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di Antonella Beccaria | Bologna | 29 marzo 2011

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Intreccio tra logge e potere
La massoneria in Emilia

Intanto i grembiulini si trovano a Rimini da venerdì a domenica, in un clima teso, tra i seguaci di Raffi e quelli che invece non lo vorrebbero più a capo del Goi

L’Unità d’Italia sarà celebrata in terra di Romagna anche dalla massoneria italiana. Il Grande Oriente d’Italia, ancora spaccato tra i fedelissimi di Gustavo Raffi, il gran maestro, e quelli che invece lo vorrebbero fuori dai giochi. L’appuntamento è, da venerdì a domenica, a Rimini, al Palacongressi, e attende l’arrivo di oltre 20 mila affiliati per raccontare come, secondo loro, andarono i fatti che condussero il Paese ad aggregarsi sotto il Tricolore. Un evento, questo, che però richiama un altro anniversario, caduto sempre il 17 marzo, ma 120 anni più tardi. E che alla vigilia del meeting in riva all’Adriatico consente di ricostruire, almeno per sommi capi, la presenza di cappucci e compassi in Emilia Romagna.

In principio fu la P2 – Quando il 17 marzo 1981 la guardia di finanza, su disposizione dei magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo, si presentò a Castiglion Fibocchi (Arezzo) suonando alla sede della Giole di Licio Gelli e trovò gli archivi della loggia Propaganda 2, anche Bologna scoprì di avere i suoi affiliati. Erano Danilo Bellei (fascicolo 484), il colonnello Antonio Calabrese (485), Renzo De Grandis (deceduto nel 1981, 433), il tenente Vittorio Godano (226), il generale Vittorio Lipari (capo del gruppo 13, 449), Marco Paola (transitato poi in un’altra loggia, 462), il generale Osvaldo Rastelli (105), Mario Santoro (77) e Aldo Schiassi (924).

Il nome più rilevante era quello del colonnello Calabrese. Aiutante del generale dei carabinieri Giovambattista Palumbo in forza alla divisione Pastrengo di Milano, partecipò ad attività piduistiche fin dal 1973 e il 2 agosto 1980, quando esplose la bomba alla stazione uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200, comandava la legione carabinieri di Bologna.

Danilo Bellei, di simpatie socialiste, invece era direttore generale della Banca del Monte di Bologna e finì impelagato in un’inchiesta sui crediti facili concessi ad aziende che recuperavano petrolio in mare (tra queste, ce n’era una che interessava a Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina). Se la cavò però per una legge che depenalizzava presunti illeciti da parte dei funzionari di banca, legge varata dopo una discussa sentenza della corte di Cassazione che escludeva la categoria dal pubblico servizio.

Di Aldo Schiassi parlò nel 1981 Enzo Giunchiglia, pezzo importante della P2 e affiliato alla loggia Emulation di Tirrenia. Giunchiglia disse di aver ricevuto da Licio Gelli alla fine del settembre 1980 alcune lettere di affiliazione, tra cui quella di Schiassi, ma alla fine non se ne fece più nulla perché l’aspirante piduista rinunciò.

E poi ci sono coloro che – hanno appurato le indagini – furono vicini alla P2 e fecero da sponda, almeno involontaria, ad alcune attività per lo più condotte a mezzo stampa. Tra questi Antonio Buono, ex presidente del tribunale di Forlì, che smise la toga per la sua amicizia con il venerabile, ma che non mancò di scrivere una serie di articoli contro i magistrati bolognesi che indagavano sulla strage alla stazione e che si stavano concentrando sulla matrice nera, per quanto riguarda gli esecutori.

Su questo Buono si mise a duettare con Francesco Salomone, giornalista del quotidiano Il Tempo nel periodo della direzione di Gianni Letta e frequentatore di feste di Capodanno, come accaduto nel 1978, a cui partecipavano personaggi del calibro di Aldo Semarari, il criminologo piduista vicino a Ordine Nuovo e alla banda della Magliana che sarà coinvolto – e poi prosciolto – nelle indagini per la strage del 2 agosto 1980 e infine assassinato il 1 aprile 1982.

Poi arrivò il terremoto della Zamboni-De Rolandis - L’ondata lunga della P2 si riverberò sul capoluogo emiliano ancora nel 1984 (proseguendo fino all’inizio del decennio successivo) quando la relazione di Tina Anselmi, presidente della commissione che indagò su Gelli e affiliati, scrisse: «La “Zamboni-De Rolandis” di Bologna e la “Emulation” di Tirrenia sono due esempi di logge realmente funzionanti o rimaste allo stadio di iniziativa “ereticale” […] caratterizzate da particolare regime di riservatezza».

Se già tre anni prima la città aveva visto ammaccarsi il mito della città rossa che dal dopoguerra non serbava più al suo interno logge, di cui restavano solo tracce storiche, fu un’esplosione di polemiche. Intanto perché della Zamboni-De Rolandis, fondata nel 1964 in ambienti universitari e afferente al Grande Oriente d’Italia, non si era saputo nulla per vent’anni. E poi anche per il calibro di alcuni suoi iscritti.

Tra questi, Mario Zanetti, ai tempi ai vertici della Usl 28, che venne attaccato frontalmente dal comitato di gestione del Pci all’interno dell’azienda sanitaria. Ma anche per il “fronte difensivo”, che comprendeva in primis i socialisti del capogruppo Psi in consiglio comunale Enrico Boselli, ma anche molte altre forze laiche. E il futuro del professor Zanetti non sarebbe stato di ostracismo, dato che nel 1996, divenuto frattanto presidente dell’Agenzia sanitaria regionale, si attribuirà la paternità del capitolo sanitario del programma di Romano Prodi, in vista della campagna per le politiche.

Tra gli altri nomi celebri, c’è poi quello di Fabio Robersi Monaco, ex rettore dell’università di Bologna e presidente della Fondazione Cassa di Risparmio, con un curriculum che comprende numerosissimi incarichi, come la presidenza della Fiera, il cda della Treccani e di Allenza Assicurazioni, oltre all’attività forense. Dopo la relazione Anselmi, si saprà, documenti alla mano, che aveva raggiunto il trentunesimo grado del rito scozzese, ma nel 1985, nominato ai vertici dell’ateneo emiliano dove rimarrà per i quindici anni successivi, dichiarerà di essere uscito dalla massoneria e di aver restituito anche la tessera del Partito repubblicano, per quanto nel 1999 si fece tentare dalle elezioni europee e si schierò a fianco del segretario Giorgio La Malfa.

La lista dei nomi diffusa dalla commissione P2 comprendeva poi Giuliano Di Bernardo, che andrà all’università di Trento e che nel 1993 sarà protagonista di una scissione dando vita alla Gran loggia regolare italiana. Inoltre vi si incontravano anche giuristi del livello di Franco Bricola, che nel 1988 aveva contribuito al team di esperti chiamati a scrivere la riforma del diritto penale, e Furio Bosello, liberale che dal 1996 al 2001 sarà senatore della Repubblica come indipendente per Alleanza Nazionale.

La massoneria oggi – Se alcuni dei nomi già citati sono presenze importanti ancora oggi, ce ne sono altri emersi più recentemente. Come Giovanni Greco, professore ordinario di storia contemporanea all’università, e Gianfranco Morrone, ricercatore in chirurgia toracica ed ex presidente del collegio circoscrizionale dei maestri venerabili dell’Emilia Romagna (l’attuale presidente è un avvocato di Forlì, Giangiacomo Pezzano, e la sede del collegio è tradizionalmente in via Castaglione 6A, accanto all’ingresso principale di Palazzo Pepoli).

Sia Greco che Morrone hanno partecipato nel 2008 alla stesura di un libro edito dalla Clueb, “Bologna massonica”, di taglio storico artistico, per festeggiare i cento anni della loggia Ça Ira. E tra le firme che accompagnano la pubblicazione ci sono diversi esponenti del mondo universitario cittadino e delle professioni, soprattutto architetti.

Dire esattamente quanti siano i massoni a Bologna è difficile, per quanto si parli di circa 450 affiliati. Vicino alla massoneria viene indicato il medico legale Giuseppe Fortuni, che si occupò di alcune perizie sulla morte del ciclista Marco Pantani, stroncato da un’overdose di cocaina il 14 febbraio 2001 in un residence di Rimini. E lo stesso accade per l’imprenditore Vittorio Casale, uomo di Massimo D’Alema e che, tra le molte opere di cui si è occupato, ha partecipato a progetti di ristrutturazione del patrimonio di Propaganda Fides e di enti religiosi.

Appartenenti alla massoneria sono stati sfiorati da indagini giudiziarie più o meno recenti. È accaduto nel 2004 con un’inchiesta su un giro di fatture gonfiate e presunte regalie dall’industria del farmaco. E ancora nello stesso anno c’è stata un’indagine, poi archiviata, su alcuni concorsi universitari che ha visto chiamare in causa l’allora direttore generale del Sant’Orsola, Paolo Cacciari, indicato come vicino al Goi, e il suo successore, Augusto Cavina, benvoluto dagli ambienti di Comunione e Liberazione.

Nel 2006, poi, nell’ambito di un’inchiesta sempre condotta in campo sanitario (questa volta si parlava di oculistica) su presunte minacce e su alcuni concorsi, venne effettuata una perquisizione da cui si risalirà alla Gran Loggia Serenissima d’Italia, afferente a piazza del Gesù, e a qualche telefonata per agevolare l’ingresso di giovani medici nella loggia Hiram.

Infine diverse polemiche sono divampate a Bologna nel 2008. Dal 3 al 6 dicembre il Goi celebrava in città il sessantesimo anniversario della Costituzione e della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. A far scattare le critiche era stato il patrocinio concesso della Provincia. Da via Zamboni ribatterono di averlo fatto per il valore dei relatori: oltre allo stesso Greco, Antonio Baldassarre, presidente emerito della Corte Costituzionale, Massimo Panebianco, ordinario di diritto internazionale a Salerno, e Paolo Zanca, vicepresidente dell’assemblea legislativa regionale dell’Emilia Romagna.

Insomma, se trent’anni fa Bologna si svegliava dal suo sogno di vivere senza massoneria, forse non si è più riaddormentata.

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