Un tempo (riconducibile al Basso Medioevo) su quell’area, situata a sud di Roma, e che oggi viene chiamata Tor Pagnotta Due, sorgeva un’immensa tenuta agricola. Siamo nel cuore dell’Agro romano. A sorvegliare sull’insediamento un massiccio fortilizio: la Torre Chiesaccia. Pochi metri più a valle, a comprovare che quella era una vera e propria domus culta, e cioè un piccolo villaggio (con tanto di casa padronale e altre abitazioni in cui vivevano soldati e contadini), una chiesa costruita sul modello delle basiliche altomedievali.

Successivamente, negli anni Venti, in seguito alla bonifica dell’Agro romano, l’area di proprietà del Demanio venne divisa in lotti, ciascuno con un casale e relativo podere, e assegnati a famiglie di coloni. Questo magnifico complesso – valorizzato da un bosco di querce -, degno persino di citazioni poetiche e pittoriche, è riuscito ad arrivare ai giorni nostri pressoché intatto. Ma a Roma, si sa, la brama dei palazzinari non conosce limiti. E i loro desideri – di uno in particolare – per la politica locale, sia di destra che di sinistra, diventano sistematicamente quasi degli ordini. E poco importa se ci sono vincoli o altri impedimenti del genere. Un escamotage si trova sempre.

Succede anche in questo caso: quella, nel Piano territoriale paesistico della Regione (del 1998), viene indicata come una zona di “elevato valore paesistico“. E classificata a tutela integrale. Vista inoltre la conservazione dei ruderi (della torre che del complesso ecclesiastico),“è fatto obbligo di destinare queste aree – si legge nel piano – ad attività di esplorazione e scavo, nonché di valorizzazione dei manufatti storico-monumentali”. Infine, in base al Codice dei beni culturali, viene automaticamente (ope legis) sottoposta a vincolo culturale: accade per qualsiasi bene architettonico con più di 50 anni di età, che ricade su terreni pubblici. Quelli in gran parte sono di proprietà della Italscai gruppo Iri, sulle cui sorti adesso amministra il Comune.

Il primo passo, che ha già portato alla costruzione di due nuovi palazzoni, viene fatto nell’ottobre del 2000 con una valutazione d’impatto ambientale, per i collegamenti viari e altri accorgimenti, allegata al progetto di lottizzazione di Tor Pagnotta Due. Proposto dal nuovo consorzio omonimo, in cui sono maggiormente presenti le ditte del costruttore Francesco Gaetano Caltagirone. Nella Via però la zona adiacente alla torre, alla chiesa e ai casali di bonifica è ancora destinata a parco pubblico e a verde pubblico attrezzato. Sulla tavola di quel documento l’area in cui viene prevista la nuova espansione è un’altra. Vero, non così distante da quelle in cui ricadono i beni monumentali, ma di certo non colorata in verde. Il piano di lottizzazione viene approvato nel marzo del 2003 con una deliberazione del consiglio comunale di Roma (in Campidoglio c’è Walter Veltroni) che “subordina il rilascio dei permessi di costruire alla partecipazione economica del consorzio alla realizzazione delle infrastrutture”: in primis il prolungamento della Metro B. Un’opera troppo costosa, a cui Caltagirone & Co., – grazie all’intervento di alcuni tecnici del Comune, che evidenziano come il numero dei potenziali utenti della metropolitana non giustificherebbe la sua costruzione – riusciranno a sottrarsi. Niente metro, al massimo un tram (in seguito declassato a filobus).

Intanto, insieme a quella sulla mobilità, vengono apportate al progetto di lottizzazione altre modifiche, riportate su una nuova deliberazione del luglio del 2005. In particolare: la “traslazione di alcuni comparti per consentire che gli edifici siano ubicati a maggior distanza dalla torre”. Ovvio per i consiglieri comunali approvare una modifica del genere. Ma in realtà si tratta di un vero e proprio colpo di mano, col quale il progetto iniziale viene stravolto .“Guardando la planimetria – denuncia a ilfattoquotidiano.it Silvio Talarico, rappresentante del comitato di quartiere Castel di Leva – ci si accorge che ai nove comparti, a cui si faceva riferimento nella Via, ne vengono aggiunti altri quattro, che vengono addossati alla torre. Non allontanati”. Proprio su quell’area destinata dal Prg a verde pubblico. Occorrerebbe pertanto una nuova Via. Ma la Regione, ritenendo ancora che “la parte sottoposta a vincolo – si legge nel parere favorevole dato nel febbraio 2006 – è destinata dal progetto solo all’adeguamento della viabilità”, lascia correre. Nessuno evidentemente sembra posare gli occhi sulla nuova planimetria. I comitati di quartiere iniziano quindi a segnalare i presunti illeciti. Ma senza nessun riscontro.

A questo punto la Soprintendenza dei beni architettonici e paesaggistici del Comune di Roma diventa l’ultima spiaggia. E il funzionario responsabile di zona della Soprintendenza, dopo aver accertato in una dettagliata istruttoria che in quell’area ricade un “unicum di domus culta nella campagna romana, nonché un centro di colonizzazione agraria”, nel 2008 giunge ad una conclusione lapalissiana: sussistono i presupposti per l’applicazione dell’articolo 10 del Codice dei beni culturali. Insomma lì non si può costruire. A quell’istruttoria però non viene dato alcun seguito. Rimane come sospesa: il soprintendente, l’architetto Federica Galloni – oggi direttore regionale per i Beni Culturali -, non l’accoglie, ma neanche la respinge. E nell’ottobre del 2009 accade quello che non ti aspetti: il soprintendente, rilascia l’autorizzazione per la realizzazione del comparto Z13, cioè uno dei quattro comparti aggiunti a quelli previsti nel progetto approvato nel 2003. A patto di restaurare la Torre medievale (restauro mai avvenuto). Un mese dopo però, oltre ai due già esistenti, la Direzione regionale per i Beni Culturali appone un terzo vincolo per “ampliare le ipotesi di salvaguardia”, che prescrive in particolare: che “la sagoma di nuove costruzioni sia tale da non precludere la prospettiva e la percezione del complesso monumentale”. Purtroppo invece i due nuovi palazzoni di otto piani, che secondo quanto prescriveva la Via avrebbero dovuto avere una “quota massima in elevazione pari a quella dei limitrofi palazzi” (di appena quattro piani), insieme agli altri che stanno per sorgere, renderanno i manufatti praticamente invisibili dagli assi stradali.