Ancora una volta la fretta di portare a termine tutte le opere in cantiere prima dell’inizio della coppa del mondo di calcio, ha spinto le autorità carioca a intervenire con risolutezza. A pagare l’ennesima obbligata accelerazione sulla tabella di marcia dei lavori, sono stati stavolta i residenti della favela Metro/Mangueira. Quaranta famiglie sfrattate dalle proprie abitazioni all’interno della comunità che sorge a 500metri dallo Stadio Maracanã. Da mesi sapevano che avrebbero dovuto lasciare le loro povere case, dove però continuavano a vivere in attesa dell’assegnazione dell’alloggio popolare dove trasferirsi. I ritardi nella preparazione della città ai mondiali di giugno, però, ha portato la prefettura a imporre l’uscita dalle case nonostante le nuove abitazioni non siano ancora pronte.

E chissà se non siano state le ultime critiche della Fifa sulla lentezza nella preparazione dell’evento, a portare all’intervento urgente. Ma quando i responsabili del municipio di Rio hanno fatto irruzione a sorpresa alle 7 del mattino di martedì, i residenti si sono opposti con veemenza alla possibilità di andare via senza avere prima la garanzia di un tetto sotto il quale andare a vivere. La protesta nata spontaneamente è arrivata al culmine nella notte tra il 7 e l’8 gennaio quando la polizia è intervenuta usando la forza. Cariche, lacrimogeni e gas al peperoncino per disperdere la piccola folla. Violenza, la stessa utilizzata durante le grandi manifestazioni già viste in città negli scorsi mesi.

Nonostante stavolta a urlare la propria rabbia sociale non fossero black block, ma in maggioranza donne e bambini delle famiglie di ‘favelados’. “Anche se abitiamo in favela non siamo dei vagabondi – hanno urlato ai microfoni delle emittenti locali – Non chiediamo nulla. Vogliamo solo una casa dignitosa dove andare, ci dicano prima dove sono le abitazioni poi ce ne andiamo. Siamo persone perbene, lavoratori, non manifestiamo con violenza, vogliamo solo i nostri diritti”. A denunciare ancora una volta le modalità dell’intervento è stato, sulla sua pagina Facebook, il deputato dell’assemblea legislativa del municipio di Rio Renato Cinco: “La rimozione e l’espulsione delle famiglie povere uno degli esempi più drammatici dell’impatto che il mondiale sta causando al Paese. Più di 250mila persone sono a rischio o hanno già perso la propria casa in funzione delle opere per il megaevento”.

E dire che il problema stavolta non è neanche solo questo. Il rischio infatti per i residenti e per le stesse autorità è che al danno si aggiunga la beffa. Considerata l’impossibilità di consegnare le case in costruzione in tempo, il municipio ha stanziato 400 real al mese per famiglia (180 euro), come sostegno per l’affitto. Venuti a conoscenza della cosa, molti ‘furbi’ hanno tentato di farsi registrare nelle liste dei residenti, o hanno occupato alcune case sgombrate nelle scorse settimane. Operazione semplicissima dato che nelle favelas spesso non esistono certificati di proprietà. Di fronte a questo rischio, dopo un periodo di caos, nei giorni scorsi si è finalmente raggiunto un accordo per una nuova registrazione. I nuovi dati saranno confrontati con quelli della prefettura raccolti nel 2010 all’inizio delle attività di sgombero.

Gli stessi residenti aiuteranno le autorità a evitare la truffa e a denunciare i ‘falsi’ residenti che si sono infiltrati nelle case già lasciate libere nella speranza di strappare un’immobile popolare. Oltre alla discutibile questione morale delle rimozioni dunque, è esploso anche il problema, endemico nella burocrazia brasiliana, della scarsa capacità di gestione. Lacune che quando si parla difavelas raggiungono l’apice. Caos, proteste e violenza continuano dunque a caratterizzare il processo di avvicinamento a quel mondiale di calcio che nella speranza degli organizzatori avrebbe dovuto proiettare il Brasile nel circolo delle grandi potenze e che invece rischia di farlo retrocedere pericolosamente. I problemi sono tantissimi e oltre a quelli strutturali relativamente allo svolgimento degli incontri, c’è anche quello di ordine pubblico. Quel grido “não vai ter copa” sentito già in tante manifestazioni, suona quasi come un’anticipazione di quanto accadrà.