Il sindaco di Roma Gianni Alemanno chiude il campo nomadi Casilino 900 nel febbraio 2010. Nella foto quello che rimane del campo

“Gli zingari rubano i bambini”. Il ‘re’ degli stereotipi “è letteralmente un esempio di banalissima disinformazione”. A sostenerlo sono due ricerche presentate a Roma dalla Fondazione Migrantes in collaborazione con l’Associazione 21 luglio, che hanno per tema proprio il problema dei presunti rapimenti da parte dei rom di minori gagé (ovvero di etnia non rom) e contemporaneamente pongono la questione dell’adozione e dell’affidamento dei minori rom ai servizi sociali.

La prima ricerca – La zingara rapitrice Racconti, denunce, sentenze (1986-2007) – è stata condotta da Sabrina Tosi Cambini e muove dall’analisi di 29 casi di presunti rapimenti di bambini gagé da parte di rom e di 11 casi di sparizioni di minori per cui sono state indagate o accusate persone di etnia rom. Tutti casi a cui le cronache locali e nazionali hanno dato a suo tempo ampio spazio. Attraverso la consultazione dei fascicoli dei tribunali, interviste a testimoni e avvocati, la ricerca ha rivelato come non esista nessun caso in cui sia avvenuta una sottrazione del bambino.

Non meno significativi i risultati emersi dal secondo rapporto presentato venerdì 28 ottobre nell’auditorium Unicef a Roma: secondo i dati raccolti in 8 tribunali minorili, i rom dichiarati adottabili sono oltre 200. Un dato sproporziato se comparato al peso percentuale della comunità rom rispetto alla popolazione italiana, dal quale si evince con quanta facilità un minore rom venga identificato con un soggetto maltrattato. A ciò si aggiunga, stando a quanto sostenuto nella ricerca, che “molti operatori sociali del settore ritengono la cultura rom di per sè dannosa allo sviluppo di un bambino: come conseguenza l’intervento di tutela operato in molti contesti coincide con l’allontanamento del minore dalla famiglia come unica condizione possibile per educarlo”.

Un problema, quello del difficile rapporto tra comunità rom e cittadinanza locale, vissuto con particolare animosità soprattutto nella Capitale, sede fino al 2010 del campo abusivo più grande d’Europa, Casilino 900. È proprio dal suo sgombero – realizzato dalla giunta guidata da Gianni Alemanno tra gennaio e febbraio dell’anno scorso – che il tema di dove indirizzare le numerose famiglie rom è diventato all’ordine del giorno della politica romana, addirittura “un’emergenza” da risolvere al più presto. In realtà, il Comune ha approntato un costoso Piano nomadi (34 milioni di euro) sin dal 31 luglio 2009, ma finora la sua attuazione sembra andare a rilento. A Roma vivono nei campi circa 7mila rom, da decenni se non da generazioni. C’è chi abita negli insediamenti abusivi (se ne stimano più di 100, ma due anni fa erano “solo” 80), chi nei campi tollerati (14) chi in quelli attrezzati (7). Il Piano predisposto dalla giunta Alemanno prevede la chiusura di tutti i campi abusivi, la ristrutturazione dei cosiddetti villaggi attrezzati e la ricollocazione dei 7mila rom della Capitale in un massimo di 13 campi in totale. Al momento però sono stati chiusi solo due mega-insediamenti, Casilino 900 e La Martora, e nessun nuovo accampamento è stato ancora inaugurato.

I modelli per la costruzione dei nuovi accampamenti sono i campi attrezzati già esistenti, e tra questi Camping River può essere considerato – insieme a Salone – uno dei vanti della giunta Alemanno. Si tratta di uno spazio poco distante dal Tevere, a 6 km dal raccordo. Al suo interno si contano 108 container, 8 bungalow e 7 stanze. In tutto ci vivono 569 persone, compresi gli ultimi arrivati, i rom macedoni e kosovari sgomberati da Casilino 900. Qui i primi a lamentarsi sono proprio loro, al punto da rimpiangere la sistemazione precedente. Questo perchè i campi attrezzati come Camping River sono nella quasi totalità dei casi strade senza uscita. E se tutti a parole si spendono per la chiusura definitiva di tutti gli insediamenti, né il Piano nomadi né le associazioni che ruotano intorno al mondo rom hanno saputo indicare sinora una soluzione concreta: non esistono infatti politiche di accompagnamento all’affitto, così come non sono previsti progetti di edilizia pubblica mirati.

Ciò porta spesso gli stessi rom – oltre a far crescere i pregiudizi reciproci svelati nelle ricerche presentate a Roma – a sviluppare una sorta di sindrome da carcerati, come spiega Marco Brazzoduro, docente di Politiche sociali alla Sapienza e presidente della Federazione Romanì: “La situazione è estremamente complessa: “Chi nasce e vive nei campi finisce per avere scarsissimi contatti con l’esterno: chi ci abita non ha altri orizzonti e alla fine si adatta. Il campo diventa un’istituzione totale, completamente autoreferenziale. C’è chi tra i rom ha paura di tentare una vita diversa: uscire dal campo significa attraversare l’ignoto”.

di Daniela Sala e Gaetano Veninata