L’ammiraglio De Giorgi (Giuseppe) vuole probabilmente passare alla storia come il facitore della seconda legge navale della Repubblica italiana. Della prima, nel 1975, fu artefice un altro De Giorgi (Gino), Capo di Stato maggiore della Marina e padre di quello attuale.

Il De Giorgi contemporaneo l’ha detto chiaro e tondo ieri in audizione alla Camera: o il Parlamento ci dà dieci miliardi in dieci anni per nuove navi (“non sono un grosso investimento”, ha buttato lì, come per caso) oppure l’Italia sarà ridotta all’irrilevanza navale. A sentire l’ammiraglio (finora meglio noto come l’uomo che sussurrava alle noccioline: quando era comandante della flotta aveva dato disposizioni che tutte le navi avessero sempre disponibili pizzette, salatini e personale in tenuta di cerimonia pronto a servirli nel caso lui avesse deciso di salire a bordo all’improvviso, anche di sabato o domenica) ormai siamo i peones dei mari. Tanto che ha fatto anche una sua personalissima graduatoria: una volta stavamo subito dopo la Francia, adesso persino la Germania ci sopravanza e siamo addirittura alla pari della Grecia. Parbleu.

A parte questa improbabile classifica (cosa vuol dire “dopo questo e prima di quell’altro”? rispetto a che cosa?), il ragionamento dell’ammiraglio a quattro botte è stato tutto un ammiccare al lavoro, alla crisi, allo sviluppo. Vogliamo navi che facciano protezione civile. La portaerei Cavour ha un ospedale a bordo, l’abbiamo mandata a Haiti, ha spiegato. Ma non ha detto che ogni giorno di navigazione di quella nave da 27mila tonnellate è costato attorno ai 280mila euro. Forse era meglio mandare una portacontainer con un ospedale da campo. Stesso risultato, un decimo dei costi. Ma il ritornello dei disastri naturali funziona. Con i fondi della protezione civile la Marina si è comperata una nave da sbarco, l’Esercito una quindicina di elicotteri Chinook che adesso fanno soccorso alle popolazioni in Afghanistan.

E vogliamo costruire nuove navi, sostiene De Giorgi, perché altrimenti i cantieri restano senza lavoro e gli operai vanno in cassa integrazione. Bisognerà dirlo alla Fiom che hanno un pericoloso competitor. Ha detto anche quale sarà il numero, dei senza lavoro, se non arrivano i 10 miliardi: ventimila. Però, aggiunge, non spaventatevi, perché quei soldi tornerebbero tutti indietro: cinque miliardi in tasse e 6,8 come risparmi derivanti dal mancato pagamento della cassa integrazione. Cinque miliardi di tasse su dieci di investimento sono un po’ tanti anche per un Paese come l’Italia. Ma quasi sette miliardi di risparmi proprio non li vedo, neanche a cercarli con uno di quei binocoloni da marina che arrivano a quaranta miglia. Facciamo due conti (quelli della serva, che di solito non piacciono ai miei numerosi e infaticabili critici): sarebbero 680 milioni all’anno, cioè quasi 55 al mese. Con questi soldi, a 900 euro l’operaio al mese, si potrebbero pagare oltre 61 mila casse integrazione. Ma quanti sono gli operai navalmeccanici? Dando per buona l’affermazione di De Giorgi secondo cui ogni operaio direttamente impegnato nella costruzione navale genera sei altri posti di lavoro, poiché gli addetti diretti dei cantieri militari non sono più 2500, ci sarebbero al massimo 15mila posti nell’indotto. In totale dunque 17 500. Mancherebbero insomma all’appello un 43mila persone per arrivare a quei 6,8 miliardi di risparmio. Forse qualcuno dei parlamentari presenti, anziché dire, come ha fatto Albertini, che si iscriverà ai supporter della proposta, avrebbe dovuto suggerire all’ammiraglio di cambiare il contabile. O di raccontare meno balle. 

Nel lungo cahier de doléances del Nostro sono stati taciuti alcuni piccoli ma significativi fatti. Ad esempio, quando ha enumerato la flotta italiana da qui al 2025, non ha citato varie navi: la Garibaldi, in via di conversione a portaelicotteri d’assalto anfibio, i due nuovissimi cacciatorpediniere classe Doria. E le previste due navi da sbarco da 20mila tonnellate. Ad esempio. Ma soprattutto ha dimenticato di dire che quelle navi nuove che lui vorrebbe, capaci di fare anche la protezione civile e che dovrebbero sostituire sei tipi diversi di unità in servizio, dovrebbero essere dodici, dislocare attorno alle 4mila tonnellate, costare sui 300 milioni l’una (appena un po’ meno delle costosissime fregate FREMM). Delle vere bestie, soprattutto se consideriamo che rimpiazzerebbero corvette e dragamine il cui dislocamento varia tra le 500 e le 1500 tonnellate. Cioè fino ad otto volte più piccole. Naturalmente il Nostro ha omesso di descriverle nei dettagli ai deputati (si sa, questi non capiscono granché meglio non infastidirli con i dettagli, con il rischio che qualcuno anche si preoccupi), mentre lo ha fatto con dovizia di particolari al settimanale specializzato DefenseNews del 20 maggio scorso. Tanto è in inglese, chi lo legge?

All’inizio degli anni 80, quando la legge navale del primo De Giorgi cominciò a produrre risultati, si disse che l’Italia aveva bisogno di 105mila tonnellate di naviglio militare. Ed era, naturalmente, una cifra allarmistica per far uscire soldi dalle casse statali. La Marina “irrilevante” di cui parla il secondo De Giorgi avrebbe oggi già navi per quasi 173mila tonnellate, calcolando solo le unità principali. Una grande armada degna dei tempi in cui avevamo le corazzate. Questi ammiragli contemporanei sentono un po’ stretto il Mediterraneo e perciò il loro sguardo si spinge oltre Suez, oltre Aden, e ancora dopo lo stretto di Malacca e, perché no, verso quelle acque cinesi che nel 1900, dopo la rivolta dei Boxer, già videro la spavalda Forza navale oceanica dell’ammiraglio Candiani. Quella sì non era una Marina irrilevante.