Riceviamo e pubblichiamo la richiesta di rettifica dell’avvocato Daniela Adornato, legale della famiglia del defunto Johnny Rosselli:

“Con la presente vi informo che il povero Johnny Rosselli non era affatto uno sbandato delle case minime di Ponte Lambro. Ma un bravo ragazzo di soli vent’anni che era del tutto estraneo alla zona di Ponte Lambro e che, come è inequivocabilmente emerso in sede dibattimentale, è stato barbaramente assassinato la notte fra il 23 e il 24 febbraio 1996 in modo del tutto casuale. Riporto testualmente a riguardo due passaggi delle sentenze emesse in relazione a tale vicenda, ove si precisa: “Non può che porsi l’accento sulla gravità del fatto che ha coinvolto un ragazzo che ha avuto l’unico torto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: cioè Johnny Rosselli” “Rosselli quella tragica notte è morto solo perché rapprsentava  un testimone scomodo da eliminare con agghiacciante e spietata logica”

 

Le parole escono come un ringhio: “Gli do tempo dieci minuti, digli di lasciarlo perché gli metto su una guerra che neanche loro si immaginano”. Il calabrese urla al cellulare. Mica scherza. L’altro ascolta e poi risponde: “A me non me ne frega un cazzo della guerra Gino, forse non l’hai capito, quelli la guerra la vogliono loro! A loro non interessa proprio se non vai, loro dicono facciamo la guerra”. Milano, 27 febbraio 2013, quasi le sei del pomeriggio. La città criminale ha occhi e orecchie, vede, sente tutto, ci sono informatori, garanti, balordi di quartieri, capi con buoni quarti di nobiltà mafiosa. E poi pistole da armare, il rispetto da guadagnare, affari da coltivare. Oggi, poi, il cuore nero di Milano batte tra il fortino di via Fleming in zona San Siro, i bunker di via Quarti a Baggio e le case di Settimo Milanese. Storie di malavita. Come quella che oggi ha portato in carcere otto persone, protagoniste di una sanguinosa faida tra bande rivali.

Il calabrese, intanto, ha riagganciato. Dopo lo sfogo, è il momento della riflessione. Bisogna pensare. E farlo alla svelta, perché gli altri non aspettano, non vogliono farlo. In testa hanno un obiettivo: quel milione e mezzo di euro per il quale, dicono, ha garantito proprio il calabrese. Nel frattempo si tengono in tasca un’assicurazione: il fratello del calabrese. Preso e portato nelle case di Settimo Milanese. Sequestro di persona, nessun dubbio. Sequestro lampo. E un obiettivo chiaro: agganciare il calabrese che in questa storia ha un nome e cognome: Iginio Panaiya, classe ’64 di Scandale, professione: trafficante di cocaina. Boss delle case popolari di via Fleming, con un passato burrascoso, quando finì alla sbarra per l’omicidio di Rocco Lo Faro, il figlio del boss della ‘ndrangheta milanese Santo Pasquale Morabito. Era il 23 febbraio 1996. Fuori dalla discoteca Scream in via Porta Tenaglia i killer fecero fuoco. Oltre a Lo Faro morì Johnny Rosselli. Panaiya si prese 30 anni in primo grado assieme a Carlo Testa, altro ras di via Fleming e della curva del Milan. L’appello li salvò entrambi: assolti dall’accusa di essere i mandanti del duplice omicidio.

Diciassette anni dopo, il nastro si riavvolge e la cronaca restituisce il nome di Panaiya, protagonista di una faida sanguinaria. Da un lato la sua batteria, dall’altro quella di Vito Magrini, 63 anni di Bari. Nome noto alla procura di Milano, Magrini, soprannominato il cavallaro, da anni gioca sporco all’Ippodromo di San Siro. Nel 1997 fu arrestato per estorsione. Appiccò un incendio all’interno dei galoppatoi. Due anni dopo gli sequestrarono diverse centinaia di milioni di lire. Nel 2008, durante l’inchiesta Parco sud sulla ‘ndrangheta di Buccinasco, il suo nome sarà associato a quello del trafficante Paolo Salvaggio. Secondo la Dia, il cavallaro assieme al figlio Luigi acquistò da lui diversi chili di cocaina. Per gli investigatori, poi, entrambi sono molto vicini a Savinuccio Parisi, boss della Sacra corona unita.

La città criminale ha i suoi protagonisti e le sue storie. Storie come questa che restano incise sui nastri delle intercettazioni. Ripartiamo allora dalla “guerra” minacciata da Panaiya. In quel momento le parole del calabrese vengono ascoltate anche dagli uomini del Gico della Guardia di Finanza di Milano. Da mesi, ormai, i militari tengono d’occhio Panaiya. Vogliono incastrarlo per traffico di droga. Dall’ottobre 2012 accumulano prove. Il 13 febbraio 2013 a Rimini viene fermato un cliente di Iginio. Mezzo chilo di coca sequestrata.

L’indagine della Finanza prosegue sul fronte droga fino al 27 febbraio 2013, quando lo scenario cambia radicalmente. Compare la figura di Vito Magrini, il debito da 1,6 milioni di euro e il sequestro di Antonio Panaiya. Ecco perché Iginio al telefono minaccia di scatenare un guerra. E lo fa parlando con Antonio Canito detto Canniggia, criminale rispettato tra i palazzoni di via Quarti. Davanti alle richieste di Magrini, Canito garantisce per Panaiya. L’indagine della procura di Milano ne seguirà l’evoluzione verso la batteria dei Magrini.

“Dove sono?”, chiede Panaiya. “A casa di Gigi”, risponde Canito. Le 18 del 27 febbraio 2013 sono passate ormai da qualche minuto. Vito Magrini vuole parlare con il calabrese. Il fratello di Panaiya sta in via Pertini nella casa di Settimo Milanese dove sconta i domiciliari Luigi Magrini. Ci andrà? Sì ma per sparare a Salvatore Magrini, secondo figlio del cavallaro. Un solo colpo alla gamba sul portone di casa. Sono le sette di sera. Scatta l’allarme. Sul posto intervengono i carabinieri di Rho. Domande e sopralluoghi non danno risposte certe. Nessuno ha visto. Di più: Luigi Magrini dirà di non conoscere chi ha sparato. Una donna, invece, darà una descrizione fisica in tutto coincidente con quella di Iginio Panaiya. La scena, dunque, è questa. Sotto i palazzi di via Pertini, il calabrese spara. Pochi metri sopra, nell’appartamento di Luigi Magrini, padre e figlio, assieme a Canniggia, tengono sequestrato Antonio Panaiya.

Di nuovo le intercettazioni illuminano il quadro. “Ma che cazzo hai combinato?”, dice Canito al calabrese. “Non è mica colpa mia”, risponde Paniya ammettendo chiaramente di essere lui l’esecutore materiale della gambizzazione. La situazione rischia di precipitare. Interviene Vito Magrini. “Se vieni a parlare – dice al calabrese – non è successo niente”. Altrimenti: “Se tu vuoi la morte di tua sorella, di tua mamma stasera io vado (…) Vieni a parlare, mi devi dire la verità”.

Insomma, le cose stanno così. Il calabrese, però, non si fida. Prende tempo. Dice a Canito che sta arrivando. Nel frattempo l’ostaggio è stato spostato da Settimo Milanese a via Quarti. Panaiya alla fine decide: andrà. Ma non da solo. Allerta infatti i fratelli Romano, Giovanni e Camillo (gli stessi che il 5 aprile 2013 hanno tentato una rapina in una banca di Buscate). Ogni telefonata è monitorata dalla Finanza che blocca i Romano con un controllo casuale di documenti. Nulla di invasivo, ma sufficiente per consigliare i due di cambiare aria e costringere Panaiya a rinunciare al blitz. Al telefono con Magrini, il calabrese ottiene di posticipare l’incontro il giorno successivo. Poco dopo l’una di mattino del 28 febbraio 2013, Antonio Panaiya viene liberato.

La città criminale corre veloce. Quasi le otto di sera del 28 febbraio, zona De Angeli, centro di Milano. Michele Luongo, luogotenente dei Magrini, è in giro in auto con moglie e figlio. All’improvviso vede Panaiya. Alza il telefono e chiama Canito: “Ce l’ho qua davanti”. Seguirlo e non perderlo di vista. L’ordine di Canito è perentorio. In questo momento il garante di via Quarti ha saltato il fosso, tradendo l’amico Panaiya (“Quello è un mongoloide”) e passando dalla parte dei pugliesi. In pochi minuti Canniggia organizza la spedizione. In via Vittorio Colonna davanti al ristorante Gallura arrivano in molti. C’è anche Vito Magrini. Luongo tiene in pugno una calibro 38. Dal cellulare di Canito parte una chiamata per sbaglio. Il telefono resta acceso e registra in diretta il pestaggio. Il calabrese finisce all’ospedale San Carlo con una prognosi di 30 giorni per “una frattura della parete laterale orbitale sinistra”. L’ennesima intercettazione svela ulteriori particolari. Parla Luongo: “Io gli ho sfondato il cervello con il 38”. Sul posto, gli agenti della volante troveranno cinque bossoli inesplosi. Probabilmente saltati fuori dal tamburo della pistola. Alcuni testimoni che il 28 sera stavano fuori dal ristorante racconteranno “di aver notato che uno degli aggressori impugnava una pistola, brandeggiandola verso l’alto come se intendesse colpire qualcuno”.

Non è finita. L’8 marzo 2013, sempre a Settimo Milanese, vengono gambizzate due persone. Tra i feriti c’è Rocco Bevilacqua, piccoli precedenti ma soprattutto una parentela importante con Vito Magrini. Gli spari davanti a una carrozzeria. Sul posto arriva anche Vito Magrini. Tre giorni dopo, i carabinieri perquisiscono la casa di un egiziano che lavora nel garage. Controllo per droga. E invece spunta una beretta con matricola abrasa e pronta a fare fuoco. Sentito a verbale, l’egiziano dichiara: “L’arma mi è stata data da Vito Magrini”. Il cavallaro gli dice: “Prendi l’arma, conservala e quando ne avrò bisogno tu me la dai”.

La città criminale, adesso, inizia a far paura davvero. Chi indaga ricorda che una faida simile Milano l’ha vissuta già nei primi anni Novanta, quando per le strade si affrontarono i calabresi di Franco Coco Trovato e i cutoliani di Salvatore Batti. Diciassette morti in pochi mesi e due vittime innocenti: Pietro Carpita e Luigi Recalcati uccisi a Bresso il 15 settembre 1990. Si teme un’altra strage. Come allora, anche oggi gli uomini dei clan per la città girano armati. Sempre. Anche quando escono di casa per passare un po’ di tempo libero. Succede il 9 marzo 2013. Il giorno dopo la duplice gambizzaziione, in via Fleming 6, nel fortino del calabrese, Claudio Bardugoni viene ferito con un colpo di pistola. Il proiettile gli entra nella narice destra. Unico foro d’entrata. Poi il colpo si frantuma nel cranio. Non morirà. E anzi finirà indagato perché durante una perquisizione in casa sua, gli agenti del commissariato Bonola trovano una pistola rubata. In questo caso non ci sono né mandanti né moventi. Ma solo un dato inquietante che emerge da questa inchiesta: in città ci sono bande, armate e agguerritissime. Oggi per la città criminale si esce “accavallati” (armati, ndr) e se un colpo scappa, come nel caso di Bardugoni, ci si giustifica così: “Ero convinto che la moto (la pistola, ndr), che cazzo ne sò, ero convinto che c’aveva il blocco dell’acceleratore”.