Wangari Maathai è stata la prima donna africana a vincere il Premio Nobel per la Pace. Molte persone ritengono Maathai una ambientalista, una donna che piantava alberi. In realtà, il suo attivismo ambientalista era parte di un approccio olistico per dare potere alle donne, sostenendo la democrazia e proteggendo la terra. Era la principale ambientalista e difensore dei diritti delle donne in Kenya. Affermava che le donne hanno una connessione unica con l’ambiente e che le violazioni dei diritti umani delle donne accentuano il degrado ambientale.

In tutta l’Africa, come in molta parte del mondo, le donne sono responsabili della coltura dei campi, decidendo cosa piantare, coltivando i raccolti e raccogliendo il cibo. Sono le prime ad accorgersi dei danni ambientali che deteriorano la produzione agricola. Se il pozzo si prosciuga, le donne sono le più interessate a cercare nuove fonti di acqua e sono loro che devono camminare più lontano per raccoglierla. Come madri, le donne sono le prime a sapere quando il cibo con cui nutrono i loro figli è inquinato da sostanze inquinanti o impurità, perché lo vedono nelle lacrime dei loro figli e lo sentono nelle grida dei loro bambini.

Per questo Maathai ha fondato il Green Belt Movement. Durante l’Earth Day 1977, ha lanciato da sola una campagna per rimboschire il Kenya. Sperava così di bloccare l’erosione del suolo e di fornire una fonte di legname per le case e di legna per cucinare. Ha distribuito pianticelle alle donne rurali e ha ideato un sistema di incentivi per ogni pianta che sopravviveva. Ha incoraggiato i contadini, di cui il 70% donne, a piantate delle green belts (cinture verdi) di protezione per bloccare l’erosione del suolo, fornire ombra, ed essere una fonte di legname e combustibile. Il Green Belt Movement ha piantato più di 30 milioni di alberi in Africa, aiutando 900 mila donne. È si è poi esteso in tutto il mondo, dall’Africa, agli Stati Uniti, ad Haiti e oltre. Era un concetto semplice ed ebbe un successo enorme.

Wangari Maathai ha vinto l’Africa Prize per il suo aiuto a porre fine alla fame. Il governo del Kenya l’ha osannata come una dei cittadini modello del paese. La stampa e le organizzazioni locali l’hanno lodata.

Il suo impegno fu messo a dura prova quando il presidente Daniel arap Moi decise di erigere un grattacielo di 60 piani nel centro del parco più grande di Nairobi. L’edificio, adibito a uffici, doveva essere un monumento a Moi, e i progetti prevedevano che l’area di accesso fosse adornata da una statua del presidente, alta due piani, che avanza verso il futuro. Quando Maathai ha condannato il progetto, che avrebbero pavimentato l’unico spazio verde per decine di migliaia di poveri di Nairobi, alcuni pubblici ufficiali le hanno detto di smettere. Quando Maathai ha reso pubblica la sua campagna, le forze di sicurezza sono andate al suo ufficio e a casa, minacciando di arrestarla. Quando si è rifiutata di essere messa a tacere, è diventata il bersaglio di una campagna di intimidazioni orchestrata dal governo.

Alcuni membri del Parlamento hanno denunciato Maathai e chiamato la sua organizzazione “un mucchio di divorziate”. I giornali fedeli al governo hanno messo in discussione le sue passate attività sessuali, spargendo voci che fosse lesbica, e la polizia l’ha trattenuta in custodia e l’ha interrogata, senza mandato e senza accuse.  Maathai allora ha organizzato nel parco stesso una manifestazione di donne anziane. La polizia antisommossa ha vessato, umiliato, picchiato, gettato lacrimogeni e arrestato Maathai e le sue compagne. Quell’atto di sfida è costato a Maathai la sua posizione nei confronti di un governo che deteneva tutti i poteri, i suoi finanziamenti e il suo lavoro. Ma la protesta pacifica che ha guidato quel giorno è diventato un grido di guerra per le donne attiviste, gli ambientalisti e i leader per la democrazia.

Avevo incontrato Maathai alcuni mesi prima, durante una missione per i diritti umani in Kenya per l’Rfk Center for Human Rights, e siamo diventate subito amiche. Ha parlato appassionatamente del suo lavoro con le donne rurali, e delle difficoltà che incontravano con lo scarso reddito a disposizione, i mariti assenti, un governo ostile e poche risorse di cibo, acqua e legna. Maathai ha iniziato a lavorare con loro piantando alberi. Insieme a un piccolo gruppo di difensori dei diritti umani kenioti, l’Rfk Center ha chiesto il rilascio di Maathai e la messa in stato di accusa della polizia anti sommossa che ha brutalizzato i manifestanti pacifici. Più determinata che mai, Maathai ha continuato il suo lavoro, usando il piantare alberi come strumento organizzativo per dare potere alle donne e per la loro partecipazione politica.

Sono orgogliosa di dire che Maathai è tra gli eroi che ho profilato nel libro che ho scritto sui difensori dei diritti umani, Speak Truth To Power.
Wangari Maathai era una donna imponente, creativa, coraggiosa e piena di amore. Ne sentiremo la mancanza.

Il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2011