Londra è in possesso di nuove prove sull’utilizzo di armi chimiche a Damasco. E’ il primo ministro britannico David Cameron a spiegare in un’intervista alla Bbc, che “campioni sono stati esaminati” da esperti nei laboratori di Porton Down, in Inghilterra. Il Parlamento aveva bocciato per una manciata di voti l’intervento – a fianco degli Usa – del Regno Unito. Una notizia questa che accelera ulteriormente il dibattito in una giornata caratterizzata dall’impegno di Papa Francesco e l’inizio del G20 a San Pietroburgodopo l’intervento di ieri di Barack Obama da Stoccolma. La Russia, che con il presidente Vladimir Putin ha più volte ribadito l’ostilità a qualsiasi azione in Siria, “continua a tenere il Consiglio di Sicurezza ostaggio. Non c’è nulla nel commento del presidente russo Putin che lasci pensare che ci sia una via da seguire all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu” ha detto fuori dall’aula dei Quindici l’ambasciatrice americana all’Onu Samantha Power replicando all’affermazione del presidente russo che si potrebbe tornare all’Onu se ci saranno prove certe sull’uso di armi chimiche da parte di Damasco. Prove di cui parla Cameron.

“Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve assumersi le sue responsabilità e agire. Ciò che abbiamo imparato è che l’organizzazione di cui il mondo ha bisogno per affrontare la crisi siriana non è quella che abbiamo visto finora – ha proseguito Power – E’ nel nostro interesse, e nell’interesse di tutti i membri delle Nazioni Unite rispondere in maniera decisa a questo orribile attacco”.  ”L’uso delle armi chimiche non rappresenta una linea rossa solo per l’America, ma per tutto il mondo: 189 Nazioni, ossia il 98% dei Paesi del pianeta e tutti i membri del Consiglio di Sicurezza Onu, sono d’accordo che il loro utilizzo è aberrante- Lo stesso segretario generale – ha aggiunto – ritiene che le armi chimiche non devono diventare lo strumento di guerra e il terrorismo del 21esimo Secolo“.

La lettera del Papa

Papa Francesco ha preso carta e penna e ha scritto alle potenze mondiali del G20 per chiedere la fine del massacro in Siria e scongiurare un attacco militare. Nel giorno più difficile a livello diplomatico, il pontefice cerca il contatto con la politica. Intanto a San Pietroburgo sfilano i capi di Stato e le tensioni degli ultimi giorni si concretizzano tra dichiarazioni e tentativi di distensione. La Casa Bianca chiede che Assad venga ritenuto responsabile per l’utilizzo di armi chimiche, mentre la Russia pretende ancora prove e mette in guardia sul rischio di catastrofe nucleare. “La preoccupazione”, ha commentato il primo ministro italiano Enrico Letta, “è molto alta. Nessuna freddezza con gli Usa, ma senza l’avvallo dell’Onu noi restiamo fuori dal conflitto”. Putin in apertura dei lavori ha proposto di discutere nella cena di stasera la crisi siriana. L’Europa ha chiesto una soluzione politica, ma gli Stati Uniti insistono: “”le violazioni”, ha detto il consigliere Ben Rodhes, “delle norme internazionali poste in essere dal regime di Assad con l’uso di armi chimiche richiedono una risposta militare”. 

Bergoglio ha scritto alle potenze mondiali ricordando che “nella vita dei popoli, i conflitti armati costituiscono sempre la deliberata negazione di ogni possibile concordia internazionale, creando divisioni profonde e laceranti ferite, che richiedono molti anni per rimarginarsi. Le guerre costituiscono il rifiuto pratico a impegnarsi per raggiungere quelle grandi mete economiche e sociali, che la comunità internazionale si è data”. Il Papa ha avvertito che “è un dovere morale di tutti i governi del mondo favorire ogni iniziativa, volta a promuovere l’assistenza umanitaria a coloro che soffrono a causa del conflitto dentro e fuori dalla Siria”. Poche ore prima, secondo il quotidiano argentino El Clarin, il pontefice avrebbe parlato al telefono con il presidente siriano Bashar al Assad, ma il Vaticano ha smentito ogni contatto. Dall’inizio dei venti di guerra, Bergoglio si sta mobilitando per chiedere una soluzione diplomatica. Le notizie sono trapelate nel giorno in cui il Papa incontrerà tutti i diplomatici presenti in Vaticano per spiegare la propria posizione sull’eventuale conflitto. 

Il G20 a San Pietroburgo
Contemporaneamente in Russia comincerà nel pomeriggio il G20, summit delle venti potenze mondiali. E la tensione tra dichiarazioni e commenti continua a crescere. “La preoccupazione italiana sulla questione è al massimo”, ha dichiarato il primo ministro Enrico Letta, “questa è “l’ultima occasione perché sulla Siria si trovino soluzioni negoziate e politiche. Bisogna prendere sul serio la lettera del Papa sono cose importanti. Il premier ha espresso “comprensione” nei confronti dell’atteggiamento di Obama sulla Siria, ma ha ribadito, senza un avallo delle Nazioni Unite l’Italia è “impossibilitata” a intervenire: “Nonostante questo, non abbiamo nessuna intenzione di strappare l’alleanza che confermiamo strategica con gli Stati Uniti”. A invocare una soluzione diplomatica è stato anche Herman Van Rompuy, presidente del consiglio europeo: “Sulla Siria non c’e’alcuna soluzione militare, esiste solo una soluzione politica”.  Atteso l’intervento del presidente Usa Barack Obama che, fa sapere la Casa Bianca, “spiegherà agli alleati e ai partner nel G20 la sua posizione ed esplorerà quale tipo di sostegno politico e diplomatico essi possano dare ai nostri sforzi di ritenere il regime siriano responsabile”. E a Putin che chiede ancora prove, rispondono: “Non vogliamo un dibattito senza fine. Ognuno ha potuto vedere con i suoi occhi quello che è accaduto il 21 agosto scorso e non vogliamo prendere in considerazione teorie non plausibili”.

Tensioni che si concretizzeranno intorno allo stesso tavolo durante il G20, quando si ricreerà la spaccatura che da giorni divide i leader favorevoli e contrari all’azione militare contro Damasco. I presidenti Usa Barack Obama, russo Vladimir Putin e francese François Hollande, il segretario generale Onu Ban Ki-moon, il premier turco Recep Tayyip Erdogan, il premier italiano Enrico Letta, il principe saudita Saun Al Faisal al Saud, tra gli altri. Intanto la nave Andrea Doria è partita alla volta del Libano con un equipaggio di 195 tra ufficiali, sottufficiali e marinai. Il suo armamento, fa sapere lo stato maggiore, “è orientato principalmente a contrastare la minaccia aerea e missilistica”, cosa che “la rende idonea ad assolvere numerose tipologie di missione, in particolare quelle riferite alla protezione di formazioni navali e forze schierate a terra, al contrasto delle unità subacquee e di superficie; al concorso ad operazioni anfibie e controllo del traffico mercantile”.

Iran: “Attacco chimico è solo un pretesto per l’attacco militare alla Siria”
A difendere la Siria, resta uno dei suoi principali alleati, ovvero l’Iran. “Il presunto ricorso alle armi chimiche”, ha affermato l’ayatollah Ali Khamenei e Guida suprema della rivoluzione in Iran, Paese principale alleato di Damasco, “da parte del regime siriano è soltanto un “pretesto” per attaccare militarmente la Siria”. Posizione confermata dal generale Qassem Suleimani, comandante della ‘Niru -ye Quds’, unità speciale dei Guardiani della Rivoluzione, i pasdaran: ” L’obiettivo degli Stati Uniti non è tutelare i diritti umani, bensì distruggere il fronte della resistenza a Israele. Noi appoggeremo la Siria fino alla fine”.

Russia: “Rischio catastrofe nucleare”
Sul fronte della difesa, il Cremlino fa sapere che manderà a breve una richiesta ufficiale all’Aiea (Agenzia nucleare per l’energia atomica) per valutare eventuali rischi nucleari in caso di un raid statunitense. Lo dice una fonte diplomatica russa a Vienna. Il ministero degli Esteri russo, per bocca del portavoce, Alexander Lukashevich, ha messo l’Aiea in guardia sui rischi di una catastrofe nucleare se ci fosse l’intervento militare in Siria. In una nota ha scritto che un attacco su un reattore miniaturizzato vicino a Damasco e su altri impianti potrebbe contaminare la regione con radioattività. “Le conseguenze sarebbero catastrofiche”, si dice nella nota. La portavoce dell’Aiea ha dichiarato in una email inviata ad Associated Press che l’agenzia è pronta a “considerare le questioni sollevate” da Lukashevich, se questi invierà una richiesta formale a farlo. 

“Le accuse contro la Russia in relazione a forniture di armi di distruzione di massa alla Siria sono balle”, ha detto intervenendo al G20 di San Pietroburgo Sergei Ivanov, capo dell’amministrazione del presidente russo, Vladimir Putin. Il 4 settembre durante un’audizione al Congresso il segretario alla Difesa statunitense, Chuck Hagel, ha detto che la Russia insieme ad altri Paesi fornisce armi chimiche al regime del presidente siriano Bashar al-Assad. Ivanov, che precedentemente ha presieduto la commissione parlamentare per la non diffusione di armi di distruzione di massa, si è detto certo al cento percento del fatto che la Russia non abbia mai effettuato simili forniture alla Siria. Ha sostenuto che le accuse di Hagel rappresentino un tentativo di imporre un’idea sbagliata alle persone poco esperte in materia. Tuttavia Ivanov non ha escluso l’uso di armi chimiche in Siria, ma ha espresso dei dubbi sulla possibilità che tale uso fosse stato fatto dal regime di Assad. “Logicamente pensando, non sarebbe ragionevole farlo “, ha detto il capo dell’amministrazione di Putin. In caso di un intervento militare la Russia non fornirebbe alla Siria sistemi antimissilistici, perché a questo punto non avrebbe alcun senso, ha aggiunto il funzionario.  Per quanto riguarda il rafforzamento della presenza della Marina russa nel Mediterraneo, è mirato ad un’eventuale evacuazione dei civili russi presenti sul territorio siriano, ha dichiarato Ivanov. Un comunicato del ministero degli Esteri russi rende noto che lunedì prossimo, 9 settembre, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov incontrerà a Mosca, Walid Muallem, vicepremier e titolare del dicastero degli esteri in Siria.

Cina: “L’attacco avrebbe un impatto negativo sull’economia globale”
La Cina nel frattempo mette in guarda le altre potenze mondiali sui rischi economici globali di un eventuale intervento militare in Siria. Il vice ministro alle Finanze di Pechino Zhu Guangyao ha dichiarato, parlando a San Pietroburgo, che una “simile azione militare avrebbe certamente un impatto negativo sull’economia globale, specialmente sul prezzo del petrolio”. Il vice ministro, che si trova in Russia in vista del summit del G20, ha citato le stime secondo cui un aumento di 10 dollari del prezzo del petrolio potrebbe far calare la crescita globale dello 0,25%. Ha poi chiesto una soluzione negoziata dall’Onu in relazione alla responsabilità dell’uso di armi chimiche da parte del regime di Damasco contro il suo popolo, dicendo di sperare che “la bilancia economica mondiale diventi più stabile, invece che più complessa e più carica di sfide”.