La gente vuole la caduta del regime. Uno slogan ben conosciuto a Piazza Tahrir e nato nella storica piazza il 25 gennaio 2011, durante la rivoluzione, e risuonato sino a pochi mesi fa contro il dittatore Hosni Mubarak e il Consiglio Militare Supremo. Quelle parole oggi sono tornate ma il regime, in arabo il “nizam”, questa volta vuol dire Mohammed Morsi. Il presidente egiziano, il primo eletto democraticamente nella storia del paese e appena incoronato dai paesi occidentali come il nuovo leader diplomatico del Medio Oriente dopo l’accordo raggiunto sul conflitto a Gaza, sembra essere per gli egiziani sempre più simile al “faraone” Mubarak. A far tornare calda la piazza è stata la nuova dichiarazione costituzionale approvata ieri che rende inappellabili le decisioni del presidente e lo legittima a prendere qualsiasi decisione “volta a proteggere i valori della rivoluzione”. Inoltre, il documento toglie a tutti gli organismi giudiziari la facoltà di sciogliere l’assemblea costituente e la camera alta del parlamento, impedendo un’altra potenziale sentenza della magistratura che aveva sciolto l’altra camera lo scorso giugno per un vizio nella legge elettorale. Un colpo di mano non nuovo per il presidente, uomo dei Fratelli Musulmani, che già lo scorso luglio aveva emesso un’altra dichiarazione costituzionale e il mese dopo aveva mandato in pensione i vertici del Consiglio Militare Supremo.

Così già da questa mattina centinaia di migliaia di persone si sono radunate in una piazza che vede una protesta a due velocità: la folla pacifica di Tahrir e gli scontri con la polizia nelle vie vicine, iniziati quattro giorni fa con il primo anniversario della strage di Mohammed Mahmoud. Un’affluenza inizialmente lenta sino all’arrivo dell’ultima marcia diretta verso la piazza e guidata dai tre leader dell’ala politica liberale Hamdeen Sabbahi, Amr Moussa e Mohammed El Baradei. Gli stessi che ieri in una conferenza stampa avevano immediatamente tacciato la mossa di Morsi come un colpo di stato invitando le persone a scendere in protesta per le strade del paese. E la sensazione che l’Egitto si ritrovi nuovamente di fronte a un colpo di stato istituzionale è condivisa tra gli attivisti in piazza. “Non abbiamo bisogno di un nuovo faraone – dice Aya, studentessa che porta nelle spalle un’enorme bandiera egiziana – la concentrazione di poteri che Morsi ha ora nelle sue mani è molto pericolosa per la democrazia. Il nostro paese dovrebbe avere un bilanciamento tra tutte le autorità e le istituzioni, giudici compresi”. Secondo Amer, elettore di Morsi alle presidenziali “il presidente ci ha profondamente deluso, ha tradito le sue promesse. Dopo la sua elezione nel discorso a Tahrir, ci aveva garantito che tutte le nostre richieste sarebbero state rispettate e invece non è così”.

Intanto, in mezzo alla piazza sommersa di enormi bandiere bianche con i visi dei martiri della rivoluzione, gli attivisti si facevano spazio tra la folla creando un corridoio per agevolare i soccorsi dei feriti degli scontri nelle vie vicine. A Qasr el-Aini, la strada del parlamento egiziano, e Mohammed Mahmoud, nei pressi del Ministero dell’Interno, la polizia ha lanciato gas lacrimogeni e pietre da diversi edifici nel tentativo, invano, di disperdere i manifestanti. La rabbia verso la decisione del presidente egiziano è esplosa anche in altre città egiziane come a Port Said, Alessandria, Assiut e Suez, dove sono state assaltate alcune sedi dei Fratelli Musulmani. Una situazione che potrebbe degenerare in nuove violenze e a cui Morsi ha tentato di porre rimedio affermando questo pomeriggio che la sua decisione non è stata un regolamento di conti ma una mossa necessaria “per garantire democrazia e stabilità”. Parole che per il momento non convincono i manifestanti, sempre più determinati a bloccare una deriva totalitaria del nuovo presidente egiziano.