Non so come andrà a finire l’elezione regionale in Basilicata. Temo il peggio, cioè che si tengano il potere quelli che l’hanno tenuto saldo in questi decenni, i figli di Emilio Colombo e di Filippo Bubbico, prima democristiani e poi piddini, ma rimanendo sempre democristiani. Ho visto da vicino lo sconforto e la rabbia delle gente comune, derubata di tutto e, prima di tutto, della speranza.  Scuotono la testa, i più anziani, mormorano a bassa voce che “non si può fare niente”. Come i polli, che Renzo tiene in mano a testa in giù, in attesa di darli all’azzeccagarbugli di turno, tendono a vedere i nemici in coloro che stanno attorno, nei “vicini”, invariabilmente invidiosi l’uno dell’altro. E’ questo, negl’incontri che ho avuto, tra Potenza, Matera, Tricarico, il dato più frequente che registro. Mi citano proverbi antichi, perfino latini, che descrivono l’”invidia”  come il deterrente più potente per impedire a ognuno di fare il proprio bene e il bene comune. Chi prova a andare contro la corrente del “lasciar fare”; chi tenta di cambiare le cose, viene individuato come un disturbatore.

Non basta l’avidità dei potenti, ad essa si aggiunge l’ignavia, la viltà dei subordinati. E’ così che il voto di scambio trionfa. In assenza di ogni risposta popolare, di ogni solidarietà politica e umana, è ovvio che vincano sempre – come hanno sempre vinto, da queste parti – i “bravi”. Quelli armati con armi vere, e quelli armati con le mazze delle istituzioni. Chi sgarra, chi rompe la regola, prima o poi pagherà. E la regola è quella di chinare la testa e accettare il sopruso, magari in cambio di un’elemosina.

Questa è la democrazia delle periferie del sud, e sradicarla è difficile per un mare di ragioni. Guardo le montagne, le colline  di campi che si vede da lontano fertili e ubertosi; guardo i boschi immensi,  che tratteggiano una natura ancora in gran parte incontaminata. E’ una ricchezza da sempre male utilizzata dal malgoverno e dall’isolamento e ora – nel panorama del degrado ambientale italiano – divenuta doppiamente inestimabile. Guardo città e borghi che cadono a pezzi, come Tricarico, mentre potrebbero essere trasformati in gioielli turistici con pochi sforzi finanziari coordinati. Attraverso paesaggi che strappano esclamazioni di meraviglia al viandante più distratto, ma che sono percorsi da strade sfondate, franate, deformate dall’incuria.

Tricarico è sovrastata da una splendida Torre Normanna. Intatta, bellissima. Quando sali nei suoi meandri, vedi che è stata restaurata da non molto, chissà con quali denari. Ma è già coperta di polvere, già in abbandono. Ho mandato una lettera alla signora sindaco del paese, chiedendo di  metterla a disposizione delle associazioni, in particolare di quelle giovanili (ce ne sono anche a Tricarico, sebbene di giovani ne siano restati pochi, gli altri essendo già fuggiti lontano in cerca di lavoro). Mi ha risposto che non ci sono locali disponibili, e che le richieste sono troppo numerose per essere soddisfatte. Ma io ho visto che, proprio nella Torre c’è un vasto ufficio, coperto anch’esso di polvere, con la targa del Touring Club Italiano. Nessuno ha aperto quella porta, di sicuro, nel corso dell’ultimo decennio. Eppure, secondo la signora sindaco di Tricarico, non ci sono locali.

Nel circondario, di regola (ma esistono regole in Basilicata?), quando una strada frana, la si chiude semplicemente, con qualche masso e cubo di cemento. Pare ci siano strade che non sono mai state neppure collaudate, ma che sono regolarmente percorse, a rischio e pericolo di chi ci passa. Succede che i contadini rimasti vanno con i loro trattori a riparare la strada, a rinforzare i sostegni, a puntellare i costoni, a loro spese. Non c’è alternativa: come potrebbero portare al mercato le loro merci? Se aspettassero i pubblici poteri morirebbero di fame.

Incontro un gruppo di contadini sulle panchine di un improbabile bed&breakfast sperduto in valli ondulate di rara bellezza e ascolto i loro racconti sconsolati. Producono grano biologico, ma sono costretti a venderlo al prezzo del grano normale poiché non c’è modo di venderlo al suo valore. I sensali che arrivano a comprarlo sono molto più forti dei singoli venditori e non fanno complimenti. E’ il mercato, bellezza, è la TINA (there is no alternative) con la sua falce della morte. E anche il grano normale non è vendibile al suo valore “normale” perché le multinazionali  arrivano nei porti con grano che costa un terzo, proveniente dagli hub lontani della globalizzazione.  Così il grano biologico della Basilicata va a finire mescolato con i funghi che sono cresciuti nelle stive per fare compagnia al grano, chissà?, australiano. Le quote latte imposte dall’Unione Europea rendono insensato produrre un latte che non può competere con i prezzi “di mercato” imposti – indovina da chi? –  ma dal mercato, ovviamente.  E allora non resta che macellare le vacche, malinconicamente, senza’altra via per uscirne. 

Incontro un macellaio di Tricarico, di cui non voglio fare il nome, perché anch’io sono stato contagiato dalla paura dell’”invidia” che si percepisce nell’aria. Anche suo padre, anche lui, che seguì le orme dell’avo, aveva qualche mucca. Una quindicina, dice. Macellava “del suo”, dopo avere nutrito le sue vacche e i suoi vitelli con il foraggio dei suoi campi. Niente di grande, quanto bastava per vivere, lui la famiglia, i figli. C’era un macello comunale fiorente, che lavorava a tempo pieno. Altro che carne biologica! Tutto era biologico, l’intera catena produttiva era biologica. Adesso come stanno le cose? Il macello è chiuso, da tempo. Non l’ho visitato, ma c’è da figurarsi la polvere. Ed è chiuso perché , delle oltre mille vacche che venivano allevate nelle decine di fattorie agricole del circondario, non ne è rimasta una sola. “Le mie quindici le ho macellate io stesso e ho chiuso”, esclama. E’ un oratore impetuoso e furibondo.

Racconta che arrivarono gl’ispettori della Regione, con le nuove normative europee, e gli spiegarono con una certa spocchia, mista a impazienza di fronte alle sue rimostranze, che da quel momento in avanti, la sua stalla avrebbe dovuto subire una rivoluzione. Qui le vacche, là il letame. Quest’ultimo doveva ora essere collocato in uno spazio ben recintato, per “ragioni d’igiene”, gli spiegarono. Altrimenti niente latte da vendere. Allora lui dice che rispetterà le norme. I suoi figli costruiranno il deposito separato per il letame. Lo sanno fare benissimo. Ma gli spiegano che non si può: il contenitore dev’essere fatto secondo le regole. Cioè ci vuole un geometra o un architetto, che firmino il progetto. Non è ammessa deroga. Dovrà pagare tremila euro. Altri ispettori arrivano nel negozio e rilevano che manca il bagno a regola d’arte. Altri duemila euro per sistemarlo. Infine arriva la Guardia di Finanza e trova che moglie e figlia, per lavorare in macelleria con lui, devono essere “messe in regola” con i contributi. Altrimenti dovrà pagare la multa. E sono altri 800 euro al mese.

Lo guardo senza trovare parole, nemmeno di conforto. Ho di fronte un uomo forte, un toro da combattimento, che sa perfino sorridere di disprezzo quando racconta dei lanzichenecchi che l’hanno assaltato. Non usa la parola “bravi”, perché forse non ha letto i Promessi Sposi, ma è certo umanamente più colto dei suoi grassatori “pubblici”, venuti a rapinarlo e a vessarlo alzando il vessillo della legge. E come ha fatto?,  gli chiedo. Lui allarga le braccia: “Ho chiuso la fattoria, ho smesso di allevare bestiame. Ho tenuto la macelleria, ma ora devo andare a comprare la carne a Matera, o altrove. E non è più carne mia.  Ammazzo i conigli, eccoli lì in vetrina. Aspetto che arrivi qualche altro ispettore che m’ingiunga di smettere di vendere anche quelli, con chissà quale norma igienica inventata a Bruxelles.

Una catena di angherie è precipitata su questi contadini, su questi cittadini che sono andati a votare per eleggere un nuovo governo regionale che continuerà a depredarli invece che difenderli. Laggiù, più lontano, a Bruxelles, coorti di funzionari ottusi, formati da università con la stessa logica della Bocconi, hanno imposto regole che nulla hanno a che fare con l’agricoltura e soprattutto con la vita delle persone, con il loro benessere, la loro tranquillità, la loro storia, la vita e la prosperità della collettività d quelle valli. Lo scopo è altro: distruggere il piccolo produttore e sostituirlo con la grande distribuzione globale. Le nuove regole hanno quell’obiettivo. L’igiene non serve a proteggere i consumatori di carne e di latte, serve a sterminare l’insetto-uomo.

Una democrazia degna di questo nome, anzi una rappresentanza degl’interessi umani avrebbe dovuto  schierarsi contro le norme europee. Invece ha fatto il contrario, aggiungendo a quelle norme la propria incompetenza e la propria ruberia. Il contadino lucano potrà vincere quando capirà che non è l’invidia del vicino a mettergli i bastoni tra le ruote, ma è la servitù dei funzionari agl’interessi delle multinazionali. Solo allora potrà difendere, assieme ai suoi vicini, il proprio territorio.