Finisce in un gigantesco pasticcio il dossier Imu-Chiesa. Il governo Monti regala agli enti ecclesiastici una nutrita serie di scappatoie per esentarsi dall’Imu e le scuole confessionali protestano sostenendo che si tratta di una condanna a morte. “Tutte le scuole cattoliche sono in fallimento”, ha dichiarato alla Radio Vaticana padre Francesco Ciccimarra, presidente dell’Associazione dei gestori degli istituti dipendenti dall’autorità ecclesiastica, profetizzando “Le chiuderemo in un anno, licenzieremo duecentomila persone”. In realtà la gerarchia ecclesiastica si appresta a negoziare quanta più immunità fiscale possibile.

Il vero scandalo sta nel Regolamento varato il 19 novembre scorso dal ministero dell’Economia e Finanze. Avrebbe dovuto recepire le indicazioni del Consiglio di Stato, che invitava il governo a rispettare le norme europee senza concedere agevolazioni ingiustificate agli enti ecclesiastici, invece per decisione politica del premier Monti è una manna per azzeccagarbugli. Impresentabile in Europa.

Chi pensava che le attività commerciali della Chiesa – come previsto dalla legge del febbraio scorso – avrebbero dovuto pagare semplicemente l’Imu, deve ricredersi. Gli enti assistenziali e sanitari cattolici (non accreditati o convenzionati con lo Stato e gli enti locali) diventano “non commerciali” ed esenti dalla tassa, se le prestazioni “sono svolte a titolo gratuito ovvero dietro versamento di corrispettivi di importo simbolico e, comunque, non superiore alla metà dei corrispettivi medi previsti per analoghe attività svolte con modalità concorrenziali nello stesso ambito territoriale”. Nessuno conosce la media dei prezzi in uso nelle singole regioni ed è facile immaginare la corsa a dimostrare che i pagamenti richiesti rientreranno nella fascia esentasse. È il primo imbroglio, anche perché il concetto di beneficenza e non lucro non implica l’idea che si può “lucrare a metà”.

Secondo imbroglio. Lo stesso vale per attività culturali, ricreative e sportive. Tra l’altro nessuno sa cosa significhi il cosiddetto “ambito territoriale”, in cui si dovrebbero misurare la media dei “prezzi”.

Terzo imbroglio. Le scuole paritarie cattoliche non pagano l’Imu se (oltre ad adottare un regolamento che garantisce la non discriminazione degli alunni e l’accoglienza dei portatori di handicap e l’applicazione del contratto nazionale al personale docente e non docente e la pubblicità del bilancio) l’“attività è svolta dietro versamento di corrispettivi tali da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio, tenuto anche conto dell’assenza di relazione con lo stesso”. È chiaro che tutti gli istituti si precipiteranno a strappare la possibilità di applicare rette, considerate soltanto una mitica “frazione” del costo di servizio. Un arzigogolo nel quale nemmeno la parte ecclesiastica più favorevole all’accordo sa come orientarsi. Inoltre il Regolamento non contiene nessuna norma che faccia decadere automaticamente l’esenzione in caso di finanziamenti statali, regionali e locali (che di per sé falsano la concorrenza).

Ultimo imbroglio. Sono esenti anche le attività alberghiere se dimostrano di esigere corrispettivi non superiori ai famosi “corrispettivi medi” delle attività svolte sul libero mercato. Con questa chicca: che negli edifici a “uso misto” si calcola l’Imu dovuta “limitatamente” agli specifici periodi dell’anno in cui si svolge l’attività commerciale. Come se i normali esercizi privati stagionali potessero permettersi di pagare l’Imu soltanto per certi mesi e altri no. Esistono – è vero – suore esemplari che in un edificio alberghiero di cinque piani tengono per sé l’ultimo e pagano senza fiatare per i primi quattro. Ma è un atteggiamento notoriamente non maggioritario tra gli enti ecclesiastici, i cui amministratori – i casi di Verzé e dell’Idi insegnano – amano spesso aggirare la legge.

C’è poco da commentare: la mostruosità giuridica e la lontananza dagli standard europei è tale che appare evidente l’intenzione politica di fare un omaggio alla Chiesa istituzionale. Regalo utilissimo in vista di un reincarico di Monti. Regalo aggiuntivo al privilegio – unico in Italia – di non aver dovuto pagare per l’anno 2012.

Un’ultima annotazione: i soldi per le scuole cattoliche ci sono. Basta che la Chiesa (modificando l’accordo concordatario) dirotti sui suoi istituti una parte dell’8 per mille, notoriamente sproporzionato rispetto alla “congrua” percepita fino al 1984. Per l’esattezza: cinque volte più di prima.

Il Fatto Quotidiano, 27 Novembre 2012