“Pur comprendendo tutti i rischi che mi assumo, ho scelto di porre un termine al governo Letta”. Così Silvio Berlusconi, in una lettera a ‘Tempì, che sarà pubblicata nel prossimo numero del settimanale in edicola da giovedì 3 ottobre. Il direttore del settimanale Tempi, Luigi Amicone, ha spiegato di aver ricevuto oggi il documento: “Mi è stata recapitata via mail oggi, alle ore 15.03″. L’ex primo ministro invoca le urne, come già fatto due giorni fa intervenendo telefonicamente alla festa di compleanno organizzata dai militanti della Campania. “Quando lo Stato si fa padrone illiberale e arrogante mentre il governo tace e non ha né la forza né la volontà di difendere la libertà e le tasche dei suoi cittadini, allora è bene che la parola ritorni al nostro unico padrone: il popolo italiano.

“Ho scelto la via del ritorno al giudizio del popolo – sostiene l’ex premier condannato in via definitiva per frode fiscale in Cassazione e indagato in diverse inchieste – non per i ‘miei guai giudiziari’ ma perché si è nettamente evidenziata la realtà di un governo radicalmente ostile al suo stesso compagno di cosiddette ‘larghe intese’. I settori politicizzati della magistratura sono pervenuti a un’incredibile, ingiusta perché infondata, condanna di ultima istanza nei miei confronti. Ed altre manovre persecutrici procedono in ogni parte d’Italia”.  

Il leader del Pdl indica il presidente del Consiglio e il capo dello Stato come suoi killer politici: “Enrico Letta e Giorgio Napolitano avrebbero dovuto rendersi conto che, non ponendo la questione della tutela dei diritti politici del leader del centrodestra nazionale, distruggevano un elemento essenziale della loro credibilità e minavano le basi della democrazia parlamentare. Come può essere affidabile chi non riesce a garantire l’agibilità politica neanche al proprio fondamentale partner di governo e lascia che si proceda al suo assassinio politico per via giudiziaria? Il Pd (compreso Matteo Renzi) ha tenuto un atteggiamento irresponsabile soffiando sul fuoco senza dare alcuna prospettiva politica. Resistere per me è stato un imperativo morale che nasce dalla consapevolezza che senza il mio argine, che come è evidente mi ha portato ben più sofferenze che ricompense, si imporrebbe un regime di oppressione insieme giustizialista e fiscale. Per tutto questo, pur comprendendo tutti i rischi che mi assumo, ho scelto di porre un termine al governo Letta”. 

L’ex primo ministro rivendica anche di non aver partecipato ad alcune vicende che hanno coinvolto importanti aziende come l’Ilva e società come Telecom: “Berlusconi non è uno di quegli imprenditori fasulli che ha chiuso fabbriche o ha fatto a spezzatini di aziende per darsi alla speculazione finanziaria. Berlusconi non è uno di quelli che hanno spolpato Telecom o hanno fatto impresa con gli aiuti di Stato. Di quanti casi Ilva è lastricata la strada che ci ha condotto nell’inferno di una Costituzione manomessa e sostituita con le carte di un potere giudiziario che ha preso il posto di parlamento e governo? Hanno ‘rovesciato come un calzino l’Italia – aggiunge – come da programma esplicitamente rivendicato da uno dei pm del pool di Mani Pulite dei primi anni Novanta, ed ecco il bel risultato: né pulizia né giustizia. Ma il deserto”.