Il ministro Angelino Alfano sta cercando di cavarsela con i classici capri espiatori. Piccoli e ingiustificati, come la funzionaria che ha firmato il decreto di espulsione o i dirigenti che hanno guidato la perquisizione e poi la gestione della pratica all’ufficio immigrazione, che riguardava la signora Alma Shalabayeva. O più grandi, e molto più giustificati, come il prefetto Giuseppe Procaccini, capo di gabinetto di Alfano, regista di questa sgangherata rendition all’italiana, o come Alessandro Valeri, capo della segreteria del Dipartimento di pubblica sicurezza, che non è stato in grado di ostacolarla. Procaccini e Valeri sono vicini alla pensione che dovrebbe accoglierli fra l’ottobre 2013 (Valeri) e aprile 2014 (Procaccini) e chissà se per fedeltà alle istituzioni non accettino di offrire la loro testa al responsabile politico di questa storia. 

Intanto il premier Enrico Letta promette: “Chi ha sbagliato pagherà”: “Faremo piena luce e arriveremo infondo, anche dal punto di vista delle sanzioni. E dunque chi ha sbagliato ne risponderà. I tempi sono brevi: in un paio di giorni dovrebbe arrivare la relazione del capo della polizia Pansa e i colpevoli ‘identificati’: “Mi aspetto che la relazione del capo della Polizia arrivi prestissimo – aggiunge il premier – e sono sicuro che sarà in linea con quella total disclosure che abbiamo imposto sulla vicenda”. Dello stesso tenore è la ricostruzione di un Alfano “furibondo”: “Salteranno molte capocce – sono le parole pubblicate dal Giornale – si fermeranno molte carriere. Chi mi ha ingannato deve pagare”. Oltre a Procaccini e Valeri, altre sono le teste che potrebbero saltare: il questore di Roma Fulvio della Rocca, il capo della Mobile Renato Cortese, il capo dell’ufficio immigrazione Maurizio Improta e persino quella del prefetto Pecoraro che ha materialmente firmato il provvedimento di espulsione. Tutti quelli, insomma, che hanno avuto un ruolo nella rendition. Eppure, nonostante ciò, Alfano continua a non essere tranquillo. E non solo per la richiesta di dimissioni che gli piove in testa dalle colonne di Repubblica o dai banchi del Movimento 5 Stelle. Ma anche, e soprattutto, per l’indebolimento politico di fronte ai notabili Pdl – Bondi, Verdini e Santanchè in testa – che ora potrebbero contestargli apertamente il doppio ruolo di segretario del partito e responsabile del Viminale. In un momento politico, peraltro, in cui l’insofferenza dell’ala dura Pdl alla coabitazione con il Pd si fa sempre più forte man mano che si avvicina la scadenza della Cassazione su Berlusconi e sulla vicenda Mediaset

Di certo se si ripercorrono i fatti, Alfano non può cavarsela sostenendo di essere stato ingannato e di volere la verità sui responsabili perché il primo responsabile, quanto meno per omesso controllo, è lui. La novità di ieri, rivelata da Corriere della Sera e Repubblica, è che l’ambasciatore kazako Adrian Yelemessov ha partecipato il 28 maggio a un incontro con Procaccini e Valeri nel quale ha chiesto l’arresto di Mukhtar Ablyazov dopo aver contattato proprio Alfano. Dopo l’incontro con Procaccini e Valeri, succedono due cose: l’ambasciatore, informato del fatto che è necessaria una nota dell’Interpol che stimoli la cattura, la ottiene in poche ore, così come, grazie al questore di Roma La Rocca, un appuntamento con il capo della Mobile, Renato Cortese. La scena che vi descriviamo non sarebbe stata possibile se a monte di tutto ciò non ci fosse stato un contatto fra il diplomatico e il ministro dell’Interno. Yelemessov varca il portone di San Vitale e all’uomo che ha catturato Provenzano chiede di fare il bis con Ablyazov, dipinto da lui come un pericolossimo ricercato internazionale per truffa, riciclaggio e altre nefandezze. Ma il dirigente della Mobile sa bene che non si può procedere a un arresto, solo perché gradito da un paese caro alle gerarchie del ministero dell’Interno. Poco dopo però arriva la nota dell’Interpol. Il latitante si trova in via Casal Palocco. Nella notte scatta l’operazione. Infruttuosa: il ricercato non c’è.

In compenso viene fermata per accertamenti e portata al Cie la moglie Alma. Ma non finisce qui. Il 31 maggio, e questo dà il senso dell’interesse del governo kazako a prendere il latitante-dissidente giunge una seconda nota dell’Interpol proveniente dalla capitale kazaka, c’è scritto che Ablyazov potrebbe essere nascosto in un bunker segreto scavato sotto terra. La Mobile il 31 maggio alle 6 di mattina rimette a soqquadro la villa, porta in questura due vigilantes assunti per proteggere la figlia del miliardario, poi anche il cognato della signora Alma e infine anche la piccola Alua che viene consegnata alla mamma a Ciampino. Alle 19 decollano verso il loro nemico kazako.

Oggi tutto questo sembra un accanimento dei poliziotti contro la famiglia di un dissidente ma il 31 maggio nessuno aveva spiegato ai funzionari della Mobile, della Digos e dell’Immigrazione, chi fosse davvero Ablyazov. Quella mattina gli agenti si presentarono con un geo radar, un sofisticato apparecchio che permette di rilevare la presenza di latitanti nel sottosuolo. Solo con l’assenza di informazioni di chi aveva avviato quell’operazione si può spiegare l’assurdo comportamento dei funzionari. Allo stesso modo gli uomini della polizia dell’Immigrazione guidati da Maurizio Improta erano convinti di avere a che fare con la moglie di un criminale pericoloso e che per di più circolava con un passaporto che secondo la polizia di frontiera era stato falsificato.

In questa tragica commedia degli equivoci la signora Alma evitava in tutti i modi almeno nelle prime ore del suo trasferimento presso il Cie di rivelare chi fosse il marito e le ragioni della sua presenza in Italia. Sventolava il passaporto della Repubblica Centroafricana come uno scudo. Solo dopo essere stata rimpatriata a forza la sua difesa ha inviato finalmente i documenti che attestavano il permesso di soggiorno in Gran Bretagna per asilo politico e in Lettonia per ragioni di lavoro. E solo poche ore prima del decollo da Ciampino sono arrivati sul tavolo del giudice di pace, della Procura e dell’Ufficio della polizia del-l’Immigrazione i fax degli ambasciatori della Repubblica Centroafricana a Ginevra e Bruxelles che attestavano lo status di diplomatico della signora. Probabilmente il sostituto procuratore Albamonte avrebbe potuto fermare il rimpatrio di Alma e di sua figlia Alua se avesse dato più credito a quei fax e alle parole degli avvocati della famiglia di Ablyazov. E probabilmente anche il ministero degli Esteri – che ieri ha ribadito di avere informato il 2 giugno direttamente Alfano e Letta e di non aver competenza sulle espulsioni – ha le sue colpe; quando la polizia dell’Immigrazione chiese notizie sullo status di diplomatico presso il Centrafrica della signora Alma, gli Esteri risposero che risultava solo una pratica per farla diventare console onorario ma di un altro stato, il Burundi.

In quel fascicolo però non c’era nessuna informazione su chi fosse davvero Alma, e soprattutto suo marito. Quello che è mancato a tutti gli uffici che hanno avuto a che fare con questa storia è la consapevolezza dell’importanza politica di questo rimpatrio. Le uniche persone che erano consapevoli dell’interesse politico di uno stato straniero all’arresto del miliardaro kazako erano Alfano e il suo capo di gabinetto. Eppure nessuno al Viminale ha pensato a chiedere una informativa o a fare almeno uno straccio di telefonata ai Servizi che avrebbero potuto in poco tempo chiarire il senso di quello che l’Italia stava facendo fra Casal Palocco e Ciampino

da il Fatto Quotidiano del 15 luglio 2013 – aggiornato da Redazione web alle 9.30