È come rivedere alla moviola una serie di eventi e percepire dettagli, tanti e tutt’altro che marginali. Il giornalista bolognese Gianni Flamini compie quest’operazione con il libro “Lo scambio – I cinque anni che sconvolsero la Repubblica (1990-1994)”, pubblicato dalla casa editrice romana Nutrimenti. E lo fa attingendo da inchieste giornalistiche, atti giudiziari e memorie. Con questo materiale seleziona fatti, li mette in parallelo e contribuisce a una loro lettura che diventa sequenziale, che propone correlazioni, che ipotizza influenze dal passato ritenute impossibili o quasi e invece ben presenti.

“1990. Buttare tutto senza buttare niente”. Per raccontare questo libro un punto di partenza è far riferimento al suo indice, costruito su base cronologica. Il prima, il preludio del quinquennium horribile, reca nomi del calibro di Michele Sindona, Licio Gelli, Vittorio Mangano, lo “stalliere-fattore” che dal 1 luglio 1974 dalla Sicilia, “famiglia” palermitana di Porta Nuova, prende servizio a Villa Casati di Arcore, alle dipendenze di un imprenditore che di nome fa Silvio Berlusconi. E poi ci sono quelli di personaggi come Giuseppe Mandalari, definito il commercialista in “grembiule” di Totò Riina, con il suo passato soggiorno obbligato nel bolognese, a San Giovanni in Persiceto, poi svanito nel nulla. Insomma, il preludio significa mafia, P2, politica, rampantismo imprenditoriale e logge infiltrate dalla criminalità organizzata.

Tutto finito tra il calare degli anni Settanta e l’incedere degli Ottanta? Niente affatto perché, mentre entra in scena nel 1987 una banda di killer in divisa, quelli della Uno bianca, molti di questi personaggi e relativi codazzi tornano a manifestarsi. È il caso delle leghe, tanto al nord quanto al sud, che vorrebbero spaccare il Paese in tre repubbliche, ognuna con una propria anima, quella mafiosa compresa. Il 1990 è l’anno in cui batte più colpi la Falange Armata, gruppo di ignoti terroristi telefonici. Si scopre Gladio e la ramificazione della guerra non ortodossa e in ottobre salta fuori da via Montenevoso, Milano, una nuova versione del memoriale di Aldo Moro, il presidente della Dc rapito e ucciso dalle Br 12 anni prima.

“1991. Sud e nord ognuno per conto suo”. Il progetto va avanti. Sorgono leghe nazionalpopolari, si aggiungono quelle per cui “Cosa nostra si farà Stato” e in favore delle quali si rilancia il mito dell’“eurutopia”, riproposta dal birraio Alfred Heineken. Giovanni Falcone lascia Palermo dopo la stagione dei corvi e va a Roma portando con sé “carte, documenti che raccontano del centro Scorpione [trapanese] di Gladio” e il socialista Claudio Martelli, alla giustizia, viene bollato di “tradimento […], perciò [la mafia] scrive il nome di quest’ultimo nel suo libro nero”.

La “colpa”, contestata dopo l’abbuffata di voti finiti al Psi e sottratti alla Dc fin dalla tornata del 1987, è quella di aver portato il giudice del maxi processo di Palermo nella capitale e di aver fatto turnare i presidenti della Cassazione per evitare che la sentenza relativa fosse “aggiustata”. “Prima”, gli verrà contestato, “si era venuto a prendere i voti in Sicilia e poi si era messo contro di noi”. E si prepara la reazione, ormai vicinissima, perché nei progetti di Riina c’è quello di diventare “il re del più e del peggio”.

“1992. Mani sporche e giudici dilaganti”. Già, Tangentopoli, la corruzione, i partiti tradizionali compromessi, le tangenti come modo di fare politica e imprenditoria, un giro che “ha generato nel 1992 10 mila miliardi di costi per i cittadini”. Quell’anno significa tutto questo, significa i giudici di Milano che affondano le mani nella malagestione della cosa pubblica e fanno saltare la prima Repubblica. Nell’anno in cui viene pronunciata la sentenza per il crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, “suicidato” a Londra un decennio prima, Falcone vola in segreto negli Stati Uniti alla ricerca di un dialogo con i mafiosi per capire, forse, come il crimine va riorganizzandosi.

E intanto si muovono i primi passi per creare un nuovo partito, quello di un “re di un impero in crescita”, ancora Berlusconi. Si mobilitano uomini e mezzi, si vola da Milano in tutto il Paese e dagli uffici di Publitalia 80 parte l’“operazione Botticelli” per valutare la fattibilità di una formazione che diverrà Forza Italia. Nel frattempo vengono assassinati – senza lesinare in esplosivo e con liste di “eliminandi” che variano a seconda delle urgenze – Falcone e il giudice Paolo Borsellino (il 23 maggio e il 19 luglio) con relative scorte e dall’informativa dei carabinieri su mafia e appalti emergono rapporti all’apparenza poco virtuosi tra cooperative del nord, comprese alcune emiliane, e i nuovi cementificatori.

“1993. Stragi con la maschera di Cosa Nostra”. Se gennaio si apre con l’arresto di Riina e le ombre che reca con sé, è tempo di nuovi capi per la mafia, con la strada aperta a questo punto al super latitante Bernardo Provenzano (fu ricercato dal 1963 al 2006). Dopo aver brillato per 16 anni, tramonta inesorabile la stella di Bettino Craxi, sempre più bersagliato dalle inchieste contro la corruzione, e iniziano gli strani suicidi degli uomini di potere, come avviene con Sergio Castellari, ex direttore generale delle Partecipazioni statali, Raul Gardini, dominus della Ferruzzi di Ravenna, e Gabriele Cagliari, già presidente dell’Eni.

Il 41 bis, il regime di carcere duro, diventa uno strumento da revocare e si saprà più tardi anche merce di scambio in trattative con la politica. E in parallelo arrivano le stragi di mafia nel continente. Roma, Firenze, Milano e poi ancora Roma, fino al mancato eccidio – e non si sarebbe più ripetuto niente del genere – dello stadio Olimpico contro i bus che trasportano i carabinieri in servizio d’ordine pubblico alla partita. “Accadevano cose strane”, avrebbe ricordato Carlo Azeglio Ciampi, allora premier. “Io parlavo al telefono con un mio collaboratore e cadeva la linea. Poi trovarono a palazzo Chigi il mio apparecchio manomesso”. Per qualcuno soffia vento di golpe e ancora Ciampi disse: “Quel che ricordo ancora molto bene di quelle giornate furono i sospetti diffusi di collegamento con la P2”.

“1994. S’avanza il Cavaliere della Rinascita n. 1816”. Ancora l’eredità gelliana – resa dal numero di tessera e dal richiamo al progetto autoritario della P2 – di colui che il venerabile avrebbe definito il “migliore” dei suoi “allievi”. È sotto questa eredità che nasce la seconda Repubblica con la vittoria elettorale di Forza Italia e le ballonzolanti (e in breve micidiali) alleanze con i leghisti di Umberto Bossi e con i postfascisti di Gianfranco Fini. La mafia si è inabissata, la Dc è morta il 16 gennaio rinascendo nelle più modeste vesti del Partito popolare italiano e 4 mesi dopo cade l’accusa di cospirazione politica mossa contro i vertici della loggia P2 mentre Gelli sarà condannato per millantato credito, calunnia e procacciamento di notizie segrete.

È un’Italia che si vorrebbe vendere come nuova, quella che si staglia nel 1994. Ma poi nel giro di qualche mese eccola là di nuovo, come nella migliore tradizione del Paese, la crisi di governo. La resa dei conti si consuma il 21 e il 22 dicembre alla Camera e scrive in proposito Flamini: “Un’avventura durata 7 mesi, insulto più insulto meno, che ha avuto due Brancaleoni nella parte dei protagonisti: Berlusconi, il Cavaliere numero 1816 che non è riuscito ad agguantare la Rinascita, e Bossi che – come scriverà Gianfranco Miglio il Panchinaro – ‘ha rappresentato il momento più clamoroso, ma anche il più triviale, della crisi’”.

Epilogo, “promemoria del dopo”. In che cosa è consistito il dopo per l’autore del libro “Lo scambio”? Gli anni a seguire saranno quelli di “un’inedita democrazia recitativa” in cui la politica vivrà di accordi, tenterà di svuotare lo Stato dall’interno aiutandosi con riforme varie, a iniziare da quella della giustizia, e la magistratura sarà il capro designato per negare peccati, peccatucci e grosse magagne. “A parte il dibattito semantico sulla questione del ‘puttanaio’”, scrive in chiusura Flamini, “il destino del Piano di Rinascita sta precipitando e non si può permettere ai distratti e agli immemori di fare scempio di quello strumento pensato per rifondare la Repubblica […]. E dove li trovi oggi ‘politici validi come Cossiga e Andreotti’ per riprovarci? [Gelli], il pistoiese gran maestro di trame, ha avvertito di aver riaperto gli arruolamenti. C’è qualcuno che vuole farsi avanti?”