Aleppo
Aleppo, 17 Agosto 2012 (Foto: Lapresse)
I colpi di mortaio martellano le strade intorno a noi e un carro armato T-72 seminascosto sotto un viadotto, ma il comandante in capo delle forze militari di Assad ad Aleppo – un generale di 53 anni con 33 anni di servizio e due ferite di pallottola ricordo della battaglia di Damasco del mese scorso – sostiene di essere in grado di “ripulire” dai “terroristi” tutta la provincia di Aleppo in 20 giorni. Una affermazione che prendo con il beneficio di inventario in particolare per quanto riguarda il quartiere di Saif el-Dowla dove il fuoco dei cecchini è incessante. Insomma, la battaglia di Aleppo è lungi dall’essere finita. 

Strana sensazione quella di trovarmi in una abitazione privata a colloquio con i generali siriani accusati dai leader occidentali di essere criminali di guerra. Mi trovo, per così dire, nel “covo del nemico”, ma il generale, incredibilmente alto e con un’incipiente calvizie, ha molto da dire sulla guerra che stanno combattendo e sul disprezzo per i nemici. Il generale, che si rifiuta di dirmi come si chiama, li definisce “topi”. “Ci sparano, poi scappano e si nascondono nelle fogne. Sono stranieri: turchi, ceceni, afgani, libanesi, sudanesi”. ‘E i siriani?’, domando. “Sì, anche siriani, ma si tratta di contrabbandieri e delinquenti comuni”, mi risponde. 

Chiedo informazioni sulle armi dei ribelli. “Prenda questa”, mi dice il generale allungandomi una ricetrasmittente presa due giorni prima ad un combattente turco a Seif el-Dowla, a poche centinaia di metri da dove ci troviamo. “Mohamed, mi senti? Abdul Hassan, mi senti?”, gracchia la radio e gli ufficiali siriani scoppiano a ridere ascoltando la voce del nemico che magari si trova nello stesso palazzo. “Questa ricetrasmittente era in possesso di un terrorista di nazionalità turca come risultava dal documento in suo possesso”, mi dice il generale. Il “terrorista” si chiamava Remziye Idris Metin Ekince, nato a Bingol, Turchia, il 1° luglio 1974, di religione musulmana. 

Finalmente il nome di uno dei misteriosi “stranieri” che secondo i membri del partito Baath costituiscono l’ossatura dei gruppi di ribelli con cui ha a che fare l’esercito siriano. Frugando tra le armi – tutte sottratte al nemico nell’ultima settimana, mi garantiscono gli ufficiali – vedo confezioni di esplosivi di fabbricazione svedese del 1999, ma con la dicitura “made in Usa”, un fucile di fabbricazione belga, numerose bombe a mano di provenienza incerta, un fucile di precisione russo, una pistola da 9mm di fabbricazione spagnola, una vecchia pistola automatica, una mitragliatrice sovietica del 1948, una serie di lanciamissili e lanciagranate di fabbricazione russa e una cassa di medicinali.

“Ogni gruppo di terroristi dispone di una ambulanza da campo”, mi dice un ufficiale dei servizi segreti. “Rubano i medicinali dalle nostre farmacie, ma dispongono anche di altre fonti di approvvigionamento”. È vero. Trovo infatti analgesici libanesi, bende pakistane e molti farmaci provenienti dalla Turchia. Sarebbe interessante sapere a chi hanno originariamente venduto le armi le fabbriche spagnole, svedesi e belghe. Mi fanno vedere una carta di credito Visa il cui titolare è un certo Ahed Akrama, una carta d’identità siriana scaduta a nome Widad Othman – “rapito dai terroristi”, mi dice a bassa voce un altro ufficiale – e migliaia di munizioni. Il generale conviene che le armi possono essere state sottratte ai soldati siriani morti o fatti prigionieri. “Sì è vero”, dice il generale. “I disertori esistono, ma si tratta di soldati risultati inidonei ai test e che erano rimasti nell’esercito solo per la paga”.

Non è difficile capire come si stanno sviluppando i combattimenti ad Aleppo. Camminando in strada per oltre un’ora con una pattuglia siriana, mi rendo conto che i cecchini sparano dalle case e poi spariscono. Un soldato della pattuglia viene centrato da un cecchino appostato sul minareto della moschea di El-Houda. Il quartiere di Salaheddine è stato “liberato”, mi dice un ufficiale siriano, e anche il quartiere di Seif el-Dowla è stato quasi completamente ripulito, “con l’eccezione di un paio di isolati”, precisa.

Almeno una dozzina di civili escono dalle loro case e, ignari della presenza di un giornalista straniero, abbracciano i soldati siriani. Uno mi dice che è rimasto chiuso in casa perché i combattenti “stranieri” sparavano alle truppe governative dal suo giardino. “Io parlo turco e la maggior parte di loro parlavano turco. Altri però avevano lunghe barbe e pantaloni corti come quelli dei sauditi e parlavano arabo con uno strano accento”.

Sono talmente tanti i civili siriani che – lontano dai soldati – mi parlano di “stranieri” armati accanto a siriani “delle campagne”, che deve esserci del vero nell’affermazione del regime secondo cui nel Paese sono presenti numerosi combattenti di nazionalità non siriana. Mentre in alcune zone della città la vita sembra proseguire normalmente con qualche colpo di mortaio in lontananza, in altri quartieri decine di migliaia di cittadini sono stati costretti ad abbandonare le loro case e ora dormono nella casa dello studente dell’università.

Tornando in centro mi imbatto in cinque soldati stanchissimi e con gli occhi arrossati in compagnia di un civile di nome Badredin. È stato lui ad avvertire i soldati della presenza di “10 terroristi” in via Al-Hattaf. L’esercito è prontamente intervenuto e alcuni ribelli sono stati uccisi. “Gli altri sono scappati”, dice Badredin. Più tardi il generale mi annuncia che sta iniziando un grosso scontro a fuoco in un quartiere dove sorgono una moschea e una scuola cristiana e dove si sono barricati numerosi “terroristi”. “L’esercito siriano non uccide i civili” – mi dice il generale. “Siamo qui per proteggerli. Cerchiamo di far allontanare i civili prima di aprire il fuoco”.

Mentre mi allontano mi passa accanto un giovane che cerca di raggiungere casa sua per vedere se è ancora in piedi. Ha una maglietta con una citazione di George Barnard Show: “Vedi le cose e dici ‘Perché?’. Ma io sogno cose che non sono mai esistite e dico ‘Perché no?’”. Niente male per Aleppo.

© The Independent –  Traduzione di Carlo Antonio Biscotto

Il Fatto Quotidiano, 22 Agosto 2012