“Vado su, davvero. È meglio che non dica niente. Ho troppa rabbia dentro. Vado su, sto zitto, mi rimetto l’abito istituzionale”. Alberto Airola, senatore torinese, preferisce andare su, a sedersi al suo posto in Aula. Ha capito come finirà la giornata, è stato fuori a discutere con i manifestanti, si è infastidito vedendo i parlamentari di Pd e Pdl darsi pacche sulle spalle, sorridere, tirare un sospiro di sollievo. Fino all’altro ieri, sarebbe stato là fuori, a gridare “tutti a casa”. Oggi ha in tasca il tesserino che lo ha fatto entrare nel palazzo. E gli si legge in faccia che sta facendo una fatica boia.

LUI È NERO, altri hanno gli occhi lucidi. Altri ancora si mangiano le mani: “Sono giorni che dico in assemblea ‘Non je la fa, non je la fa’ – dice Mimmo Pisano – E invece loro con il paraocchi a cantare ‘Ro-do-tà, Ro-do-tà’. Tutti a casa, va bene. Ma quelli che sono entrati sono peggio di quelli che sono usciti”. C’è chi è incredulo e chi sta per andare fuori di testa. Hanno sperato fino all’ora di pranzo che ci potesse essere una sorpresa, che Rodotà potesse prendere qualche voto più del previsto. Hanno abboccato alla voce che parlava di un Pd pronto a proporre Gustavo Zagrebelsky. Hanno fermato Enrico Letta nei corridoi, “dacci cinque minuti”, lo hanno implorato di spiegare perché tanta ostinazione: “Voi mi chiedete perchè no Rodotà. Io vi ribalto la domanda: perché no Napolitano?”. Poi hanno atteso invano la telefonata del Presidente, che chiamava al Colle i leader di destra e sinistra. A loro, niente. È così che la rabbia e il magone hanno cominciato a montare. Un crescendo, fino alle 4 di pomeriggio quando Beppe Grillo batte sul blog le parole che incendiano la piazza. “Ci sono momenti decisivi nella storia di una Nazione. Oggi, 20 aprile 2013, è uno di quelli. È in atto un colpo di Stato. Sto andando a Roma in camper. Sarò davanti a Montecitorio stasera. Dobbiamo essere milioni. Non lasciatemi solo o con quattro gatti”.

È a quel punto che qualche grillino non si tiene più e si leva la giacca. Roberto Fico, uno dei deputati più influenti, dice che “bisogna alzare l’ascia di guerra” e annuncia che i Cinque Stelle seguiranno lo scrutinio dalla piazza. Vito Petrocelli, senatore lucano, scrive su Twitter : “Stasera finisce a paliatone”. L’ombra delle botte, la paura che la situazione possa degenerare diventa palpabile. Un gruppo di parlamentari grillini dice a Fico che uscire al momento della proclamazione non ha senso. “Io fuori non ci vado – si sfoga il deputato pugliese Francesco Cariello – Che facciamo, torniamo nei meet up? La gente ci chiede cosa stiamo facendo: siamo portavoce o no? E allora questa voce la dobbiamo portare dentro! Dobbiamo ricominciare a chiedere delle commissioni, rimettere in moto le nostre battaglie. Non ha senso stare fuori a fomentare la protesta. Cosa vogliamo di più? Li abbiamo costretti all’ultima mossa, li abbiamo portati alla disperazione. Il sistema ci ha dato ragione. Perfino Napolitano – insiste Cariello – ci ha dato ragione: fino a tre giorni fa diceva che la sua riconferma sarebbe stata ridicola e adesso eccolo di nuovo qua. Non potranno mai più dirci che siamo populisti, demagoghi. Ma noi, qualunque cosa esca da quest’aula la dobbiamo rispettare, così come dovranno rispettare noi se un domani dovessimo vincere. La bomba, un attimo la fai, un attimo dopo ti scoppia in mano”.

FICO alla fine si fa convincere dalla mediazione: stiamo dentro, non applaudiamo, e poi usciamo subito dopo. Va così. Nel frattempo ha parlato anche Rodotà. Ha detto che è “contrario a qualsiasi marcia su Roma”. Forse è a quel punto che Grillo, in viaggio, ingrana la retro. Anche i suoi eletti in Parlamento gli hanno consigliato di frenare: fuori sta arrivando l’estrema destra, la piazza è piccola, la gente è nervosa, rischiamo di non tenerli. Qualche deputato è lì, con i piedi sulle transenne a urlare tutti a casa. Altri cercano soluzioni alternative: una piazza più grande, un orario da fissare. Altri ancora cercano di convincere i manifestanti che è meglio rimandare tutto, che si è fatto buio, che domani è un altro giorno. Vito Crimi alla fine esce con il megafono in mano. Annuncia che Beppe stasera non viene. Voleva arrivare davanti alla Camera con il camper, aveva chiesto e ottenuto il pass per entrare fino a dentro a Montecitorio. Qualcuno scherza: per la rivoluzione, non serve l’accredito. Tutto rimandato a oggi pomeriggio, ore 15, in piazza Santi Apostoli.

Da il Fatto Quotidiano del 21 aprile 2013, aggiornato da redazione web