Troppe volte è stata negata la Giustizia, troppi macigni hanno continuato ad essere disseminati sulla strada della Verità.

Non possiamo più sopportare i depistaggi, la negazione delle prove, anche se fotografiche, le sentenze di condanna annullate dai sodali di chi, dopo avere annullato centinaia di sentenze di processi di mafia, costate anni di lavoro e spesso sangue di servitori dello Stato, arrivava anche a schernire Paolo Borsellino e Giovanni Falcone dopo che erano stati già uccisi.

Non possiamo accettare che venga negato il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, definendolo come un reato che non esiste nel codice penale, quando è stato configurato in innumerevoli sentenze passate in giudicato, ipotizzato per prima dal pool di Falcone e Borsellino, quando soprattutto dovrebbe essere considerato un reato ancora più grave della stessa associazione mafiosa, perché ne costituisce l’essenza e ne assicura la sopravvivenza.

Senza il concorso esterno, senza il favoreggiamento, senza il consenso, la mafia non esisterebbe più da tempo, il cancro che ha minato e corroso il nostro paese sarebbe stato sconfitto e il sogno di Paolo Borsellino si sarebbe realizzato.

E soprattutto non possiamo accettare che un Procuratore generale ardisca affermare in un’aula di Giustizia che al reato di concorso esterno non crede più nessuno.

Non possiamo accettare che questo avvenga senza che il Csm, così attento a sanzionare con provvedimenti disciplinari anche le dichiarazioni di fedeltà alla Costituzione di un giudice come Antonio Ingroia, l’allievo di Paolo Borsellino, faccia finta di non avere udito, non reagisca in alcun modo.

Non possiamo accettare più le parole dei Giuda, anche se indossano o hanno indossato una divisa di carabiniere contrassegnata dai gradi più alti, anzi soprattutto per questo, che dopo avere tradito un amico, ma dubito che Paolo lo possa avere mai considerato tale, ne insultano la vedova attribuendole inesistenti malattie mentali per offuscare, anzi per negare, la terribile verità che le aveva rivelato il marito.

La terribile verità di un alto servitore dello Stato che aveva invece scelto di passare dalla parte di quello che dello Stato è il nemico, il nemico con il quale non dovrebbe essere ipotizzabile alcun tipo di rapporto o di trattativa.

E l’espressione usata da Paolo non definiva un rapporto o una trattativa ma addirittura una affiliazione.

Mi sento ancora più vicino alla moglie di mio fratello, messa in ginocchio da una terribile malattia ma con la mente lucidissima e la testa alta nell’orgoglio di proclamare la Verità.

Conosco per esperienza diretta le accuse di pazzia o di sconvolgimento mentale che ti vengono rivolte quando gridi ad alta voce e pervicacemente la Verità.

Sono stato, anche da chi mercifica in spettacoli a pagamento i ricordi dei giudici assassinati, accusato di essere malato mentalmente perché ho fatto delle domande alle quali non ho ancora avuto risposta.

Sono stato assimilato a Caino perché pretendo di conoscere e la verità, tutta la verità, anche quella indicibile, su chi ha ucciso mio fratello o ne ha favorito glia assassini.

Sono stato accusato, anche da chi attaccava mio fratello quando era in vita, di farlo rivoltare mio fratello nella tomba, ma per questa verità Caino vi giura che continuerà a combattere fino all’ultimo giorno della sua vita.

Se la moglie di mio fratello ha dovuto attendere degli anni prima di rivelare a un Giudice degno di questo nome il suo terribile segreto, lo ha fatto per proteggere i suoi figli, i figli di Paolo, quei figli che Paolo non carezzava più nei giorni che precedettero il suo assassinio  perché sperava di far così sentire meno loro il terribile peso della sua assenza, della sua morte.

Forse sarà stata anche impaurita, minacciata da questi criminali travestiti da servitori dello Stato, forse le avranno fatto temere, con un ricatto infame, di poterle colpire, dopo il marito, anche i figli, i nipoti.

E poi a quale giudice degno di questo nome avrebbe dovuto rivelare il suo segreto?

Forse a quegli altri, vestiti, o meglio travestiti, della stessa toga di suo marito, ma che stavano avallando un depistaggio volto ad allontanare le indagini dai veri responsabili di quella strage?

I responsabili materiali, i responsabili morali e forse anche i mandanti occulti, quei nomi che in fascicoli processuali purtroppo archiviati sono coperti da sigle.

Sigle o lettere dell’alfabeto greco che forse è meglio usare al posto dei loro nomi per non trovare ribrezzo nel pronunciarli.