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Brindarono in cella dopo l’omicidio di Lello Capriati e Filippo Scavo, 14 tra arresti e fermi nei clan rivali del Barese

Dal carcere di Bari, alcuni affiliati al clan Capriati pubblicano sui social immagini inequivocabili: due birre alzate in segno di brindisi, una mitraglietta nascosta in un frigorifero e una frase che suona come una dichiarazione di guerra: “Il piatto va servito freddo, ognuno avrà ciò che merita”
Brindarono in cella dopo l’omicidio di Lello Capriati e Filippo Scavo, 14 tra arresti e fermi nei clan rivali del Barese
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C’è un dettaglio nell’inchiesta che più di ogni altro racconta il livello di brutalità raggiunto nella guerra tra i clan: due detenuti che, poche ore dopo un omicidio, brindano in cella con una birra, celebrando la morte di un rivale. C’è una svolta nelle indagini per gli omicidi di Lello Capriati, il nipote del boss ucciso a colpi d’arma da fuoco il primo aprile 2024, e di Filippo Scavo, il 43enne anche lui ucciso in una sparatoria lo scorso 19 aprile nella discoteca Divine Club di Bisceglie, nel nord Barese. Undici persone sono state arrestate e tre fermate: le persone coinvolte sono ritenute esponenti dei clan baresi rivali Strisciuglio e Capriati ai quali sono appunto riconducibili le due vittime. L’operazione è stata portata a termine da carabinieri e polizia coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari. Tra i fermati c’è anche Dylan Capriati, 22enne nipote di Lello assassinato due anni fa. Secondo gli inquirenti è coinvolto nell’omicidio di Scavo: con lui anche altri due uomini, fermati per lo stesso motivo.

Ma è ciò che accade dopo la morte di Scavo a colpire gli inquirenti. Dal carcere di Bari, alcuni affiliati al clan Capriati pubblicano sui social immagini inequivocabili: due birre alzate in segno di brindisi, una mitraglietta nascosta in un frigorifero e una frase che suona come una dichiarazione di guerra: Il piatto va servito freddo, ognuno avrà ciò che merita. Un festeggiamento che non è solo simbolico, ma rappresenta la chiusura di un cerchio di vendetta iniziato due anni prima con l’uccisione di Raffaele Capriati. La sua morte aveva riacceso una faida storica tra i due clan, nata nel 1997 e mai realmente sopita. Secondo gli investigatori, la spirale di violenza si è alimentata anche attraverso scontri apparentemente banali tra giovani appartenenti alle due famiglie, degenerati in aggressioni armate e “stese” intimidatorie. A far precipitare la situazione sarebbe stato proprio Scavo, ritenuto uomo di fiducia degli Strisciuglio, che pochi giorni dopo l’omicidio di Capriati avrebbe minacciato uno dei figli del boss rivale.

Da lì, una catena di ritorsioni culminata in due esecuzioni. L’ultima, quella di Scavo, è avvenuta in appena undici secondi: un agguato fulmineo dentro una discoteca affollata, compiuto da giovanissimi. Tra loro anche Dylan Capriati, nipote della prima vittima. Il brindisi in carcere diventa così il simbolo più disturbante di questa vicenda. Non solo vendetta, ma esibizione della vendetta. Non solo violenza, ma narrazione pubblica della violenza, amplificata dai social anche dietro le sbarre. Il procuratore di Bari ha sottolineato proprio questo aspetto: oggi i detenuti riescono a comunicare e persino a trasmettere contenuti online dalle celle, mantenendo vivi i legami criminali e, in casi come questo, trasformando un omicidio in un evento da celebrare.

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