Dei banchetti di Umberto Eco negli Usa ai dialoghi surreali dei fratelli De Rege
Da più di un secolo i periodici Usa intrattengono i lettori con rubriche divertenti di aneddoti sui vip: li inventano agenzie che forniscono materiali ai columnist di gossip faceti. Nel caso sentiste il bisogno di ritrovare un po’ di buonumore in questi tempi cupi del cazzo con aneddoti gustosi redatti alla maniera americana, eccovi serviti.
Sylvia Koscina domandò ad Alberto Moravia, appena tornato dall’Africa, se i coccodrilli dei fiumi africani erano feroci come i viaggiatori raccontano. “Non sono così feroci” rispose lo scrittore. “Il coccodrillo è un animale che, quanta sobrietà, dà dei punti al dromedario. I coccodrilli possono stare tre mesi senza mangiare”. Guardò l’attrice, fece una pausa e aggiunse: “Quindi basta non tuffarsi vicino a loro alla fine del trimestre”.
Grazie a YouTube, i ventenni di oggi stanno riscoprendo i dialoghi surreali dei fratelli De Rege, reinterpretati più di 60 anni fa da Walter Chiari e Carlo Campanini. All’invito di Campanini (“Vieni avanti, cretino”), Chiari entrava strascicando il passo con un’espressione da tonto, accentuata da una bombetta che, calcata sulla testa, gli spampanava le orecchie. CAMPANINI: “Dove sei stato? Sono tre giorni che ti cerco!” CHIARI: “Ho fatto un viaggio in treno. C’erano sei scompartimenti. In ogni scompartimento c’erano sei viaggiatori. Ogni viaggiatore aveva due valigie. Indovina quanti anni aveva il macchinista”. CAMPANINI (occhi al cielo): “Non lo so. Sentiamo. Quanti anni aveva il macchinista?” CHIARI: “Quarantacinque. Sai perchè?”. CAMPANINI: “No. Perché?” CHIARI: “Perché gliel’ho chiesto”.
Negli anni 70, al termine di uno dei numerosi banchetti che gli furono offerti durante il suo viaggio negli Stati Uniti, Umberto Eco fu invitato a prendere la parola. Lo spiritoso semiologo si levò senza farsi troppo pregare e disse: “Un martire cristiano aspettava nell’arena, pregando con fervore, convinto di morire dopo qualche istante a meno che non avvenisse un miracolo. A un tratto ebbe un’ispirazione. Un leone, appena la grata di ferro fu aperta, balzò in mezzo all’arena, fiutò l’aria, agitò la coda, scosse la criniera e ruggì. Quando vide il martire, si diresse implacabile verso di lui e si preparò ad addentarlo, ma l’uomo gli fece cenno di fermarsi poiché aveva qualcosa da dirgli. La belva tese l’orecchio e l’uomo gli sussurrò qualche parola. E avvenne il prodigio. Si vide il leone indietreggiare a passi guardinghi e uscire dall’arena da dove era entrato. Nerone diede un ordine. Il martire fu trascinato nella tribuna imperiale. ‘Cosa hai detto? Quali magiche parole hai pronunciato per indurre il leone a non divorarti?’ ‘O Cesare!’ rispose il cristiano. ‘Gli ho detto semplicemente: -Non ti fidare. Dopo il pasto ti inviteranno a tenere un discorso-‘”.
Il tenore Beniamino Gigli andava ogni anno a passare le vacanze di Natale a Parigi. Una volta fece colazione all’Esturgeon, un ristorante russo diretto da un russo, con camerieri russi, clientela russa, insalata russa. Gli accadde così di vedere il principe Yussupov (quello che uccise Rasputin), il granduca Boris, il granduca Cirillo, e altri nobili decaduti, mangiare a prezzo fisso (15 franchi) accanto a esuli che 20 anni prima sarebbero caduti sotto i colpi del loro knut. Il proprietario del locale, vestito da cuoco, superbo nel suo camice bianco e nei suoi baffi candidi, si aggirava nella sala a rendere omaggio alla sua clientela aristocratica. “Quel cameriere era un principe” si sentiva dire ogni tanto. “Quel sommelier era ministro delle Finanze”. “L’addetta al guardaroba era una favorita dello zar”. Gigli, che stava ingurgitando un bortsch (brodo di barbabietole), commentò fra sé e sé: “Il cuoco faceva il boia, e anche adesso”.