Gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono stati condannati a un anno e 8 mesi di carcere dal Tribunale di Milano in relazione a una presunta evasione fiscale da circa un miliardo di euro. Sono stati invece assolti dall’accusa di dichiarazione infedele dei redditi perché il fatto non sussite. In tutto sono sei le condanne emesse dal giudice milanese con pene sotto i due anni e una assoluzione. Gli stilisti sono stati anche condannati al pagamento di una provvisionale di 500mila euro all’Agenzia delle entrate.

Il giudice della II Sezione Penale, Antonella Brambilla, oltre a condannare i due stilisti ha inflitto altre quattro condanne ad altrettanti imputati, tra i quali il fratello dello stilista, Alfonso Dolce, e altri manager, tutti sotto i due anni e con la sospensione condizionale della pena. E Luciano Patelli, ex commercialista dei due stilisti, è stato condannato alla stessa pena di Dolce e Gabbana. Mentre un imputato, Antoine Noella, è stato assolto perché il fatto non costituisce reato.

”Leggeremo le motivazioni e impugneremo in appello”, ha avvertito l’avvocato Massimo Dinoia, legale dei due stilisti, nel suo intervento di contro-replica nel dibattimento con al centro una presunta evasione fiscale da un miliardo di euro. E ha aggiunto: “Nel processo milanese a carico, tra gli altri, di Dolce e Gabbana si assiste al paradosso dei paradossi, perché non è possibile che un cittadino paghi di tasse il doppio di quanto guadagna”.

Il pm di Milano Gaetano Ruta aveva chiesto una condanna di 2 anni e 6 mesi per i due stilisti, che erano stati rinviati a giudizio l’8 giugno scorso. Il gup di Milano Giuseppe Gennari aveva ordinato ai pm milanesi di formulare la citazione diretta a giudizio per i due stilisti e per altri sei imputati. Il giudice aveva accolto la richiesta dell’Agenzia delle entrate che chiedeva la citazione diretta, perché gli imputati erano accusati di reati fiscali e non più anche di truffa.

Ai due fondatori del marchio di moda viene contestata una presunta evasione fiscale da circa 420 milioni di euro a testa, a cui si sommano, secondo l’accusa, 200 milioni di euro di imponibile evaso riferibili alla società di diritto lussemburghese “Gado”. Per la Procura, attraverso “l’esterovestizione” di questa società, a cui arrivavano i proventi derivanti dallo sfruttamento dei marchi del gruppo, sarebbe stata realizzata la maxi-evasione, con tasse pagate in Lussemburgo e non in Italia.