Gli Stati Uniti sono pronti ad attaccare la Siria da soli se necessario. La conferma arriva direttamente dal segretario di Stato, John Kerry, che ribadisce quanto già emerso come indiscrezione nei giorni scorsi: gli Usa pensano ad un intervento “limitato, senza alcuna invasione” e “agiranno secondo i propri tempi e interessi”. Motivando così la decisione che il presidente Obama non ha ancora preso, ma che a questo punto pare sempre più probabile: “E’ in gioco la credibilità degli Usa. Siamo stanchi della guerra ma abbiamo delle responsabilità nei confronti del mondo. Anche non far nulla avrebbe delle conseguenze. Assad è un criminale e un assassino“.

Lo schiaffo del parlamento inglese al primo ministro David Cameron, con la bocciatura per 13 voti della mozione per un intervento in Siria, pare dunque non fermare la Casa Bianca. E in Europa anche François Hollande ribadisce in un’intervista a Le Monde che il no britannico non cambia la posizione della Francia, determinata a intervenire in Siria. Ma un altro brusco stop arriva proprio dall’Italia: “Una soluzione militare non esiste”, ha detto il ministro degli esteri Emma Bonino. “Corriamo il terribile rischio di una deflagrazione addirittura mondiale“.

“Si parla di azione limitata – spiega la titolare della Farnesina – ma è chiaro che tutti cominciano come attacchi mirati, senza un mandato dell’Onu la Siria ovviamente reagirà, ovviamente non è Belgrado e dobbiamo temere come possano reagire Hezbollah, Russia e Iran. Insomma, da un conflitto drammatico e terribile corriamo il rischio di una deflagrazione addirittura mondiale“. “Quello che è in corso in tutta quella parte del mondo è uno scontro micidiale nell’intera famiglia musulmana e all’interno della famiglia sunnita”. “Quindi – ha precisato – ci troviamo di fronte ad una complessità che va analizzata”, che “aggiunge allo scontro tradizionale sunniti-sciiti uno scontro micidiale all’interno della famiglia sunnita. Risultato: il tutto è una vera polveriera, a volte non è proprio saggio buttare dei fiammiferi in una polveriera”. E quasi a sostegno dei timori del ministro, l’Iran ha annunciato che domani manderà il presidente della commissione Affari Esteri e Sicurezza nazionale, Alaeddin Borujerdi, in visita a Damasco in segno di “sostegno” all’alleato siriano. A proposito delle divisioni in Europa, invece, Bonino ha aggiunto che “sarebbe stato opportuno una consultazione preventiva fra gli stati membri”. E sulla posizione diplomatica dell’Italia ha ribadito: “Se ci sarà un mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, certamente ci sarà un passaggio parlamentare“. “Il governo – ha precisato – assumerà ovviamente le sue iniziative, le sottoporrà di tutta evidenza ad un vaglio parlamentare. Questo dice il nostro sistema e questo dice anche il buon senso politico”. “Credo – ha concluso – che per assumere questo tipo di responsabilità è bene che sia con l’appoggio dell’intero parlamento”. Il ministro della Difesa Mario Mauro ha comunque confermato che “la posizione del Governo Letta è quella tradizionale di amicizia con i nostri alleati, soprattutto con gli americani”. Sulla stessa onda anche il premier Enrico Letta: “Tra Assad e Obama e la Francia non avremo difficoltà a scegliere da che parte stare”. 

Gli Usa, però, sembrano sempre più decisi ad intervenire. In serata è il segretario di Stato, John Kerry, a lanciare pesanti accuse al regime di Assad: “I missili provengono da zone sotto il controllo del regime. E un alto esponente del governo ha confermato che sono state utilizzate armi chimiche. Sappiamo che con i gas sono stati uccise 1429 persone civili, tra cui almeno 426 bimbi“. “Assad ha cercato più volte di distruggere le prove dell’uso di armi chimiche”, ha aggiunto Kerry, secondo cui a questo punto “è in gioco la credibilità e la sicurezza degli Stati Uniti”. “Dobbiamo valutare i rischi del non fare nulla: qualsiasi cosa facciamo, o non facciamo, avrà conseguenze sulla nostra sicurezza nazionale. L’Iran potrebbe imbaldanzirsi a procurarsi armi nucleari se non interveniamo per fermare Damasco”, ha spiegato. ”Dopo dieci anni di guerra l’America è stanca della guerra. Anch’io. Ma abbiamo le nostre responsabilità nei confronti del mondo”. Qualunque decisione prenderà Obama – ha comunque assicurato Kerry – “non somiglierà a quelle sull’Iraq e Afghanistan e neanche a quelle sulla Libia”.

Parole impegnative, che lasciano presagire un intervento. Un’eventuale misura, comunque, sarà presa solo dopo che gli esperti dell’Onu lasceranno la Siria, ossia sabato. Il capo del Pentagono Chuck Hagel ha annunciato da giorni che le forze Usa sono “pronte ad andare”, se il presidente Obama ordinerà un’azione militare in Siria.

E mentre il lavoro degli esperti delle Nazioni Unite continuano, il regime chiede trasparenza e completezza: “La Siria respinge ogni risultato parziale sul presunto uso di armi chimiche presentato dall’Onu prima che gli ispettori abbiano concluso la loro missione”, ha detto il ministro degli Esteri siriano Walid al Muallim. L’Onu ha comunicato che nessuna conclusione potrà essere tratta dalla missione fino a quando non si avranno i risultati dei test scientifici. Test che saranno fatti “il più rapidamente possibile, fatte salve le condizioni necessarie a non compromettere la scientificità degli esami”. Il rapporto, comunque, dirà se le armi sono state usate, non da chi – specificano i commissari. 

Sul fronte degli “interventisti” si colloca come detto anche la FranciaHollande ha affermato di non escludere raid aerei prima di mercoledì, data in cui si riunirà il Parlamento in seduta straordinaria per un dibattito sulla Siria. “Un insieme di indizi – sottolinea Hollande – va nel senso della responsabilità del regime di Damasco”. In Europa, però, dopo il no del parlamento britannico e le dichiarazioni del ministro italiano Bonino, la frattura è sempre più evidente. “Mosca è contraria a qualsiasi risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che possa essere usata per un’azione di forza contro la Siria”, ha affermato il viceministro degli esteri Ghennadi Gatilov. A lavorare su una soluzione di compromesso con la Russia resta quindi Angela Merkel, che spera ancora in un accordo e di poter trovare una posizione comune in Consiglio.