L’Ilva di Taranto ha ottenuto l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, ha infatti concluso la procedura per il rilascio del documento che aggiorna l’autorizzazione concessa ad agosto dello scorso anno. Il ministero ha acquisito i pareri dei ministeri della Salute, del Lavoro, degli Interni, dello Sviluppo Economico e delle Politiche Agricole e ha recepito le prescrizioni presentate dalla Regione Puglia. Ma il documento autorizzativo – che al momento regolamenta solo le emissioni – perché possa realmente considerarsi ‘integrato’ dovrà a breve integrare anche la gestione dei rifiuti e delle acque. Nella nota diffusa, il ministero guidato da Clini ha spiegato che con successivi provvedimenti si procederà a disciplinare le discariche interne, la gestione dei materiali, i sottoprodotti e rifiuti inclusi, gestione delle acque e delle acque di scarico” entro il 31 gennaio 2013. Infine, entro il 31 maggio 2013, saranno regolamentate “le restanti aree ed attività dello stabilimento” compreso “il sistema di gestione ambientale e la gestione energetica”.

In un comunicato l’Ilva ha affermato di aver “esaminato nel dettaglio le prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale” e “intende applicare quanto richiesto dal provvedimento“. Non un’accettazione incondizionata però. Perché oltre a “verificare la sostenibilità finanziaria degli investimenti alla luce dei nuovi limiti imposti dall’AIA”, l’Ilva ha ribadito nuovamente la sua posizione: “Presupposto imprescindibile per l’attuazione del piano è la piena disponibilità degli impianti, oggi sotto sequestro”. Piena disponibilità, cioè produzione. E al di là di mille probabili scenari economici, il vero dubbio dopo il rilascio dell’Aia è proprio questo: l’Ilva è autorizzata a produrre acciaio?

Per il ministro Clini, l’Aia è l’unico documento che “autorizza l’azienda a utilizzare gli impianti, alle condizioni, però, previste dall’autorizzazione stessa”. Ma questo vale anche per i reparti sotto sequestro? No secondo la magistratura tarantina, che il 26 luglio scorso ha messo i sigilli ed escluso la facoltà d’uso dei sei reparti dell’area a caldo, le cui emissioni diffondono a Taranto “malattia e morte”. In tutti i provvedimenti giudiziari emessi da luglio a oggi, del resto, i giudici di tutti i gradi hanno chiaramente ribadito che “non è consentito all’Ilva alcun utilizzo a fini produttivi”.

Inevitabile quindi che la partita a scacchi giocata finora con istanze, ricorsi e pareri, possa trasformarsi in una vera e propria guerra giudiziaria. L’ipotesi più accreditata è che l’Ilva chieda il dissequestro degli impianti facendo leva proprio sull’autorizzazione concessa dal ministero. A decidere dovrà essere ancora una volta il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco. Appare facile immaginare un ‘no’ secco, visto che dal 26 luglio a oggi la situazione all’interno di quei reparti non è cambiata: le emissioni della fabbrica d’acciaio più grande d’Europa continuerebbero a produrre inquinamento e danno agli operai e alla popolazione. E allora?

A quel punto potrebbe addirittura essere il governo ad andare in soccorso dell’Ilva. Le strade potrebbero essere due. La prima, già prospettata il 13 scorso dal sottosegretario Antonio Catricalà, è il ricorso alla Corte Costituzionale per risolvere un eventuale conflitto di attribuzioni sollevato dal Governo che ritiene di aver subìto un’ingerenza della magistratura nella sua prerogativa di stabilire la politica industriale del Paese. La seconda invece potrebbe essere il disegno di legge ‘semplificazioni‘ con gli articoli 21 e 22 denominati “Salva Ilva“, che permetterebbero all’azienda di continuare a produrre in attesa di realizzare le bonifiche. A quel punto potrebbe essere la procura di Taranto a sollevare l’incostituzionalità del provvedimento legislativo. Insomma un futuro difficile per gli operai e i cittadini di Taranto, costretti ancora una volta ad aspettare che qualcuno possa risanare, una volta per tutte, l’eterna contrapposizione ionica tra diritto al lavoro e diritto alla salute. Nonostante la Costituzione italiana preveda quest’ultimo come unico diritto che non può subire compromessi.