La China Development Research Foundation, uno dei più influenti think tank della Repubblica popolare, ha realizzato uno studio i cui risultati potrebbero spingere la dirigenza politica del Pcc a ripensare la discussa politica del figlio unico. E che afferma nero su bianco la necessità di riformare questa politica entro tre anni. Il report sarà pubblicato in un paio di settimane, ma alcuni media cinesi hanno avuto accesso alle bozze. L’agenzia di stampa Xinhua riporta che la Fondazione avrebbe raccomandato la sperimentazione in alcune regioni della “politica dei due figli” sin da quest’anno e la sua introduzione su tutto il territorio nazionale entro il 2015. Sempre secondo Xinhua, il think tank suggerirebbe il 2020 come data  per farla finita una volta per tutte con il “controllo delle nascite”, che molti vedono come una politica che aveva senso solo in un’altra epoca, quando lo Stato ancora garantiva casa, lavoro e cibo ai suoi cittadini.

La cosiddetta politica del figlio unico è stata lanciata ventidue anni fa. Il 25 settembre 1980, una lettera del Comitato centrale rivolta agli iscritti e ai Giovani comunisti formalizzava una serie di riflessioni e soluzioni politiche che riconoscevano nella crescita demografica il principale handicap alla crescita economica del Paese. Ai tempi del presidente Mao non sarebbe stato pensabile. Secondo il Grande Timoniere, infatti, “l’uomo era il bene più prezioso della nazione”. Il controllo della natalità, poi chiamato pianificazione familiare, avveniva incoraggiando il popolo a seguire tre semplici principi: “Sposarsi tardi, aspettare molto tra un figlio e l’altro e fare meno figli”.

La studiosa statunitense Susan Greenhalgh, autrice di “Just One Child – Science and Policy in Deng’s China”, racconta come nessuno dei leader comunisti se la sentì di imporre un controllo delle nascite fino a quando nel 1978 il programmatore elettronico Song Jian, specializzato in missili, non tornò in patria da un congresso ad Helsinki. Qui era venuto a conoscenza delle simulazioni al computer di Limits to Growth, un lavoro commissionato dal Mit al Club di Roma, un’associazione non governativa ancora oggi piuttosto influente. Il saggio, rivoluzionario per l’epoca, proponeva modelli matematici che dimostravano inequivocabilmente il disastroso rapporto tra una fortissima crescita demografica e la finitezza delle risorse del mondo, per concludere che la Terra, se avesse mantenuto gli stessi ritmi, avrebbe raggiunto il suo “olocausto ambientale” entro l’anno 2000.

La teoria convinse Song che, tornato in patria, costruì un modello simile da applicare esclusivamente al sistema Cina e lo propose al Comitato centrale del Partito. Offrire soluzioni scientifiche a problemi sociali era l’utopia del socialismo di Deng. E così il Partito trasformò quello che in Occidente era stato solo un esercizio scientifico in una proposta politica concreta da applicare alla popolazione cinese. La legge del figlio unico, quindi, si basa su una semplice operazione matematica: risorse disponibili in Cina diviso il numero degli abitanti dello stesso paese. Risultato? Un solo figlio per coppia.

Lo stesso documento che inaugura questa politica, afferma che sarebbe durata per trenta, massimo quarant’anni. Così arriviamo all’oggi, e qualcosa ha già iniziato a muoversi. Negli ultimi anni alcune deroghe alla legge sembrano trasformare la politica del figlio unico in una politica “dei due figli”: le minoranze etniche residenti in zone urbane possono avere fino a due figli (anche di più se residenti nelle campagne); i cinesi di etnia han residenti nelle campagne possono avere un secondo figlio se il primo nato è femmina o con gravi deficienze fisiche o psichiche; in alcune regioni o municipalità (come ad esempio Pechino), le coppie formate da due figli unici possono generare due figli; nella regione del Sichuan, disastrata dal terremoto del 2008, è permesso un secondo figlio a chi ne ha perso uno (la stessa deroga – paradossalmente – specifica: “se il figlio legale è morto e la coppia ha un secondo figlio illegale, quest’ultimo potrà diventare legale”).

Pechino stima che senza l’obbligo al figlio unico i cinesi sarebbero oltre un miliardo e settecento milioni. E si vanta di aver contenuto la natalità a favore di un incredibile sviluppo economico. Ma è negli stessi provvedimenti correttivi della legge che si intuiscono le problematiche che ha generato. E mentre la crescita demografica rallenta, la diffusione di un maggiore benessere economico e il conseguente aumento della qualità della vita hanno provocato un improvviso invecchiamento della popolazione.

Se la Cina continuasse imperterrita nel perseguire la politica del figlio unico, la situazione demografica si trasformerebbe molto presto in quella in atto nel nostro Paese. Si calcola infatti che perseguendo su questa strada, nel 2050 un terzo della popolazione cinese sarà composta persone anziane. La conseguenza è che sempre meno lavoratori supportano il già povero sistema pensionistico cinese e, se lo Stato non ha i fondi sufficienti e l’unico figlio lavora, chi si seguirà il precetto della pietà filiale a cui Confucio teneva tanto?

di Cecilia Attanasio Ghezzi