Ha fatto bene Casaleggio a specificare di non essersi mai candidato in Forza Italia, a dispetto di una mia semplificazione. Ho sbagliato (Grillo e Casaleggio ripetano con me: “Abbiamo s-b-a-g-l-i-a-t-o”. Non è difficile e, di solito, dopo averlo ammesso ci si sente meglio). Per punizione, mi guarderò in loop un video qualsiasi su Gaia e l’apocalisse. La reazione di Casaleggio, riverberata fedelmente da un tweet di Grillo, non intendeva però rettificare un dato sbagliato. Bensì sancire una scomunica: la mia. Quell’errata corrige era solo un pretesto. Attraverso quel tweet speravano di generare un flame di insulti contro di me. Esattamente come provarono a fare anni fa, quando Grillo pubblicò l’indirizzo mail di Peter Gomez, sperando in un mailbombing. In entrambi i casi gli è andata male.

Perché quel tweet? Per scomunicare, come detto. E per spostare l’attenzione: non potendo attaccare nulla del mio articolo, e del mio intervento serale a Otto e mezzo, Casaleggio ha ingigantito la pagliuzza fingendo di non vedere la trave. Come un D’Alema qualsiasi. Non è importante sapere se quella lista si chiamasse “Forza Italia” o “Per Settimo”. Oltretutto candidarsi in Forza Italia mica è un reato. Avevo ricordato quella candidatura unicamente per sottolineare come Casaleggio sia sempre stato di centrodestra. Nei paesini è prassi nascondere i partiti dentro vere o presunte liste civiche. Casaleggio si candidò nel 2004 in una lista vicina al centrodestra, capeggiata da un noto berlusconiano. Lo votarono in sei (un trionfo) e stop. E’ quello il dato politico vero. Se poi la lista si chiamava “Pino” o “Gino” mi interessa poco. Casaleggio è legittimamente un uomo destrorso. E (anche) su temi di clandestinità e immigrazione ha posizioni legittimamente destrorse.

“Belin, c’è qualcuno che può attaccare Il Fatto?” Mi immagino la scena: piccati per gli articoli di Travaglio e miei, oltre che di molte altre firme, sabato mattina Grillo e Casaleggio cercano disperatamente qualcuno che attacchi il Fatto. A quel punto attorno a loro è il fuggi fuggi generale, perché tutti si rendono conto che sarà un suicidio: c’è un limite anche alle bischerate (forse). Chi rimane? Qualche Jack Il Fascio qualsiasi, un Beruschi filosofeggiante e un Galeazzo Ciano Tinazzi. Ed è proprio lui a vincere. Notevole il curriculum: collaboratore dell’ex sindaco di Albano del Pdl, ritenuto da molti parlamentari l’emblema dello yesman e “noto” come “manganellatore” 5 Stelle in Rete. Se qualcuno tradisce, arriva lui. Brrrrr. Lo ritengono in grado di agglutinare quella parte ortodosso-talebano-complottista che, soprattutto sul web, tra fake e troll è molto attiva. Galeazzo Ciano Tinazzi scrive malino e ha pure le idee poco chiare (il 4 novembre 2012 pareva possibilista sull’espulsione di Grillo dal M5S, come attesta questo screenshot).  E c’è chi, in Rete, lo ritiene anche responsabile (vedi tweet Pierluigi Rossi) di avere sbagliato il nome nel listino regionali Lazio, errore che costrinse a riprendere tutte le firme per presentare le liste. Tinazzi è quindi perfetto per un attacco kamikaze che farà ridere mezzo mondo. Nel suo diversamente vibrante j’accuse, Galeazzo Tinazzi accusa il Fatto di essere l’organo del Pd. Certo, è cosa nota: io sono al soldo di Boccia, Travaglio di Violante e Gomez di Cuperlo. Aiutatelo.

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Suicidio. Grillo sperava che parlamentari e base si schierassero con lui contro Il Fatto. Mica tanto. Lo hanno insultato anche le pareti di casa. La cosa più gentile che gli hanno detto è che “si è bevuto il cervello”. Grillo è stato pure tristemente pavido, perché si è guardato bene dal fare il nome di Travaglio (altrimenti lo lapidavano). Si è così accontentato di citare solo me. Gli è andata male lo stesso. Aveva già attaccato Il Fatto, anni fa, definendo Padellaro una sorta di residuato bellico de L’Unità. La sua idea dei “Falsi amici” è peraltro assai amena. Figuriamoci se io sono amico di Tinazzi. Ho altre perversioni. Piuttosto mi abbono a Tempi di Luigi Amicone. I giornalisti possono essere amici dei politici, ma i giornali no. Il Fatto sta antipatico a tutti: un ottimo marker della sua indipendenza. Non si tratta di essere amici o nemici: Grillo insegue un giornalismo che gli dia sempre ragione, e proprio per questo ha drammaticamente sbagliato testata. Il Fatto è stato accusato di essere house organ di Grillo per il semplice fatto che non lo attacca a prescindere. Ma lo ha sempre criticato quando ha fatto qualche sciocchezza. Sempre. Quella sulla clandestinità è stata una belinata. Quella sul Fatto è stata un’altra belinata. La toppa peggiore del buco. Sveglia Beppe, su.

E allora perché? Quel post aveva un unico obiettivo: dire a suocera perché nuora intenda. Non attaccava il Fatto, ma i parlamentari troppo vicini al Fatto. E’ un problema di leadership: Grillo e Casaleggio si rendono conto che, più il tempo passa, più i parlamentari diventano autonomi e si fanno le loro reti di frequentazioni. Me li immagino, dai loro avamposti, terrorizzati all’idea che quel “portavoce” parli con Travaglio e quell’altro con Scanzi. Da qui la scomunica, che è poi una medaglia al valore al Fatto: se non fosse scritta veramente malino, potrei dire di averla scritta io, giusto per liberarmi di qualche troll-fondamentalista nonché dell’accusa di “servo di Grillo”. Il problema di Grillo e Casaleggio è che sanno molto bene come, se per ipotesi assurda al vertice dei 5 Stelle ci andassero Gomez e Travaglio, avrebbero molto più consenso di loro. E questo li fa stare male. Malissimo.

C’eravamo tanto amati. Negli ultimi mesi, tra i “falsi amici” di Grillo e Casaleggio, si annoverano in politica De Magistris, Alfano, Ingroia e (a giorni alterni) Di Pietro. Tra gli intellettuali e giornalisti vari: Santoro, Flores D’Arcais, Gabanelli, Rodotà, Scanzi, Travaglio, Gomez e Padellaro (e a breve pure Fo e Landini). Grillo mi perdonerà, ma come compagnia la preferisco a quella dei Galeazzo Sticazzi. Per fortuna di Grillo e Casaleggio, e forse sfortuna del paese, quel gruppo di intellettuali e giornalisti non ha alcuna voglia di costituire una nuova forza politica. Se lo facesse, Grillo perderebbe come minimo la metà dei voti. E lui lo sa. Lo sa bene. Per questo è nervoso: perché c’è sempre qualcuno che ce l’ha più lungo di lui.

Emilio Fede di Grillo. Soltanto i diversamente intelligenti potevano accusare questo giornale di grillismo acritico. In questo weekend ho ricevuto telefonate di solidarietà e inviti (più del solito) ad andare in tivù per fare il martire. Figuriamoci: non mi chiamo De Pin e soprattutto faccio il giornalista. Mica il politico. La solidarietà dovete darla ai Battista e ai Polito, che da sabato non potranno neanche più accreditarci difetti immaginari: una prece per loro. Di quello che pensano Grillo e Casaleggio mi interessa un po’ meno di niente. Oltretutto lo sapevo già. Casaleggio l’ho visto solo una volta, nei suoi studi: autunno 2011. Con lui c’era un collaboratore, Mario Bucchich. Mi propose di scrivere un libro sul popolo della rete, prendendo a esempio il Bar Sport di Benni. Avrei dovuto scrivere il libro da solo. Quel libro, poi, avrebbe dovuto ricevere l’autorizzazione di Grillo e Casaleggio, che lo avrebbero firmato con me. Il libro sarebbe uscito in download per la Casaleggio Associati e io non avrei preso un euro di anticipo. Un’offerta strepitosa, vero? Ovviamente rifiutai. Mai più sentito Casaleggio. Che è persona timida, garbata (quando vuole) e intelligente (sempre), ma che di cantonate ne ha prese tante: secondo lui, il Fatto cartaceo non avrebbe avuto futuro e anche questo sito avrebbe faticato a emergere.

Grillo non lo sento dal maggio 2011, quando salimmo insieme sul palco di Arezzo prima delle elezioni comunali. Non voleva che uscisse il mio libro Ve lo do io Beppe Grillo nel 2008 (se ne lamentò più volte con Giovanni Favia, al tempo suo pupillo: ha sempre avuto un talento straordinario per sbagliare i collaboratori del cuore). Non ha mai amato che andassi in tivù a parlare di lui, ha detestato molte mie critiche e mi ritiene uno di sinistra che ha “sbagliato” a votare 5 Stelle. Una sorta di pontiere tra M5S e sinistra ribelle. La stessa accusa che ha rivolto a Flores D’Arcais o Santoro (ringrazio ancora per l’ottima compagnia). Nell’ennesimo attacco di bile, Grillo ha retwittato sabato un tweet (vedi screenshot) che mi accusava di “sparare cazzate” e “campare sul movimento”. Mi ha fatto tenerezza: sperava in chissà quali attacchi e si è dovuto abbassare a retwittare il primo troll che passava. Ora il mondo sa che gli sto cordialmente sulle palle (benché  a giorni alterni: dipende da cosa dico o scrivo). Io lo sapevo da almeno due anni. E vivevo serenamente lo stesso. La cosa, peraltro, mi diverte: da buon toscano sono abituato a prenderle e darle alla luce del sole, anzitutto con chi stimo. Su Grillo e M5S continuerò a dire e scrivere quello che penso. L’ho sempre fatto e sempre lo farò. Senza cambiare di una virgola, al di là della scomunica. Io come questo giornale.

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Il Buttiglione grillino. L’unico personaggio di spicco (ehm) che ha seguito Grillo e Casaleggio nel “dagli al Fatto” è stato Paolo Becchi. Da una parte Galeazzo Sticazzi e dall’altra il Beruschi grillino: che bella compagnia per Beppe. Peccato solo per l’assenza del Canaro, non avrebbe sfigurato. In un tweet, il filosofuccio del pensiero debolissimo ha scritto che “Scanzi mi ha rotto il cazzo” (terzo screenshot).

becchi_scanziIl grande capo indiano Estiquaatsi ne è lieto. Domanda: chi è Becchi? Boh. Chi ha letto un suo scritto? Pochi (ed è un peccato: quelli su eutanasia e morte cerebrale hanno spunti pregevoli. No joke). Becchi ha avuto per alcuni mesi un unico ruolo mediatico: rafforzare l’idea che l’eletto/elettore 5 Stelle fosse un po’ sciroccato. Lo si chiamava in tivù per esporlo al pubblico ludibrio. C’era la gara a farlo parlare, nei salotti che detestano i 5 Stelle, perché era perfetto come figura pittoresca. Lo presentavano addirittura come “ideologo”: ma ideologo de che? Tu lo ascoltavi e, alla fine, ti chiedevi: “Mannaggia, ma se i grillini son tutti così io come faccio a votarli?”. Becchi serviva per ridicolizzare i 5 Stelle in tivù, e in questo era bravissimo. Un infaticabile disboscatore di consensi. Apriva bocca e, come per magia, andavano via migliaia di voti in un amen. Poi però hanno smesso di chiamarlo, perché era troppo caricaturale persino per gli antigrillini di professione. Allo stato attuale Becchi pascola nel blog grillo-casaleggico e sbrocca a caso, con eloquio guerreggiante e presenza scenica da Fabris in Compagni di scuola. Più che l’ideologo, Becchi è il Giovanardi dei 5 Stelle. Un Buttiglione grillino. Un Beruschi filosofeggiante. Nel suo eterno masochismo involontario è persino simpatico. Fa ridere, e a chi fa ridere non si può volere male.

Ma allora che li hai votati a fare? So già cosa mi si dirà: “Finalmente anche tu te ne sei accorto”. Eh no: siete voi che vi siete finalmente accorti di quello che già scrivevo cinque anni fa. Grillo ha sempre avuto questi difetti e il Movimento 5 Stelle ha sempre avuto falle destrorse. Anzitutto sul tema dell’immigrazione, vedi Ius Soli. Ammiro il loro non voler essere retorici su un tema spinoso, ma tra la non-ipocrisia e il paraleghismo c’è una differenza sostanziale. A febbraio il M5S era la scelta migliore ed è una scelta che rifarei, perché le battaglie che i parlamentari 5 Stelle combattono sono quasi sempre nobili e condivisibili. Su tutte quelle in difesa della Costituzione. Mi paiono l’unico baluardo credibile alla dittatura delle larghe intese. Alle prossime elezioni vedremo chi sarà il più convincente. Al momento sono mediamente soddisfatto del loro lavoro, che peraltro sta crescendo. Gli errori gravi restano sempre quelli: giocare troppo di rimessa, non avere mai fatto il “nome” e scomunicare/epurare con troppa facilità. Se però Grillo immagina che un voto sia per sempre, ha sbagliato un’altra volta. E se concepisce l’elettore come una massa informe che non lo contesta mai, ha confuso l’Italia con la Nord Corea. 

Rottamare Grillo & Casaleggio? Siamo giunti alla fine di questo lungo (me ne scuso) articolo. Vien da chiedersi: è forse giunto il momento di uccidere il padre, come diceva Freud? E’ arrivato il tempo di rottamare Grillo e Casaleggio? Entrambi, a questo punto, spererebbero che io dicessi “sì”. Così potrebbero attaccarmi ancora di più. Gli va (nuovamente) male. Senza Grillo, M5S prenderebbe percentuali da prefisso telefonico (cit). Non credo che il Movimento sia ancora pronto per camminare da solo. Ma quel momento, come Grillo stesso dice, prima o poi arriverà. In un paese allergico all’indignazione come l’Italia, Grillo ha ottenuto risultati straordinari. I pregi resteranno sempre superiori ai difetti. Come tutti i grandi artisti, Grillo ha però bisogno della folla. Del contatto con la gente: della mischia. Quando se ne sta fermo, da solo, in casa, diventa cupo e complottista. Gli capita ciclicamente. Allo stato attuale Casaleggio e Grillo sono Dottor Nerd e Mister Umorale. E in questo stato di forma psicofisica sono controproducenti. E’ una fase: non appena Grillo tornerà per strada, darà ancora molto al Movimento. Adesso, però, più che dare sta togliendo.

Alcuni suoi post hanno vanificato l’ottimo lavoro dei parlamentari. Ieri, per esempio, ho visto Nicola Morra a Domenica In: è stato bravo. Mi chiedo: Grillo è contento della crescita dei “suoi” parlamentari o ne è geloso? Vedo, da una parte, un movimento sempre più forte e dall’altra due leader che si sentono un po’ superati. E per questo, rabbiosamente, mostrano i muscoli. Grillo si è arrabbiato perché gli ho consigliato di andare su Youporn o farsi una nuotata quando gli girano, invece di scrivere post suicidi. Mi ha attaccato anche per quello: è più permaloso di una mina (cit. Luttazzi) ed è sempre stato abbastanza prevedibile nelle sue sclerate. Rinnovo l’invito: se non ha niente da dire, non lo dica. Se si alza con la luna storta, si sfoghi in altro modo. E se ha qualcosa da dire alla stampa, si faccia intervistare. Sul serio e senza filtri. Lui come Casaleggio. Qualora accadesse, sappia però che i “tu non sei un giornalista” e i “fatti una fidanzata”, come grevemente detto giorni fa a Tommaso Rodano, non potrà permetterseli. Non è intoccabile e, se dice una cazzata, Il Fatto glielo farà notare. Grillo è davanti a un bivio: o diventa un po’ autocritico e combatte fianco a fianco con i suoi parlamentari, o si chiude nel bunker circondandosi di yesman in cerca d’autore e anzianominkia caricaturali. A lui la scelta.