Estorsione. E’ questo il reato che l’immobiliarista Danilo Coppola, protagonista dell’estate dei ‘furbetti’ del 2005 poi coinvolti nei processi Antonveneta (dal quale è uscito quasi subito con un patteggiamento) e Bnl (l’assoluzione in Appello dopo la condanna a tre e anni e 7 mesi in primo grado è stata annullata in dicembre dalla Cassazione con rinvio a nuovo processo, ma sul procedimento incombe la prescrizione), contesta all’Agenzia delle Entrate.

L’imprenditore ha annunciato il deposito di una querela in cui si  riepiloga il confronto con il Fisco, cui dice di aver pagato fino a ora 160 milioni di euro. Pagamenti che, sostiene, stiano mettendo a rischio il gruppo e i suoi dipendenti. Alcuni dei quali hanno deciso oggi di manifestare davanti alla sede dell’Agenzia a Roma. Coppola ricorda di essere ”stato arrestato nel 2007 con l’accusa di bancarotta e tenuto in custodia cautelare per circa due anni a seguito del debito tributario che non era ancora scaduto”.

“Durante questo fermo forzato – sostiene – le aziende del mio Gruppo hanno perso centinaia di milioni perché costrette a subire le innumerevoli istanze di fallimento, via via presentate dalla medesima Procura, per ulteriori debiti fiscali rappresentati da meri avvisi di accertamento, in realtà tutti fondatamente contestabili e contestati. Tornato in libertà all’inizio del 2009 ho deciso di sanare ad ogni costo la posizione con il fisco” e si “è così aperta, su mio impulso, una trattativa con l’Agenzia delle Entrate conclusasi con un accordo transattivo per il pagamento dell’importo complessivo di circa 211 milioni che mi ha già visto pagare in 18 mesi la rilevante cifra di 160 milioni”.

“L’aggravarsi della crisi immobiliare e creditizia mi ha però impedito di pagare in unica soluzione i rimanenti 51 milioni, che ho quindi proposto di estinguere con il versamento di un acconto per 36 milioni e la rateizzazione a cinque anni del rimanente importo di 15 milioni” sebbene “l’Agenzia delle Entrate, con stupore di tutti, abbia però negato la possibilità di tali pagamenti pretendendo che tutto il debito residuo fosse pagato in unica soluzione”.

Per Coppola l’Agenzia delle Entrate “non solo ha negato il proprio consenso, ma ha addirittura preteso coattivamente da alcune delle società del gruppo l’importo di 270 milioni, che erano stati transatti a 51 milioni, e che, soprattutto, risultano tutti oggetto di provvedimenti giudiziari ed amministrativi di sospensione. Dopo aver pagato 160 milioni si nega dunque da parte dell’Agenzia delle Entrate la possibilità di saldare un debito”.

L’immobiliarista afferma così che “non mi sembra questo il giusto atteggiamento che dovrebbe tenere l’Amministrazione finanziaria a tutela dell’interesse pubblico, che non è certo quello persecutorio finalizzato all’estinzione del contribuente, bensì quello di assisterlo onde consentirgli, nei limiti e nel rispetto della legge, di provvedere ai dovuti adempimenti fiscali, ad esclusivo beneficio delle casse statali cui altrimenti quelle preventivate entrate verrebbero a mancare”.