Verona si sta spegnendo, qualcuno la scuota, le dia una scossa o sarà troppo tardi.

Viaggiare serve non solo a capire meglio i posti che si visitano, ma anche quelli che si lasciano. Dopo cinque anni a Bruxelles, dove vivo e lavoro come giornalista, quando torno a Verona, dove sono cresciuto, vedo e sento cose che in vent’anni non ho mai visto né sentito.

L’abbacinante bellezza di questa piccola cittadina veneta abbracciata dal fiume Adige, tra la Valpolicella e la Lessinia, è difficilmente riassumibile in poche righe. Una città che ha vissuto epoche diversissime, ognuno delle quali ha cristallizzato all’interno e in prossimità delle mura tesori architettonici di raro splendore. La bellezza di Verona sta nell’unicità delle viuzze del centro storico e scorre tra Piazza dei Signori e l’Arena, passando per le Arche Scaligere, dove riposano i signori che fecero Verona grande.

Ma questa bellezza sta diventando il ricco decoro di un funerale che, anno dopo anno, si sta consumando: Verona rischia di spegnersi, lentamente ma inesorabilmente. I locali chiudono, le strade si svuotano, i giovani se ne vanno. Parli con le persone e ascolti miserie e problemi. Passeggi in centro la sera e non vedi nessuno. Cerchi un locale e ti dicono che ha chiuso. Rivedi un amico e alla meglio è ancora precario, alla peggio disoccupato. Rivedi un collega giornalista e ti dice che in redazione butta male.

In città si respira rassegnazione, a tratti rabbia per un futuro che ha smesso di sorridere da tempo. Per i giovani è ancora più difficile: affermarsi professionalmente è un’impresa, divertirsi la sera difficile, fare nuovi incontri un’eccezione. Ecco che un altro amico è partito, questa volta l’Irlanda, prima era toccato all’Inghilterra, il Belgio, perfino il piccolo Lussemburgo. I passeggini in giro per le strade si contano sulle dita di una mano, chi compra casa è un fortunato o un figlio di papà. Ogni angolo della strada c’è una farmacia.

Tutto sommato, rispetto ad altre realtà italiane, la città resta benestante, anche se i soldi circolano sempre negli stessi ambienti. Il lusso è ostentato soprattutto nell’abbigliamento. Ma se i vestiti sono molti i libri sono pochi: quanto fa male vedere un negozio di calze e mutande al posto della storica libreria di via Mazzini. Sulla cultura non si investe abbastanza, nonostante Verona abbia dato i natali a personaggi come Lombroso e Maffei, e perfino Dante vi ha abitato per un periodo.

Il conformismo regna più che in passato. Lo si respira per le vie del centro, lo si legge nei volti di molte persone che, probabilmente, conformiste sotto sotto non lo sono per niente. Anno dopo anno tutto è più istituzionalizzato e rinchiuso in rigidi confini: si lavora in ufficio, ci si diverte in discoteca, si mangia e si beve nei bar. Guai a sbocconcellare un panino sui gradini della Gran Guardia o bere una birra ridendo per la strada dopo la mezzanotte, i vigili urbani arrivano subito.

La visione degli “stranieri” e dell’Europa è degna del più remoto angolo d’Europa. Dici rumeno o polacco e piovono i luoghi comuni, dici Bruxelles e scattano gli j’accuse contro banchieri e burocrati. Eppure la storia di Verona non potrebbe essere più cosmopolita, a partire dagli antichi romani e passando dai veneziani e austriaci. Eppure la manodopera della città e della sua industriosa provincia parla sempre più le lingue dell’est Europa.

E dire che Verona in Europa la conoscono tutti. Grazie all’inestimabile dono letterario di William Shakespeare non c’è europeo che non conosca Romeo e Giulietta. E dire che la posizione geografica è strategica e fa di Verona lo snodo commerciale naturale del Nord Italia – basti pensare che da Verona passano i corridoi europei Trieste-Lione e Palermo-Berlino. E dire che i veronesi hanno risorse da vendere, come testimoniano alcuni grandi brand internazionali e il coraggio e l’invettiva di alcuni giovani piccoli imprenditori.

Impossibile non cercare le responsabilità anche – non solo – nella politica. L’amministrazione del leghista Flavio Tosi (sindaco dal maggio 2007) ha fatto bene alla città in termini di pulizia e ordine, ma non si vive solo di marciapiedi e parcheggi. Tra i doveri di un primo cittadino c’è anche far vivere la propria città, incentivando quelle attività che le danno respiro e non reprimendo tutte le manifestazioni di joie de vivre, tipiche di quella gioventù che da Verona sta scivolando via inesorabilmente.

Un europeo a Verona rimane incantato dalla sua bellezza ma sbalordito dall’inerzia culturale in cui sta scivolando, innamorato dai suoi palazzi ma atterrito dalla mancanza di vita delle sue strade, incredulo di fronte all’incapacità di capitalizzare l’enorme ricchezza accumulata negli anni in un’imprenditoria moderna e illuminata che faccia lavorare i tanti bravi giovani che escono dalle università. Un europeo a Verona vorrebbe aprire la finestra della città sull’Europa per farvi entrare un po’ di quella modernità, entusiasmo e dinamismo che stanno caratterizzando altre città europee al fianco delle quali Verona merita di stare.

Ps. Mi si perdonino le tinte forse un po’ troppo fosche del quadro che ho descritto. Non è mia intenzione offendere nessuno, soprattutto quei tanti veronesi che si impegnano quotidianamente per far vivere la propria città. Ma Verona merita ben altro.

@AlessioPisano, www.alessiopisano.com