svegliano una mattina e dicano: adesso facciamo un colpo di stato noi quattro. Ci vuole qualcosa di più e di potente dietro”.

Il denaro mezzo e fine del “grande gioco”. Logica nichilista che arriva ai giorni nostri, come spiega Gustavo Zagrebelsky nella postfazione al libro di Bonsanti: «Oggi ci si combatte per il denaro. Le guerre sono diventate guerre o “tempeste” finanziarie che hanno anch’esse i loro generali (i finanzieri), le loro truppe (i “promotori”), le loro organizzazioni (gli istituti bancari), le loro vittime (i risparmiatori, i lavoratori che le operazioni speculative privano del lavoro). E hanno la loro arma: il denaro, al tempo stesso arma e scopo».

La stessa passione di ieri la ritroviamo nell’appello che Sandra Bonsanti rivolge ai colleghi giornalisti: “Raccogliete anche voi i vostri taccuini e creiamo insieme un grande archivio da consegnare alle future generazioni”. Tra coloro che hanno già aderito, il direttore del Fatto Antonio Padellaro. Interrogato come testimone dai giudici di Palermo, ha raccontato di aver ritrovato un appunto di vent’anni fa: “Dopo l’omicidio di Salvo Lima, Calogero Mannino (imputato nel processo per la trattativa Stato-mafia, ndr) mi raccontò di essere terrorizzato: ‘Mi fa orrore restare in questa condizione di condannato a morte'”. Memoria e attualità si intrecciano. In attesa della sentenza di Palermo, Riina e Messina Denaro (e/o chi per loro) hanno emesso le loro condanne: Nino Di Matteo e Teresa Principato “devono morire”. Mentre le istituzioni tacciono, molti cittadini si sono mobilitati per rompere il silenzio: in questi giorni si moltiplicano, anche a Bologna, le iniziative per non lasciare soli i magistrati minacciati. Non tutti si sono stancati di chiedere verità e giustizia per le vittime del gioco grande del potere. Non tutti sono rassegnati all’oblio. Basterà per evitare nuove tragedie? Bonsanti non ha dubbi: “Sarà comunque ‘più che nulla’. Sarà certamente ‘quello che di meno cattivo abbiamo fatto’”.