Con un comunicato del 3 luglio, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della riforma delle province attuata dal governo Monti con i decreti “Salva Italia” e “Spending Review”. A dispetto delle numerose voci contrarie che si sono sollevate all’annuncio della bocciatura del riordino delle province, la pronuncia del 3 luglio ha il merito di reindirizzare la riforma delle province sul giusto binario. Infatti, la motivazione indicata nel comunicato (in attesa della pubblicazione della sentenza) mostra come la Corte rigetti il riordino per via dello strumento adottato dal governo, il decreto legge, da utilizzare solo per “fronteggiare casi straordinari di necessità ed urgenza”.

In effetti, i due decreti legge presentavano profili macroscopici di incostituzionalità precisamente per questo utilizzo improprio: un ente con copertura costituzionale non poteva essere eliminato con decreto, poi trasformato in legge ordinaria. A questa bocciatura il governo Letta, con il ministro per le Riforme Costituzionali Gaetano Quagliariello, ha immediatamente risposto con la presentazione di un disegno di legge costituzionale in tre articoli, che punta all’abolizione delle province e alla ripartizione delle funzioni da esse svolte in un successivo momento. Dunque, sembra che il governo abbia recepito sia le indicazioni della Consulta, con la presentazione dello strumento giuridico adeguato per la riforma della province, che i suggerimenti provenienti da più parti sull’abolizione totale delle province (e non su un semplice riordino).

Alcune considerazioni su questi ultimi sviluppi della vicenda delle province si impongono. In primo luogo, occorre notare come l’intervento della Corte Costituzionale aiuti a far rispettare le prerogative del Parlamento, che deve operare in cooperazione con il governo, con una sana dialettica tra istituzioni e senza subire le iniziative dell’esecutivo tramite decreto legge per qualsiasi necessità o urgenza rilevata. Una riforma costituzionale non è infatti materia da regolare con uno strumento caratterizzato proprio dalla velocità della redazione e dell’approvazione, con l’evidente rischio di produrre soluzioni pasticciate – senza considerare il fatto che un ente con copertura costituzionale può essere abolito, come già detto, solo con legge costituzionale.

In secondo luogo, è bene riflettere sul nuovo disegno di legge del governo. La soluzione consistente nell’abolizione delle province interviene improvvisamente, con un’iniziativa isolata che va a condizionare il lavoro della commissione di saggi incaricata di presentare proposte di riforma dell’ordinamento complessivo dello Stato, province incluse. Inoltre, il nuovo testo, se approvato, farebbe “scendere di grado” le città metropolitane, la cui istituzione e le cui funzioni saranno attribuite con legge ordinaria. A questo punto, a cosa servono i saggi, se il governo è in grado di presentare autonomamente proposte sulle questioni istituzionali al Parlamento?

Infine, il rapporto costi-benefici derivante dall’abolizione delle province (sul quale si rimanda a questo nostro lavoro del Febbraio scorso) è tutto da verificare. Se infatti risulta evidente come sia impossibile trarre da questa misura dei fantomatici risparmi per l’ammontare di 17 miliardi di euro l’anno (il costo totale delle province nel 2011 è stato di 11 miliardi!), i vantaggi sul bilancio pubblico sono ambigui. Dato che il personale impiegato dagli enti provinciali sarebbe mantenuto, e le funzioni delle province verrebbero ridistribuite tra comuni e regioni, il risparmio deriverebbe solo dai costi della politica, stimati dalla relazione tecnica a un disegno di legge del Maggio 2012 (A.C. 5210) in 317 milioni di euro. Un bel tesoretto, soprattutto in periodo di crisi economica, ma che sembra poca cosa se si considerano da un lato i bilanci delle regioni e dello Stato centrale, ben più importanti in termini di risorse e dai quali si potrebbero trarre economie molto più rilevanti anche dal taglio dei costi della politica, e dall’altro lato la possibilità che le funzioni delle province possano essere svolte da altri enti con costi maggiori rispetto a quelli attuali, che farebbero aumentare la spesa pubblica.

In ogni caso, indipendentemente dagli eventuali vantaggi o costi derivanti dall’abolizione/riordino delle province, che saranno molto probabilmente di entità ridotta, l’auspicio è che questo governo riesca finalmente a risolvere la vicenda delle province con una soluzione condivisa da tutte le forze presenti in Parlamento. Una vicenda che ormai risale al 1970, anno in cui il leader repubblicano Ugo La Malfa rilevava logicamente la sovrapposizione e l’inutile duplicazione di funzioni tra le province e le neonate regioni, e che si spera venga conclusa al più presto per potersi dedicare a questioni istituzionali di maggiore importanza ed impatto nei confronti dei cittadini.   

Antonio Puggioni