All’apparenza, ieri, quando si è presentato dinanzi ai giudici della Corte d’Assise di Parigi, Illich Ramirez Sanchez, alias Carlos, non aveva più granché di quel nemico pubblico numero uno che fu per il mondo occidentale: una sorta di Bin Laden da scovare a ogni costo tra gli anni ’70 e ’80. Ieri Carlos, ormai appesantito, barba bianca sul volto, sembrava più un pensionato. Ma, una volta aperta la bocca, la verve di un tempo è subito riemersa: «Sono un rivoluzionario di professione», ha detto ai magistrati. All’entrata nel tribunale di Parigi ha salutato i suoi sostenitori con il pugno chiuso, ostentato davanti alle telecamere. Lanciando subito invettive contro «lo Stato razzista» d’Israele.

Sono trascorsi trent’anni da una serie di attentati che colpirono la Francia. Ma la Francia non ha dimenticato. Catturato nel 1994 a Khartum, nel Sudan, e subito consegnato (la vicenda non è mai stata chiarita) ai servizi segreti francesi, per essere trasportato a Parigi, Carlos è già stato condannato all’ergastolo nel 1997, per aver ucciso due poliziotti, che nel giugno 1975 cercarono (invano) di catturarlo, mentre alloggiava in un appartamento in rue Tollier. Allora il terrorista, che già militava per il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), non era un personaggio conosciuto. Lo diventerà più tardi, nel dicembre dello stesso anno, in occasione del rocambolesco e arcimediatico sequestro dei ministri dell’Opec a Vienna, presi in ostaggio.

Lo «sciacallo», come viene chiamato, ha oggi 62 anni. Nacque a Caracas. Il padre era un avvocato, ricco e rigorosamente marxista (ai suoi due fratelli più piccoli i genitori affibbiarono i nomi di Lenin e Vladimir). Lui, Illich, si ritrovò a studiare nel 1970 a Mosca, all’Università Patrice-Lumumba, sorta di incubatore di giovani rivoluzionari. Vi fu reclutato dal Kgb? Non è chiaro. Come non lo è il suo percorso successivo, sulla scia di un romanticismo della rivoluzione alla Che Guevara, fra Medio Oriente e blocco sovietico. Per poi organizzare attentati al di qua della cortina di ferro. La Francia fu uno dei suoi obiettivi preferiti. Il 15 settembre 1974 lanciò due granate nel Drugstore Saint-Germain: due morti. Nel gennaio 1975 inforcò un bazooka e tiroò sugli aerei della compagnia israeliana El Al dalla terrazza dello scalo di Orly, frequentato dalle famigliole parigine che amavano scrutare l’andirivieni di aerei. Poi arrivò un’altra serie di fatti sanguinosi a partire dal 1982. Perché nel febbraio di quell’anno la tedesca Magdalena Kopp, la donna dello sciacallo, e lo svizzero Bruno Bréguet, entrambi della banda Baader-Meinhof, ma ormai affiliati di Carlos, erano stati sorpresi dalla polizia francese nel quartiere degli Champs-Elysées, mentre trasportavano armi ed esplosivi.

Erano stati incarcerati. Ebbene, qualche giorno più tardi una lettera anonima arrivò al ministro degli Interni, Gaston Defferre, dove si chiedeva «la loro liberazione entro trenta giorni»: altrimenti «sarà guerra». Le impronte digitali di Carlos furono poi ritrovate su quel documento. Seguirono, puntuali, diversi attentati: il 29 marzo 1982 una bomba sul treno Le Capitole (5 morti e 28 feriti), dove Carlos pensava viaggiasse Jacques Chirac; il 22 aprile seguente un’auto bomba davanti al palazzo della redazione del giornale Al-Watan a Parigi (un morto e 66 feriti); il 31 dicembre 1983 un doppio attentato contro il Tgv, il treno ad alta velocità, Marsiglia-Parigi (tre morti e 12 feriti) e al deposito bagagli della stazione di Marsiglia (due morti e 33 feriti). La Francia, appunto, non ha dimenticato. Quante volte le immagini di quegli attentati sono state trasmesse alla tv. Il processo appena iniziato riguarda proprio gli attacchi fra il 1982 e l’83. Molte delle vittime di allora, spesso con il corpo martoriato, erano ieri presenti in prima fila nell’aula.

Carlos, a dire il vero, si proclama innocente. Non c’entrerebbe nulla. Ma, nei giorni scorsi, al quotidiano veneuelano El Nacional, ha ammesso di essere stato all’origine durante tutta la vita di un centinaio di attacchi che hanno provocato la morte di un numero compreso tra le 1.500 e le 2mila persone. Ha riconosciuto «appena 200 vittime civili», degli «errori minori», paragonandosi a Fidel Castro, che, secondo lui, «ha ucciso molta più gente». Il verdetto del processo francese è previsto il 16 dicembre. A difenderlo, l’avvocato Isabelle Coutant Peyre, una signora francese dall’allure borghese, che l’ha sposato secondo il rito islamico (Carlos è musulmano dagli anni ’70). Appare agguerrito, spavaldo. Con la faccia di un pensionato.