Mentre leggo delle tangenti pagate in Lombardia a esponenti Pdl per poter costruire palazzi all’interno di aree verdi (dove non si può), arriva la notizia che il governo Monti ha varato la norma che introduce il silenzio-assenso per le richieste di edificare in aree vincolate. Il tempo di riprendersi, e arriva il giudizio del Consiglio Superiore della Magistratura sul Ddl anticorruzione appena varato dal Senato: “Arretramento significativo, rischio di far lavorare a vuoto il sistema”. Il cerchio si chiude.

Ambiente e legalità sono due facce della stessa medaglia. Nei Paesi dove più bassa è la cultura della legalità diffusa (e dove più deboli sono le leggi in materia), più gravi e frequenti sono le offese e i danni ai beni comuni: territorio, aria, acqua.

Però c’è un problema di fondo. Se, come scriveva Montesquieu, le leggi sono il prodotto (lo “spirito”) della cultura profonda dei popoli che le producono, smettiamola almeno di parlare di “governo tecnico”. Basta con questa neolingua orwelliana, che definisce Clini “Ministro dell’Ambiente” e Passera “Ministro dello Sviluppo”. Il primo difende l’Ilva di Taranto; il secondo prevede libertà di trivellazione nel Mediterraneo come nemmeno ai tempi di Enrico Mattei, alla faccia della green-economy.

Il governo Monti è, anche sotto il profilo ambientale, quanto di più tradizionalmente “politico” le classi dirigenti di questo Paese abbiano saputo esprimere fino ad oggi. Dai suoi indirizzi di politica ambientale, così come nelle scelte di politica economica, emerge una regola brutale: vince il più forte.

Prendiamo il testo del Decreto Legge 5/2012 approvato dal Consiglio dei Ministri. D’ora in avanti, nel caso in cui un privato chieda un permesso di costruire in un’area soggetta a vincolo ambientale paesaggistico o culturale, in base alle nuove regole se entro 45 giorni il Soprintendente non risponde, ciò equivarrà all’espressione di un silenzio-assenso da parte della pubblica amministrazione. Cioè: parere positivo. Libertà di edificare in zona protetta.

Dunque: da un lato, con i famosi tagli lineari, il “governo tecnico” riduce gli organici delle Soprintendenze già ridotti al lumicino; dall’altro, impone a questi striminziti organici tempi e ritmi di produttività che nemmeno in Germania possono permettersi (dove l’attesa media di risposta per una pratica edilizia è di circa 90 giorni), in mancanza dei quali l’impresa costruttrice potrà tranquillamente edificare all’interno di aree tutelate per legge. Davvero: nemmeno Berlusconi era arrivato a tanto.

E quando nel “governo tecnico” il Ministro all’Ambiente (sto sempre usando la neolingua orwelliana) dichiara che “non c’è nessun condono, nessuno sconto, nessun attacco all’ambiente, nessuna porta aperta alla speculazione sui territori protetti e di pregio”, ricorda lo slogan “La libertà è schiavitù” pronunciato dal Ministro della Verità di Oceania.

Un esempio concreto, fra i tanti. A Milano, negli anni Cinquanta, è stato realizzato a cura dell’arch. Piero Bottoni uno dei quartieri sperimentali più studiati dall’urbanistica moderna, presentato al mondo in occasione dell’Ottava Triennale di Milano: il QT8 (Quartiere Triennale Ottava). Arrivano ancora oggi studenti da tutto il mondo per studiarlo. Purtroppo l’abusivismo è sempre in agguato. Tempo fa chiesi alla Soprintendenza milanese di intervenire per porre un vincolo storico o ambientale sull’intero complesso. La risposta fu disarmante: “Siamo d’accordo, però abbiamo due sole persone a disposizione: una è malata grave, l’altra è a casa in attesa di un bimbo: lei ci potrebbe dare una mano a raccogliere la documentazione necessaria per istruire la procedura in tempi rapidi?”. Dedicai un’intera estate a lavorare, gratuitamente, per recuperare date e indicazioni di progetto per ogni singolo edificio. Inviai il materiale alla Soprintendenza: nove mesi dopo, al rientro al lavoro di uno dei due architetti, la pratica iniziò ad essere esaminata.

Qualcuno, cortesemente, potrebbe raccontare questa storia al Ministro della Verità del governo tecnico?