E’ un’emergenza senza fine quella dell’arsenico nelle acque di tre province del Lazio, con migliaia di persone obbligate a vivere senza acqua potabile, costrette a usare le taniche anche solo per cucinare. Migliaia le persone coinvolte nei Castelli romani, a sud della capitale, a Latina e in buona parte della provincia di Viterbo. Una popolazione che – secondo un recentissimo studio dell’Istituto superiore di sanità – ha accumulato nel proprio corpo alte concentrazioni di arsenico, anche grazie al sistema delle deroghe, che ha permesso ai gestori degli acquedotti di agire al di fuori dei limiti di legge. Il 31 dicembre è scaduto il termine ultimo stabilito dalla Commissione europea per la normalizzazione della situazione, ma senza esito: in moltissime città dai rubinetti continua ad uscire acqua non potabile.

La ricerca dell’Iss è partita nel 2011 subito dopo il diniego da parte della commissione europea di una deroga che innalzasse i limiti di legge di cinque volte, presentata due anni fa dalla giunta regionale del Lazio. Nell’ottobre del 2010 Bruxelles decise di non autorizzare quel provvedimento, che prorogava una deroga iniziata subito dopo l’entrata in vigore delle norme europee sulla qualità delle acque potabili, accolta dall’Italia nel 2001.

Il Reparto di tossicologia alimentare e veterinaria del Dipartimento di sanità pubblica dell’Istituto superiore di sanità ha avviato – subito dopo l’ultimatum della commissione europea – il biomonitoraggio di 269 volontari, tutti residenti nelle zone con acqua ad alto contenuto di arsenico. Lo scopo dello studio era di capire come la sostanza si accumulasse nel corpo, fattore chiave per stimare il possibile pericolo per la salute. Il primo risultato è stato divulgato in una newsletter del dipartimento di sanità pubblica e mostra dati poco rassicuranti.

La concentrazione dell’arsenico nelle unghie della popolazione monitorata, ad esempio, raggiunge picchi di molto superiori alla norma (ovvero ai tassi normalmente presenti nella popolazione residente in zona non contaminata): “Nelle aree oggetto di studio, la concentrazione media e mediana di arsenico nelle unghie è risultata pari rispettivamente a 252 ng/g e 188 ng/g (valori di riferimento: 88 ng/g e 83 ng/g, ndr), con un valore massimo di 5107 ng/g. Per oltre la metà dei soggetti, l’esposizione a lungo termine stimata mediante tale biomarcatore è risultata superiore a quella massima misurata per la popolazione di controllo”, si legge nello studio.

Superiore ai valori di legge è anche il contenuto medio di arsenico riscontrato nell’acqua utilizzata per cucinare dal campione della popolazione monitorato: “La concentrazione media di arsenico nell’acqua utilizzata per la cottura e preparazione degli alimenti è pari a 16,6 μg/L (mediana 14,7 μg/L), con un intervallo di valori pari a 0,2-65,2 μg/L. Il 70% e 36% dei campioni presenta concentrazioni superiori rispettivamente a 10 μg/L e 20 μg/L. Pertanto, l’acqua utilizzata per la preparazione degli alimenti può dare un contributo significativo all’esposizione complessiva”.

E’ la prova che l’arsenico assunto attraverso la cottura dei cibi con acqua contaminata o bevendo dal rubinetto nelle zone con alti valori del metallo pesante si concentra nel corpo. Dunque le conseguenze del lungo periodo di deroghe – iniziato nel 2001 e terminato solo una settimana fa – rischiano di essere pesanti per la salute. L’arsenico inorganico – ovvero quello contenuto nelle acque – è oggi considerato dai principali istituti di ricerca un cancerogeno di classe 1, ovvero una sicura concausa per lo sviluppo dei tumori.