Silvio Berlusconi va alla guerra, una volta per tutte. Nessuna trattativa, nessun dialogo, basta giochetti. Il Cavaliere va a dritto. Se ne frega di Angelino Alfano e di parte non irrilevante dei gruppi parlamentari del Pdl intenzionati a votare la fiducia al governo Letta. Presto per parlare di scissioni, ma – fino alla serata di martedì primo ottobre – al momento del voto il Popolo delle Libertà si dividerà in due: Berlusconi e i fedelissimi da una parte, Alfano e i “governisti” dall’altra. Il Cavaliere non cambia rotta, dunque: linea dura, senza paura. Una sfida non solo al Quirinale, non solo al presidente del Consiglio Enrico Letta a capo del governo delle larghe intese che Berlusconi ha voluto per primo, ma anche e soprattutto al proprio partito. Si misurerà: sarà, di nuovo, un referendum su di lui. Nel cul de sac si è infilato lui, d’altra parte: aveva obbligato i ministri a rassegnare le dimissioni e ancora prima i parlamentari a far firmare in bianco le dimissioni di massa. Dopo lo scatto d’orgoglio di Alfano e degli altri (Lupi, Quagliariello, Cicchitto) buona parte del partito ha lasciato le posizioni oltranziste di Berlusconi: l’ex presidente del Consiglio si è ritrovato in un vicolo cieco. O tirare a dritto (con il rischio di scissione del partito che si materializzerà in Parlamento) o fare una figura barbina e tornare sui suoi passi, perdendo totalmente la partita politica e l’autorevolezza nel partito (morente – il Pdl – o nascente – Forza Italia – che sia).

Il governo pone la questione di fiducia
Letta, da parte sua, aveva deciso in giornata di non prestarsi alle conseguenze della detonazione dei berlusconiani. Quindi nessun accordicchio, neanche qui: il governo porrà la questione di fiducia sul discorso che il presidente del Consiglio Enrico Letta terrà davanti alle Camere (si comincerà alle 9,30 del 2 ottobre al Senato). La linea è sempre la stessa: in questo modo “ogni scelta avverrà in Parlamento, alla luce del sole, senza ambiguità e ipocrisie e senza alcuna trattativa. Soprattutto sul principio di netta e totale separazione” tra governo e vicende di Silvio Berlusconi, come dice il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini. Una strada concordata con il capo dello Stato dopo l’ennesimo incontro al Quirinale. E’ il percorso “più limpido e lineare sulla base di dichiarazioni politico-programmatiche che consentano – spiega il Colle – una chiarificazione piena delle rispettive posizioni politiche e possano avere per sbocco un impegno non precario di sviluppo dell’azione di governo dalle prime scadenze più vicine agli obiettivi da perseguire nel 2014”.

Letta respinge le dimissioni dei ministri Pdl
Quindi, come prima cosa, il presidente Letta ha respinto le dimissioni dei ministri del Pdl. Un modo per rimandare la palla nel campo dei berlusconiani: è lì – dice Letta – che si devono sciogliere le contraddizioni. Berlusconi ha cercato la crisi, ma “sta perdendo perde politicamente, ma anche nel Paese” è l’interpretazione del segretario del Pd, Guglielmo Epifani. “Tutti hanno detto ‘no’ a questa crisi – ha proseguito – le associazioni di impresa, tutta l’opinione pubblica, la Chiesa, i direttori dei giornali. E Berlusconi perde anche in Europa. Gli attestati europei ed internazionali che arrivano a Letta da Obama al presidente francese alla cancelliera tedesca, ci dicono che Berlusconi perde anche fuori dall’Italia”. 

Il Pdl a un passo dalla scissione
Franceschini ha utilizzato la parola “trattativa” non a caso. Perché per tutta la giornata a Palazzo Chigi gli uscieri hanno girato come trottole: da Letta sono andati per un paio di volte Gianni Letta, poi i ministri dimissionari Alfano, Gaetano Quagliariello, Nunzia De Girolamo e Beatrice Lorenzin, Matteo Renzi, Fabrizio Cicchitto, Gianni Cuperlo. Proprio Alfano e Letta (nel senso dello zio) hanno fatto la spola per tutto il giorno tra la sede del governo e Palazzo Grazioli. Letta senior, perché da sempre è la figura del dialogo istituzionale tra Berlusconi e il resto degli interlocutori (dal Quirinale in giù). Alfano, per la partita tutta interna al partito oltreché per tenere in piedi l’esecutivo delle larghe intese. La trattativa del Cavaliere si fonderebbe su tre punti: un rimpasto di governo con la sostituzione di almeno due dei ministri dimissionari (si parla di Nunzia Di Girolamo e Beatrice Lorenzin, sostituite da esponenti del partito più ‘fedeli’ al Cavaliere e si fanno già i nomi di Francesco Nitto PalmaMariastella Gelmini), un patto su Iva e Imu, la riforma elettorale.

Giovanardi tra i “dissidenti”: “Abbiamo i numeri, votiamo la fiducia”
Il rischio di una scissione del Pdl in Parlamento certo metterebbe il partito davanti al bivio su cosa fare del proprio futuro (in pratica, con o senza Berlusconi) e soprattutto darebbe linfa per far proseguire il percorso del governo. Per sostenere questa tesi basterebbe, al momento, credere alle parole di Carlo Giovanardi: “Abbiamo i numeri, siamo anche più di 40 – dice – e siamo fermi nel voler mantenere l’equilibrio di governo. Per questo voteremo la fiducia. Il problema dei numeri, al massimo, è degli altri“. Così sono continuati i contatti tra le cosiddette “colombe” del Pdl per dar vita a dei gruppi autonomi e sostenere il governo Letta in dissenso da Berlusconi. Al di là delle adesioni, chi si sta occupando di organizzare la scissione, avrebbe già pronto il nome “Nuova Italia” con cui battezzare il nuovo soggetto politico.

Alfano: “Tutto il partito deve votare la fiducia”
Ma non è affatto tutto chiaro. Anzi. Quello di Alfano è parso un vero tiro alla fune che ha sempre tenuto insieme i destini del centrodestra con quelli del governo. Mentre esce una lettera di Berlusconi a Tempi (“Letta e Napolitano sono inaffidabili”) infatti lui non ha mosso un muscolo: “Rimango fermamente convinto che tutto il nostro partito domani debba votare la fiducia a Letta. Non ci sono gruppi e gruppetti”. Ma non è la linea di Alfano. Dietro di lui ci sono tutti i ministri che Berlusconi ha obbligato a dimettersi e larga parte degli eletti in Parlamento.

Vertice a Palazzo Grazioli. Senza Alfano
La foto della serata – che potrebbe rimanere nella storia degli ultimi anni – è quella che ha visto il vertice presieduto da Berlusconi a Palazzo Grazioli: non c’erano né Alfano né le cosiddette “colombe”, gli uomini del dialogo. C’erano invece i capigruppo di Camera e Senato Renato Brunetta e Renato Schifani e i coordinatori Denis Verdini e Sandro Bondi. Giusto Bondi aveva lasciato uno spiraglio: “A questo punto, pur essendo convinto che la cosa migliore sia sfiduciare questo governo, voterò la fiducia solo se me lo chiedesse il presidente Silvio Berlusconi. Nessun altro”. Ma da subito si è capito che il pericolo più grande è stato di perdere pezzi per strada: “Sono pronto a votare la fiducia e spero che il partito sia compatto” avverte Roberto FormigoniGianfranco Micciché, leader di Grande Sud, già a metà giornata non aveva mancato di definire quello di Alfano “un tradimento” che è un “atto di profonda viltà“.

Il controvertice dei ministri Pdl
C’era Micchichè a Palazzo Grazioli. Ma non Alfano: ha riunito i ministri da un’altra parte, a Palazzo Chigi. Un incontro di oltre due ore. L’orientamento sarebbe stato quello di attendere un esito – quasi insperato – del vertice della residenza di Berlusconi. Il vicepresidente del Consiglio voleva capire se fosse statp possibile arrivare a una convergenza sulla posizione espressa da Alfano, cioè votare la fiducia al governo Letta. Speranza finita a coriandoli.

Fonti Pdl: “Marina pronta a guidare il partito”
Le parole di quello che fino a una settimana fa pareva ambire al posto di delfino del Cavaliere (“Resto convinto che tutto il partito debba votare la fiducia”) suonavano come un’ultima chiamata e i falchi, per bocca di Bondi gli replicano senza giri di parole. Tanto che in queste ore sarebbe rispuntato con forza il nome di Marina Berlusconi per una discesa in politica. La presidente di Mondadori – secondo quanto hanno riferito fonti parlamentari del Pdl – ha deciso di scendere in campo “indignata dai troppi traditori” del partito e del padre.

Pronte le mozioni di sfiducia di 5 Stelle, Fratelli d’Italia e Lega Nord
Fa tutto il Pdl, insomma. Ma le opposizioni per non rischiare stanno lavorando a mozioni di sfiducia. Già ufficializzata quella del Movimento Cinque Stelle. “Davanti al teatrino di Pd-Pdl-Forza Italia è ora che si pronunci il Parlamento e mandi a casa il governo Letta. Il Movimento 5 Stelle voterà compatto contro il governo dell’inciucio” afferma Paola Taverna, capogruppo dei 5 Stelle al Senato. Se la mozione sarà depositata spetterà alla conferenza dei capigruppo la sua calendarizzazione nei lavori dell’Aula di Palazzo Madama. A un testo simile lavora anche la Lega Nord con il vicepresidente di palazzo Madama Roberto Calderoli. Anche Fratelli d’Italia sta raccogliendo le firme per una mozione di sfiducia.

Nessuna mozione, ma totale chiusura alle larghe intese da Sinistra Ecologia e Libertà: “Sia ben chiaro a tutti: noi voteremo contro qualunque riedizione delle larghe intese. Quell’esperienza è fallita e qualsiasi lifting è una prospettiva inaccettabile” dice Nichi Vendola. Il leader di Sel ha incontrato Letta a Palazzo Chigi a cui ha ribadito il proprio no alle grandi coalizioni. “Non faremo da stampella” chiarisce il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore.

Letta incassa il sostegno di Renzi
Nel complicato momento politico in corso Letta incassa però il sostegno di Matteo Renzi. Un passaggio importante nella partita che Letta sta giocando e necessario al presidente del Consiglio a dimostrare di avere dietro di sé un Pd unito a sostenerlo. Il sindaco di Firenze ha pranzato a Palazzo Chigi e, secondo quanto apprendono le agenzie, ha ribadito al premier l’intenzione di essere leale e responsabile nei suoi confronti. Non ci saranno trucchi o trabocchetti, avrebbe assicurato a Letta. Ma anche un via libera ad un’operazione, quella di rompere il fronte pidiellino, che avrebbe una portata storica, come si riconosce dal fronte renziano. Ipotesi che si fa sempre più concreta.

Monti: “No a maggioranze raffazzonate”
Il presidente di Scelta Civica e ex presidente del Consiglio Mario Monti stimola i berlusconiani più inclini al dialogo e rompere gli indugi: “Mi rivolgo ai moderati italiani del Pdl e li invito a una riflessione – dichiara Monti – si tratta di scegliere se andare avanti a sostenere le posizioni personali di un leader che oggi pone i suoi interessi a discapito dell’interesse del Paese. Mi rivolgo ai deputati del Pdl che si riconoscono nel Ppe che si auspicava che l’Italia seguisse la politica delle riforme della legge di stabilità. Ecco a questi deputati se seguono la volontà di Berlusconi sono contrari al Ppe e consegnano l’Italia alle grandi potenze europee”. Il Professore tuttavia chiarisce: “Il governo Letta vada avanti non con una prospettiva raffazzonata ma vada avanti recuperando maggiore slancio. Questo uscirà se ci sarà un voto responsabile”.

Fuoriusciti M5S: “Voteremo la fiducia”
Intanto spuntano altri senatori che potrebbero essere messi nel conto per il voto di fiducia al senato. Sono i fuoriusciti del gruppo del Movimento Cinque Stelle. A nome di tutti parla Adele Gambaro (espulsa dal M5S): “Dopo una riunione che abbiamo svolto, abbiamo deciso che ascolteremo Letta e dovremmo dare la fiducia – ha detto a SkyTg24 – Ci interessava che nel programma ci fosse qualche nostro punto programmatico come la riforma della legge elettorale e quindi dovremmo dare la fiducia”. Gli altri senatori del gruppo misto che sarebbero intenzionati a votare la fiducia sono Marino Mastrangeli, Fabiola Anitori e Paola De Pin. Mastrangeli (altro espulso per la nota vicenda della partecipazione ai talk show) conferma: “Coerentemente con quello che ho sempre detto e pensato politicamente, mi aspetto che domani Letta metta nella sua agenda di governo almeno una parte del programma dei 5 Stelle. A quel punto, sarà un dovere votargli la fiducia. Io continuo ad essere un 5 Stelle nessuno potrà mai sottrarmi la mia appartenenza al Movimento e l’unico vincolo di mandato che ho è la realizzazione del programma M5S”. Dunque, “giusto dare a Letta la fiducia, salvo revocargliela se non manterrà la parola data”. “L’unico interesse primario per questi ex di lusso – ha commentato il vicepresidente di Montecitorio Luigi Di Maio – è salvare la poltrona. A tutti i costi”