“Siamo fiduciosi che ora in Italia vi sia una nuova strada, una scelta politica capace di coniugare i valori fondamentali della nostra società”. La famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva di Taranto, ha commentato così qualche giorni fa la conversione in legge del decreto “salva-Ilva”. Si è chiuso così l’anno orribile della fabbrica e della famiglia Riva. Le accuse di associazione a delinquere finalizzate al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro e corruzione in atti giudiziari hanno costretto il vecchio Emilio e suo figlio Nicola agli arresti domiciliari dal 26 luglio e un altro figlio, Fabio, a darsi alla latitanza all’estero per evitare il carcere.

Ma il 2012, in realtà, ha colpito e scosso la città di Taranto: dopo decenni di torpore e indifferenza, il 15 dicembre oltre quindicimila persone sono scese in piazza per dire “no all’inquinamento” e schierarsi al fianco dei magistrati dopo che il provvedimento voluto dal ministro dell’ambiente Corrado Clini ha, di fatto, annullato gli atti dell’autorità giudiziaria. Ma come si è arrivati a questo punto? I “dodici mesi di acciaio” cominciano il 10 gennaio 2012 quando prende il via il processo per l’omicidio di Sarah Scazzi. Il gran circo mediatico di Avetrana torna nel capoluogo ionico e gli ambientalisti ne approfittano per lanciare un appello: “Sulla morte di Sarah avete speculato, ma del nostro inquinamento non avete mai parlato”.

LE PERIZIE – Nei primi giorni di febbraio, però, la vicenda comincia a manifestare tutta la sua drammaticità. Nella perizia ambientale disposta dal gip Patrizia Todisco gli esperti raccontano che dallo stabilimento Ilva di Taranto si diffondono sostanze pericolose che generano malattia e morte: dal parco minerali, ogni anno, 668 tonnellate di polveri volano verso il vicino quartiere Tamburi. Pochi giorni dopo il procuratore Franco Sebastio scrive una lettera al ministro Clini chiedendo quali provvedimenti intenda prendere per risolvere l’allarmante situazione ambientale. Il ministro decide di riesaminare l’autorizzazione integrata ambientale concessa solo pochi mesi prima dall’ex ministro Stefania Prestigiacomo. Il 17 febbraio il tribunale di Taranto è pacificamente assediato da centinaia di ambientalisti e giovani. Qualche settimana dopo la situazione esplode. La seconda perizia epidemiologica spiega che a Taranto tra il 2004 e il 2010 vi sarebbero stati mediamente 83 morti all’anno attribuibili ai superamenti di polveri sottili nell’aria, mentre i ricoveri per cause cardio-respiratorie ammonterebbero a 648 all’anno. La media dei decessi sale però fino a 91 se si prendono in considerazione i quartieri Tamburi e Borgo. Il quadro peggiore riguarda gli operai che presentano eccessi di mortalità per tumore che in alcuni casi sono del 133%. L’azienda dei Riva finisce al centro di una bufera mediatica che i “sistemi di controllo” utilizzati fino a quel momento non riescono più a limitare. L’Ilva decide così di dare una prova muscolare e il 30 marzo, con la promessa ai dipendenti del pagamento della giornata di lavoro, porta in strada ottomila operai nonostante il “no” dei sindacati.

IL SEQUESTRO E I PRIMI ARRESTI – Passano mesi che segnano nettamente la lacerazione tra chi sostiene il diritto alla salute e chi difende il posto di lavoro. All’Ilva, però, qualcuno comprende che la mannaia della giustizia sta per abbattersi: il 10 luglio si dimettono Nicola Riva, presidente del cda, e Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento. Il nuovo presidente del cda Ilva è Bruno Ferrante, ex prefetto di Milano. Il tentativo di evitare le misure cautelari però è vano: il 26 luglio i carabinieri del Noe di Lecce al comando del maggiore Nicola Candido notificano gli arresti domiciliari per Emilio e Nicola Riva e Luigi Capogrosso. Tutta l’Italia comincia a parlare di “salute e lavoro a Taranto”. Sei reparti dell’area a caldo vengono sequestrati senza facoltà d’uso. Gli operai bloccano per tre giorni la città. Il ministero dell’Ambiente, parte lesa nel procedimento, chiede un immediato riesame per la ripresa della produzione. Nel suo decreto il gip Todisco scrive che “non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’Ilva, abbia ancora ad ammalarsi o a morire o ad essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico”.

SENTIERI: A TARANTO SI MUORE DI PIU’, MA IL MINISTERO CONCEDE L’AIA – Il 22 ottobre il ministro della Salute Renato Balduzzi arriva a Taranto per presentare il quadro sanitario nel capoluogo ionico. Secondo i dati, per le donne si registra un incremento di tutti i tumori del 30%, mentre per i bambini crescono le malattie nel primo anno di vita. Per gli uomini si nota una crescita del 14% per tutti i tumori. Intanto i custodi giudiziari dell’Ilva hanno già imposto una serie di misure per diminuire le emissioni e disporre lo spegnimento degli impianti. Contro di loro inizia il fuoco incrociato prima di Bruno Ferrante, che il riesame ha nominato quarto custode giudiziario, e poi del presidente della commissione Aia, Carla Sepe. Il 27 ottobre, nonostante il dissenso dei custodi e dell’Arpa Puglia, il ministro Clini concederà l’autorizzazione integrata ambientale all’Ilva.

AMBIENTE SVENDUTO: I NUOVI ARRESTI – Il nuovo terremoto legato all’inchiesta della Guardia di finanza arriva il 26 novembre. Dalle indagini delle fiamme gialle guidate dal capitano Giuseppe Dinoi nasce la nuova ordinanza che sequestra i prodotti finiti dell’Ilva come corpo del reato e porta agli arresti Archinà, l’ex direttore Capogrosso e Fabio Riva. L’ex vice presidente del Gruppo Riva, però, non è in Italia quando la Guardia di finanza bussa a casa sua. Oggi è ancora latitante. Alla base dell’ordinanza le migliaia di telefonate di Archinà che parla al telefono con tutti: parlamentari, amministratori locali, dirigenti di ogni livello e anche giornalisti. Come il sindaco Ippazio Stefàno che in piena emergenza Benzo(a)pirene chiama l’ex consulente Ilva per chiedere “come dobbiamo muoverci noi?” oppure il parlamentare del Pd Ludovico Vico a cui Archinà invia una proposta di legge per depenalizzare l’unico reato per cui l’Ilva è sempre stata condannata o la richiesta di fare la guerra al compagno di partito Roberto Della Seta perché promotore di un’iniziativa contro l’Ilva. Ancora. C’è Michele Mascellaro, direttore di “Tarantosera” a cui Archinà “esprime apprezzamento – scrive il giudice – per la campagna di stampa, e il direttore che risponde in un modo che bene illustra i rapporti tra i due. Dice infatti ‘….che mi tieni a fare a me?’. Mascellaro attesta dunque – prosegue il gip Todisco – con le sue stesse parole, di concepire la sua professione come attività al servizio degli interessi di Archinà – e quindi dell’Ilva”.

LA LEGGE “SALVA-ILVA” E LO SCONTRO ISTITUZIONALE – Quando il Governo si accorge che non basta l’Aia per dissuadere la magistratura, decide di usare le maniere forti. Vara un decreto legge che permette all’Ilva di riprendere la produzione in attesa di realizzare quanto previsto nell’Aia. Non solo. Dopo il rifiuto della magistratura di dissequestrare i prodotti perché “le legge non è retroattiva”, Clini modifica il provvedimento in modo da permettere all’Ilva di vendere anche quelli sequestrati. Il parlamento lo converte in legge il 20 dicembre, cinque giorni dopo la più grande manifestazione vista nel capoluogo ionico. “Taranto libera” cantavano quindicimila tarantini: bambini, operai, ambientalisti uniti dalla volontà di difendere la vita e la costituzione. Ma l’interesse nazionale e la difesa della produzione dell’Ilva prevalgono. La partita, però, non è chiusa. Il 2013 si riaprirà con il ricorso presentato contro il decreto del governo dalla procura di Taranto, che solleva davanti alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.