Ritorno sull’argomento a meno di ventiquattr’ore dal mio post precedente, nel quale – devo dire con leggero intento provocatorio – proponevo che in un oceano globale infestato da piraterie di varia natura, alcune di tipo classico e altre meno, i pirati che fanno il danno maggiore sono quelli che partecipano al saccheggio delle risorse della pesca operato dalle grandi flotte del mondo industrializzato, consumatori compresi. Quindi tutti noi.

Ritorno sull’argomento perché alcuni lettori mi hanno fatto giustamente notare che in Italia non è facile per un consumatore, per quanto attento, acquistare il pesce con responsabilità. Verissimo, perché purtroppo vi è ancora enorme carenza di sensibilità e disponibilità nelle porzioni terminali della filiera, quella delle vendite al dettaglio e quella della ristorazione, anche perché queste si rivolgono a un pubblico di consumatori che nel nostro Paese solo in piccolissima parte si ricordano della necessità di agire responsabilmente quando si acquista o si ordina un prodotto del mare.

Non è facile, dicevo, acquistare con responsabilità, ma nemmeno impossibile. Un lettore ha giustamente ricordato l’ottimo sito del Monterey Bay Aquarium che tuttavia si rivolge soprattutto a un pubblico nordamericano. Ci sono anche organizzazioni senza fini di lucro che certificano i prodotti del mare raccolti in maniera sostenibile. Tra le più note ricordo Friend of the Sea con prodotti in commercio su alcune catene della grande distribuzione anche in Italia, e il Marine Stewardship Council con presenza purtroppo assai rara dalle nostre parti. Chi acquista un prodotto etichettato con uno di questi marchi non solo può sentirsi nella ragionevole certezza che tale prodotto è stato prelevato dal mare sostenibilmente, ma può essere anche consapevole del fatto che con il suo acquisto sta premiando un produttore che per senso di responsabilità probabilmente si è sobbarcato costi di produzione meno competitivi.

Di strada da fare, ovviamente, ce n’è ancora tanta. Disinteresse, disinformazione e carenze di tipo culturale ancora rallentano il processo nel nostro Paese, dove troppi ancora ritengono che di pesce ce ne sia ancora a iosa, e che anche se così non fosse non è comunque affar loro.  Certo, avendo affibbiato del “pirata” a tutti noi devo aver toccato qualche nervo scoperto; tuttavia se con questo avrò aiutato a stimolare qualche semplice riflessione, che potrà contribuire seppure in minima parte a migliorare lo stato del mare, ne sarò felice, e tutt’altro che pentito.