Fino a qualche tempo fa quasi nessuno sapeva chi fosse. Eppure per capire l’importanza di Fausto Giacchetto nel complesso intreccio degli affari pubblici siciliani sarebbe bastato farsi un giro nei salotti che contano. A Palermo circola un aneddoto: qualche tempo fa, una nota famiglia dell’aristocrazia cittadina diede un party riservato. Ospite d’onore l’allora presidente del Senato Renato Schifani. Al suo arrivo, l’esponente del Pdl fu accolto dal padrone di casa, ma quasi nessuno tra i partecipanti all’esclusiva festa si allontanò dal buffet per salutarlo. Diversa la musica pochi attimi dopo, quando al party arrivò anche Giacchetto, solennemente omaggiato da quasi tutti i convenuti. “E questo chi è?” si chiesero i più sprovveduti, non capendo come facesse, quell’uomo che era considerato soltanto uno dei tanti pubblicitari dell’isola,  a ricevere più riverenze della seconda carica dello Stato.

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Il guru a sei zeri. Perché Fausto Giacchetto non era soltanto il responsabile della comunicazione del Ciapi, uno dei tanti carrozzoni della Formazione siciliana. Nossignore. Giacchetto era altro, molto altro. Almeno secondo i magistrati della procura di Palermo che oggi hanno chiuso una delle più importanti inchieste  sui “rapporti criminali” tra imprenditori, burocrati e politici all’ombra della Regione Siciliana. Un’indagine che parte da lontano, dai cosiddetti “Grandi eventi” allegramente finanziati dall’assessorato regionale al Turismo. Una settore dove Giacchetto dettava legge in Sicilia almeno dal 2006. Ma non solo. Perché gli interessi del guru della comunicazione puntavano soprattutto al tesoro infinito garantito dall’assessorato alla Formazione siciliana, grazie ai contributi dell’Unione Europea. Ed è dopo la segnalazione dell‘Olaf, l’ufficio antifrode di Bruxelles,  che le indagini della procura di Palermo – coordinate dall’aggiunto Leonardo Agueci e condotte dai pm Maurizio Agnello, Gaetano Paci, Sergio Demontis ed Alessandro Picchi – si allargano a dismisura, scoperchiando un vero e proprio “sistema illecito criminale”, che coinvolge tutti i punti nevralgici degli affari pubblici siciliani: zelanti burocrati, esponenti politici e imprenditori. Al centro di tutto, secondo gli inquirenti, proprio lui: Faustino Giacchetto, agrigentino laureato in economia, che negli uffici degli assessorati regionali palermitani aveva trovato il suo Eldorado. Un vera e propria città d’oro dato che questa mattina a Giacchetto sono stati sequestrati beni per oltre 28 milioni di euro.

Il “bancomat” Ciapi. L’anello principale della catena è il Ciapi, un ente che dovrebbe formare disoccupati e trovargli un lavoro. Obiettivo onorevole che merita un finanziamento di circa 80 milioni. Degli oltre 600 disoccupati da formare però nessuno riuscirà mai a trovare lavoro. Il motivo? Il Ciapi è il “bancomat” personale di Giacchetto, che ne gestisce ufficialmente la comunicazione, ma che in realtà ne è il “vero e proprio regista”. Da una parte il pubblicitario gestisce i fondi dell’ente come fossero cosa sua, tramite una serie di società a lui riconducibili. Dall’altra si dedica alla sua attività di imprenditore, vincendo appalti e garantendosi appoggi, grazie proprio a regali a sei cifre con i quali omaggia politici e amministratori pubblici. Degli 80 milioni con il quale è stato finanziato il Ciapi, però, ne mancano all’appello ancora più della metà. Un buco vorticoso nei bilanci pubblici, servito per finanziare esclusivamente interessi privati.  Uno scandalo sfuggito alla corte dei Conti, ed è per questo che oggi gli inquirenti ipotizzano infiltrazioni anche nei ranghi della magistratura contabile.

Le larghe intese della corruzione. C’è un ufficio a Palermo che rappresenta perfettamente il sistema Giacchetto: è uno stabile al numero 73 della centralissima via Ruggero Settimo. È qui che Giacchetto ha la sua base operativa. Per gli inquirenti è un vero e proprio “assessorato ombra” al Turismo ed alla Formazione. È sui computer dei collaboratori di Giacchetto che vengono stilati alcuni bandi di gara, poi vinti da società del suo network. Gli inquirenti hanno intercettato decine di mail partite dai pc di Giacchetto e destinate ad alcuni burocrati regionali, che dopo lievi modifiche bandiscono le gare. Un intreccio complesso, che riesce a reggere grazie al sodalizio che il guru della comunicazione intrattiene con alcuni dei politici più in vista dell’isola. Amicizie bipartisan che vanno dal Pdl al Pd e che coinvolgono soprattutto ex assessori regionali di Raffaele Lombardo. In manette stamattina sono finiti  Luigi Gentile, ex d assessore ai Lavori pubblici di Fli, Gianmaria Sparma, anche lui di Fli ed ex titolare dell’assessorato al Turismo, più l’avvocato Francesco Riggio, presidente del Ciapi e candidato non eletto all’Ars con il Pd alle ultime elezioni: sono tutti accusati di corruzione. A loro Giacchetto avrebbe garantito regali del valore di decine di migliaia di euro, in cambio di appoggi in alto loco. Ma la rete di Giacchetto era molto più ampia e puntava soprattutto a finanziare i politici in campagna elettorale, incidendo quindi indirettamente sull’esito delle elezioni. Tra gli indagati per corruzione a piede libero ci sono anche gli ex assessori regionali del Pdl Carmelo Incardona, Santi Formica e Francesco Scoma. A quest’ultimo, oggi senatore del partito del predellino, Giacchetto avrebbe garantito ingenti finanziamenti in campagna elettorale. In cambio, quand’era assessore regionale Scoma avrebbe sbloccato  fondi a sei cifre per assegnare al Ciapi la realizzazione di alcuni progetti. Tra questi anche un “Forum della legalità” a Palermo finanziato con circa 400mila euro. Ma non solo. Scoma sarebbe anche stato omaggiato di un viaggio a Capri per tutta la famiglia, di un soggiorno a Milano per vedere la partita di calcio Milan-Barcellona e di due abbonamenti allo stadio Renzo Barbera nel settore vip. Un vero e proprio chiodo fisso quello per il calcio, dato che Giacchetto omaggiava politici e amici dei politici con biglietti per andare a vedere il Palermo allo stadio, del valore di circa 250mila euro. Tutto frutto di un falso accordo pubblicitario, ed è per questo che tra gli indagati c’è anche l’ex dirigente della squadra rosanero Rinaldo Sagramola.

Corruzione hot. La rosa dei politici vicini a Giacchetto però non si ferma qui: nelle prossime ore saranno sentiti dai pm palermitani anche alcuni deputati regionali indagati per finanziamento illecito, che avrebbero beneficiato dei regali del pubblicitario in campagna elettorale: sono Nino Dina dell’Udc,  Nicola Leanza ex Udc, l’ex deputato del Pd Gaspare Vitrano e Salvino Caputo, pidiellino appena decaduto dal Parlamento regionale. La lista si allunga con l’ex presidente dell’Ars e attuale deputato regionale Francesco Cascio, pidiellino fedelissimo di Berlusconi che fino all’ultimo aveva sperato in un posto da sottosegretario. Da Giacchetto, Cascio sarebbe stato omaggiato con 20mila euro di donazioni in campagna elettorale, di un viaggio in Russia, di uno a New York con tutta la famiglia, e di alcuni soggiorni a Roma. Ed è proprio nell’asse Roma-Palermo che prende vita la parentesi hot del sistema corruttivo criminale: Giacchetto avrebbe offerto ad alcuni politici anche la compagnia di alcune escort. In alcuni casi è rimasta addirittura traccia dei pagamenti effettuati alle accompagnatrici con regolare fattura. Il caso più eclatante  è quello di Sara Tommasi, al quale il guru della comunicazione fece destinare 3 mila euro il 30 luglio del 2010 dal conto corrente della Media Center, una delle società del suo network. Ad Angelo Vitale, legale rappresentante della Media Center ma in realtà uno dei suoi assistenti, Giacchetto disse che si trattava del pagamento per un servizio fotografico. “Poi – racconta Vitale agli inquirenti – chiesi notizie al Giacchetto che mi fece intendere che non si trattava di un servizio fotografico, ma di un pagamento per delle prestazioni di altra natura”. Rimane solo da capire chi ne usufruì.

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