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Shell, utili oltre le attese: +19% nel primo trimestre 2026. Trainati dai rincari di gas e petrolio per la guerra in Iran

Il colosso energetico britannico ha visto salire i propri utili netti del 19%: circa 5,7 miliardi di dollari. La protesta delle associazioni ambientaliste: "Loro ci guadagnano, noi paghiamo"
Shell, utili oltre le attese: +19% nel primo trimestre 2026. Trainati dai rincari di gas e petrolio per la guerra in Iran
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Shell aumenta i propri utili grazie alla guerra in Medioriente. Lo annuncia lo stesso colosso energetico britannico andando oltre le attese, considerando che il 20% della sua produzione di petrolio e gas proviene proprio dall’area al centro del conflitto. Nel primo trimestre 2026 Shell ha registrato una crescita degli utili netti del 19%: 5,69 miliardi di dollari contro i 4,78 miliardi dello stesso periodo dell’anno scorso. A favorire la crescita ci sono i prezzi di petrolio e gas che sono schizzati alle stelle dopo lo scoppio delle tensioni in Iran.

Anche i ricavi totali hanno registrato un lieve rialzo rispetto ai 66,7 miliardi del quarto trimestre 2025: si attestano ora a circa 70 miliardi su base annua. Da quando Teheran ha bloccato quasi del tutto lo stretto di Hormuz, il prezzo del petrolio è passato nel trimestre da circa 72 dollari al barile a oltre 100 dollari in alcuni giorni. Per l’amministratore delegato di Shell, Wael Sawan, la crescita è dovuta alla “attenzione costante alle performance operative in un trimestre segnato da perturbazioni senza precedenti nei mercati energetici globali”. Grazie agli ottimi risultati la compagnia ha anche premiato i propri azionisti, annunciato il riacquisto di azioni proprie per un valore di 3 miliardi di dollari e un aumento del dividendo.

In generale, le principali compagnie energetiche hanno beneficiato dell’impennata dei prezzi del petrolio, ma anche dal trading. Anche se, come riporta il Telegraph, la compagnia non pubblica i dati sugli utili derivanti dalla sua attività di trading, è noto che Shell abbia puntato sui future del petrolio e del gas che dal 28 febbraio, giorno dell’attacco americano sull’Iran, hanno oscillato tra forti guadagni e perdite. Una volatilità sottolineata anche da Sawan: “Il conflitto in corso in Medio Oriente ha causato interruzioni della produzione e limitazioni alle esportazioni. Dall’inizio del conflitto, i prezzi delle materie prime e i margini di raffinazione sono stati estremamente volatili”. I successi di Shell sono stati infatti anche condizionati da problemi operativi soprattutto per quanto riguarda la produzione del gas. Quest’ultima è stata influenzata dai danni significativi subiti dal polo di Ras Laffan, nel nord del Qatar, il più grande al mondo per la liquefazione del gas naturale.

Shell però, così come altre aziende del settore, è stata criticata per aver tratto profitto dal conflitto in Medioriente. Come riporta The Independent, Tessa Khan, direttrice esecutiva di Uplift, organizzazione ambientalista britannica, ha attaccato le compagnie energetiche: “Più volte, i conflitti globali fanno aumentare il prezzo del petrolio e del gas, e più volte sono le famiglie comuni a pagarne il prezzo. Questi annunci di profitti sono solo un altro, sgradito promemoria di come l’attuale sistema energetico sia strutturato a sfavore della gente comune”. A Khan ha fatto eco Maja Darlington, attivista per il clima di Greenpeace UK, intervistata dal Telegraph: “Mentre le bombe cadono e le bollette aumentano, Shell incassa miliardi. La nostra economia basata sui combustibili fossili è strutturata in modo da favorire giganti del petrolio: loro ci guadagnano, noi paghiamo”.

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