Nello stato brasiliano di Rondônia, in mezzo a sconfinate piantagioni di soia e allevamenti, sopravvive un piccolo fazzoletto di foresta pluviale. È in quei pochi ettari di terra che 5 persone, gli ultimi sopravvissuti della loro tribù, cacciano la selvaggina rimasta. Quando il Funai (il dipartimento governativo agli affari indigeni del Brasile) li contattò nel 1995 per sottrarli allo sterminio, il loro territorio venne protetto, ma ormai era troppo tardi.

Nessuno comprende a fondo la lingua degli Akuntsu e, pertanto, nessuno può raccontare l’orrore che queste persone hanno vissuto. Tuttavia, si sa che gli allevatori che hanno occupato la loro terra hanno massacrato tutti gli altri membri della tribù e raso al suolo le loro case con i bulldozer per coprire ogni traccia dei crimini. Tra poco il loro genocidio sarà completo. In attesa che il loro destino si compia, gli Akuntsu danzano come meglio glielo permettono i traumi fisici e psicologici subiti. Alle caviglie portano bracciali tradizionali fatti di fibre vegetali. Ma al posto delle conchiglie, al collo indossano collane di plastica ricavate dai contenitori dei pesticidi gettati via dagli agricoltori che li accerchiano.

Ogni anno, il 27 gennaio, l’umanità celebra il Giorno della memoria, “ricorda” l’Olocausto e riflette sul valore supremo della vita umana. Ma la verità è che Auschwitz continua comunque a esistere come sfida alle presunzioni degli ultimi tre secoli di pensiero occidentale, tra cui l’ineluttabilità del progresso umano e il potere civilizzante della tecnologia e del benessere economico. A differenza degli stermini di massa operati dalla Germania nazista, il genocidio dei popoli indigeni continua oggi in molti angoli remoti del mondo sfuggendo alla vista e alla condanna dell’opinione pubblica mondiale. Anche se i numeri sono inferiori, l’orrore e il risultato finale restano gli stessi.

Pochi giorni fa, alcuni testimoni hanno raccontato a Survival di aver trovato “corpi e ossa bruciati” presso la comunità indigena di Irotatheri, nella regione venezuelana di Momoi, vicino al confine con il Brasile. Dai primi indizi sembra che un gruppo di cercatori d’oro illegali abbia massacrato decine di Yanomami, ma il numero delle vittime è ancora impossibile da stabilire. Al momento, i sopravvissuti rinvenuti sono solo 3: mentre il loro villaggio veniva dato alle fiamme, si trovavano a caccia nel folto della foresta. Purtroppo gli Yanomami hanno già sperimentato più volte simili atrocità. Nel 1993 furono assassinati 16 Yanomami ad Haximu, in Brasile. Tra i morti anche un neonato, tagliato in due con il macete.

Nel mondo si contano circa 370 milioni di indigeni e una parte di loro rischia la morte ogni momento. Nelle foreste dell’Amazzonia come in quelle dell’Africa centrale, sulle colline del Sudan o del Bangladesh, tra i ghiacci dell’Artico e nelle isole dell’Oceano indiano, ci sono tribù che ancora oggi vengono massacrate a sangue freddo da bande criminali o uccise nel nome del “progresso” e dello “sviluppo” mediante acclamate politiche governative che sembrano disegnate apposta per distruggerli. Tra gli strumenti più efficaci di morte a lungo termine ci sono sicuramente l’espropriazione delle loro terre e delle loro risorse da parte di governi e società, l’impunità dei responsabili, le malattie diffuse dagli invasori e un razzismo che si ostina a dipingerli come arretrati e primitivi negando loro il diritto di decidere da soli del proprio futuro. Nonostante alla radice dei crimini ci siano l’avidità e la vorace mancanza di lungimiranza dei nostri modelli di sviluppo, in tanti continuano a considerare i problemi di popoli tribali come marginali e lontani. Molti credono ancora che, in definitiva, l’unica soluzione sia quella della loro assimilazione culturale ed economica.

Altri si rifugiano nel romanticismo, immaginando i popoli tribali come specie rare che vivono un delizioso, congelato “stato di natura”, e non come parte di complesse comunità in continua evoluzione come le nostre. I popoli indigeni vedono in tali atteggiamenti razzismo ed ipocrisia. Si stanno organizzando politicamente sempre meglio per fermare i silenziosi olocausti contemporanei ma hanno bisogno del nostro aiuto, e di un nostro radicale cambiamento di mentalità. La loro unica e reale richiesta è quella di esser riconosciuti come esseri umani, con gli stessi diritti alla terra e all’autodeterminazione di chiunque altro. Fino a quando non inizieremo ad ascoltare, come potremo pretendere di aver imparato la lezione dei campi di sterminio nazisti?

di Francesca Casella, Survival International

Foto © Fiona Watson/Survival