Decine morti e quasi un centinaio di feriti, a Khan al-Assal, un paese nella provincia di Aleppo. Sedici morti che presenterebbero tracce di soffocamento con gas. Secondo l’agenzia di stampa governativa Sana, sarebbero stati i ribelli del Free syria army (Fsa) a usare le armi chimiche contro gli abitanti del villaggio: “I terroristi hanno lanciato razzi contenenti materiale chimico su Khan al-Assal – ha scritto Sana – E le prime informazioni indicano che 15 persone sono state uccise, per la maggior parte civili”. Il bilancio delle vittime, sempre secondo la Sana, è poi salito a 25.

Il ministro dell’informazione Oman al-Zubi ha scaricato la responsabilità sui paesi che stanno appoggiando i ribelli: “I governi della Turchia e del Qatar hanno la responsabilità morale, etica e umanitaria per quello che è successo. E’ il primo atto del cosiddetto governo provvisorio”, ha dichiarato il ministro alla tv di stato siriana riferendosi alla nomina, avvenuta poche ore prima, di Ghassan Hitto alla carica di primo ministro del governo ad interim creato dalla Coalizione nazionale siriana, il principale cartello delle opposizioni anti-governative. L’agenzia di stampa iraniana Press tv ha aggiunto che il ministero degli esteri russo avrebbe le prove che rafforzano la versione del governo di Damasco che indica nei ribelli del Fsa i responsabili dell’attacco.

Di tutt’altro genere la versione degli eventi descritta da Al Arabiya. Secondo l’emittente di Dubai, si sarebbe trattato di un attacco con missili Scud, che non ci sono negli arsenali raccogliticci dei ribelli. Ad Al-Arabiya ha risposto Qassim Saadeddine, alto ufficiale del Fsa e portavoce dell’Alto consiglio militare di Aleppo: “Abbiamo sentito che c’è stato un attacco del regime contro Khan al-Assal, e crediamo che abbiano usato Scud con agenti chimici. Poi all’improvviso abbiamo avuto notizia delle accuse contro di noi. I ribelli però non c’entrano con questo attacco”.

Nei due anni di conflitto in Siria è la prima volta che si fa riferimento all’impiego di armi chimiche. Negli arsenali di Damasco sono presenti quantità imprecisate di agenti chimici, risalenti per lo più agli anni Settanta, comprese scorte di sarin e Vx, gas per impiego militare. Finora il governo del presidente Bashar Assad era stato molto attento a dire che gli arsenali erano sotto il suo pieno controllo, una versione confermata anche dai pochi rapporti delle intelligence occidentali filtrati sulla stampa internazionale. Non è nemmeno chiaro se le testate chimiche siano già montate sui missili e i razzi e dunque pronte per l’impiego o se invece siano custodite negli arsenali.

Quanto sia alta la preoccupazione internazionale per la sorte degli stock chimici siriani lo dimostra la reazione britannica. Il portavoce del Foreign Office, il ministero degli esteri di Sua Maestà, ha detto che se fosse confermato l’impiego di armi chimiche, ci sarebbe bisogno di una “risposta energica” da parte della comunità internazionale e di “rivedere l’approccio usato finora”. La reazione, a caldo, non contiene alcuna indicazione di quale sia la direzione da prendere, almeno secondo Londra, ma il governo di David Cameron negli ultimi giorni ha intensificato le pressioni sui partner europei per dichiarare decaduto l’embargo sull’invio di armi ai ribelli. Assieme a Parigi, Londra ha anzi deciso di iniziare ad armare i ribelli anti-governativi anche senza il consenso degli altri paesi dell’Ue.

Nei giorni dell’anniversario dell’invasione statunitense dell’Iraq, però, il pensiero non può non andare alla vicenda delle “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein: gli arsenali fantasma mai trovati la cui esistenza fu usata da George W. Bush come pretesto per l’intervento. In questo caso, chiunque sia stato, il quadro potrebbe essere molto ingarbugliato: entrambe le parti hanno interesse a far ricadere sul proprio nemico la responsabilità dell’accaduto, se fosse confermato. Damasco, infatti, vuole dimostrare che i ribelli sono così fuori controllo da usare armi chimiche contro i civili e che solo il governo in carica è in grado di mantenere al sicuro gli arsenali, soffiando in questo modo sulle preoccupazioni occidentali per una “somalizzazione” del paese. Dall’altro, i ribelli hanno interesse a mostrare quanto spietato possa essere il governo nel suo tentativo, finora non riuscito, di sedare la ribellione. Risalire alla verità – cioè sapere che cosa ha ucciso i civili di Khan al-Assal – sarà anche in questo caso, come in molti altri in Siria, molto difficile.

di Joseph Zarlingo