«Presidio», «Adunata», «Mobilitazione dei reggimenti attivi»: l’Esercito di Silvio e le superstiti strutture del Pdl chiamano alla mobilitazione per difendere il leader utilizzando una terminologia nordcoreana che fa ridere e piangere al tempo stesso.

Vent’anni fa il berlusconismo debuttò sull’onda di formule associative morbide: i Club della Libertà e i Circoli del Buongoverno, termini molto british, molto liberal, che sostituivano le vecchie e brusche denominazioni della politica (la sezione, la cellula, l’attivo di fabbrica) con parole a misura di “moderato”. Fu (anche) una piccola rivoluzione antropologica: dai jeans dell’attivismo d’antan al doppiopetto della nuova politica e al suo rassicurante vocabolario.

Il salto dal blazer alla mimetica a cui assistiamo in questi giorni è una svolta imprevista e tragicomica. Un pò Fantozzi va alla guerra e un po’ Vogliamo i Colonnelli. E conferma la irrisolta natura totalitaria del berlusconismo, che a modo suo – un modo sconclusionato e cialtronesco – fa il verso agli epiloghi di ben altri drammi storici, ben altre cadute degli dei, dove c’è sempre un bunker, il mito di un’arma segreta  nel cassetto, una estrema distribuzione di fucili e medaglie, una Saigon o una Tikrit da cui far partire l’impossibile riscossa. La chiamata alle armi e l’arruolamento dei più fragili e dei più emotivi sono l’atto finale di tutte le guerre perse. Poi, di solito, i capi se ne vanno in elicottero e i soldati semplici restano a naso in su, chiedendosi dove hanno sbagliato.