“Perché se no, dicevano “c’è sotto qualcosa” Mentre, così pensano che sta imbracciando una cosa contro di noi. Non possono fare altro, non possono fare altro, hanno denunciato persone per i sequestri e cose, non lo sapevi? Hanno arrestato persone per favori alla mafia”

A spiegare alla moglie e alla figlia il motivo dell’inaspettata condotta antimafiosa del sindaco di Campobello di Mazara Ciro Caravà è il boss di Cosa Nostra Nunzio Spezia. Dal carcere di Secondigliano il boss mafioso raccoglie le lamentele dei familiari, parecchio contrariati dalle enfatiche parole contro la mafia utilizzate dal sindaco all’inaugurazione di una sezione dell’Avis, costruita tra l’altro in uno stabile a loro confiscato. Le parole di Caravà però sarebbero soltanto una specchietto per le allodole. E’ la stessa moglie dello Spezia a rivelarlo raccontando di come Caravà si fosse premurato di far giungere loro le proprie scuse tramite un conoscente comune, giustificandosi per il fatto che, durante lo svolgimento del suo ruolo istituzionale, era costretto ad assumere posizioni di facciata contrarie al suo modo di sentire. “Dice: io questo ho dovuto farlo – racconta la moglie dello Spezia – io dovevo fare le funzioni, gli ha detto all’autista che è amico di Baldo .. dice: io lo so che loro sono offesi”.

Oltre a dare un ulteriore stretta intorno a Matteo Messina Denaro, la primula rossa di Cosa Nostra, l’operazione dei Ros – coordinata dal procuratore aggiunto della Dda Maria Teresa Principato e dai sostituti Marzia Sabella e Pierangelo Padova – ha anche squarciato il velo intorno ai fiancheggiatori eccellenti del boss di Castelvetrano. A finire in manette stamattina sono stati ben undici persone, tutte ritenute a vario titolo vicine a Messina Denaro. Ed oltre a capimafia del calibro di Leonardo Bonafede, Francesco Luppino, Cataldo La Rosa e Simone Mangiaracina in manette è finito anche lo stesso sindaco di Campobello di Mazara, piccola cittadina in provincia di Trapani, ritenuta una vera e propria roccaforte di Messina Denaro.

Caravà, vulcanico sindaco del Partito Democratico, cercava di mimetizzare la propria vicinanza agli ambienti di Cosa Nostra, presenziando a tutte o quasi le manifestazioni antimafia della provincia. “Se da un lato – scrivono gli investigatori – nella sua veste di uomo pubblico, si presentava come un vero e proprio paladino degli irrinunciabili valori della legalità e della lotta antimafia, dall’altro, ben conscio dei suoi inderogabili doveri di associato, faceva giungere ai vertici della consorteria le proprie scuse per le espressioni usate contro il sodalizio mafioso nelle occasioni ufficiali”. La sua vicinanza agli ambienti mafiosi della zona si concretizzava in vari modi. Gli stessi familiari di Nunzio Spezia potevano recarsi a trovare il boss recluso in carcere grazie ai biglietti aerei gentilmente offerti dal sindaco. “Lui, Ciro, ha detto: finché sono Sindaco io, i biglietti glieli pago sempre io” racconta la moglie di Nunzio Spezia intercettata dai Ros.

Il politico cresciuto nella Democrazia Europea di Sergio D’Antoni inizia ad avere i primi contatti con uomini legati a Cosa Nostra già negli anni 80. I carabinieri di Trapani annotavano come Caravà già “il 17 ottobre 1989 (quindi ben prima dell’impegno politico), figurasse tra i soggetti accorsi presso l’Ospedale Civico di Palermo per sincerarsi delle condizioni di salute di Nunzio Spezia” ferito in uno scontro a fuoco con il rivale mafioso Natale L’Ala.

Il primo cittadino di Campobello avrebbe però mantenuto contatti con Cosa Nostra anche durante tutto il suo impegno politico. Sia durante le elezioni comunali del 2006 che alle regionali del 2008 uomini legati al clan votano in massa per Caravà. “Secondo me non dobbiamo pestare i piedi a Ciro Caravà .Perché non è giusto, insomma un fiore, quando il sole affaccia, affaccia per tutti!” dice Giovanni Burracci, ex funzionario di Polizia arrestato stamani, dialogando con il capomafia Bonafede. E quando Caravà manca l’elezione all’Ars, fermandosi a quota 4000 voti, boss del calibro di Francesco Luppino ammettono di “esserci rimasto male che non è salito”. Un altro degli uomini finiti nella rete dei Ros, Filippo Greco – imprenditore siciliano trasferitosi a Gallarate, considerato il consigliere economico del clan– non rinunciava poi ad ammirare pubblicamente le dote oratorie del vulcanico sindaco: “È un libro aperto quando si mette a parlare è un oratore”.

“Si è accertato che l’associazione mafiosa campobellese – scrivono sempre gl’investigatori – al fine di infiltrarsi nella gestione della res publica aveva fatto convergere il suo decisivo sostegno elettorale sull’odierno indagato Ciro Caravà, il quale, ponendosi come un rappresentante della famiglia, una volta eletto sindaco consentiva ai suoi sodali di controllare l’amministrazione comunale, garantiva sistematicamente gli interessi di qualunque natura”.

A svelare di quali interessi di trattava è lo stesso Burraci, considerato la mente politica della cosca, che in un’intercettazione spiega alla moglie che al Comune “Si spartiscono gli appalti, hai capito? Questo tocca a me, questo tocca a me e questo tocca a me”. A tenere i contatti tra la famiglia mafiosa e Caravà era Gaspare Lipari che Burracci definisce come “il referente di Ciro Caravà dalla mafia”.

Ma le richieste di Cosa Nostra a Caravà sono di tutti i generi. Cataldo La Rosa – altro boss finito in manette considerato l’alter ego di Bonafede – non riesce a sopportare il fatto di essere stato multato per aver parcheggiato in curva: infrazione lieve che gli sarebbe costata solo due punti della patente e 70 euro di ammenda. La Rosa però non si da pace e chiede a Caravà addirittura di traferire la vigilessa:” ora faccio bordello. Gli ho detto .“si deve far trasferire, quella”. Se non la trasferiscono, faccio un casino, le faccio rimpiangere il giorno che è nata. L’ho detto al Sindaco, a Ciro la deve trasferire. Dice: “Minchia, per una ..”, “Eh allora – gli ho detto – tieniti a lei, ed io sono contro di te nella prossima campagna elettorale. Mettitelo in testa”

Nel 2008 il ministero dell’Interno mandò gli ispettori nel comune di Campobello per verificare se ci fossero infiltrazioni mafiose. In quel caso Burraci – che prima di andare in pensione dalla polizia svolgeva incarichi delicati a Trapani occupandosi anche di certificazioni antimafia e trasmissione di atti riservati – capì immediatamente che i rischi per l’organizzazione criminale erano alti, intimando ai suoi sodali di tenere un bassissimo profilo “Qua ci commissariano il Comune! State lontani dal Comune. I soldi ce li portano a casa, le tangenti! Non c’è bisogno che andiamo là!”. In quell’occasione Burraci non risparmiò qualche critica a Caravà a alla sua antimafia parolaia che non avrebbe allontanato l’interesse degl’investigatori dagli affari del comune: “A me in fondo in fondo sai perché mi dispiace? Perché in fondo in fondo a quel cretino (Caravà) gli sembrava che dicendo “l’antimafia .. l’antimafia.. l’antimafia..” era salvo! Invece no. Gliel’hanno inchiappolata che è una bellezza! Ciro Caravà: arrangiati, ora”.

Il Consiglio dei Ministri all’epoca decise di non sciogliere il comune e Caravà continuò a fare il sindaco. Lo scorso maggio si ricandidò, vincendo nuovamente le elezioni. E continuando a farsi vedere alle commemorazioni per l’omicidio del giudice Gian Giacomo Ciaccio Montalto, per la strage di Pizzolungo, e costituendo il suo comune parte civile nei processi contro Messina Denaro, portava a spasso la sua maschera antimafiosa. Un escamotage che questa volta non gli è servito per evitare le manette.