“Le aree protette non sono sufficienti a salvare il pianeta”. È quanto afferma un nuovo studio dell’Inter-Research Science Center, che evidenzia come nel mondo gli oltre 19 milioni di chilometri quadrati di riserve naturali esistenti (marine e terrestri) siano un importante traguardo. Non in grado, però, di frenare l’allarmante perdita di biodiversità in corso, il cui ritmo è il più rapido degli ultimi 500 milioni di anni. Fra i problemi che limitano un’ulteriore diffusione delle aree protette, spiccano i tagli ai fondi (6 miliardi di dollari a livello globale, contro i 1.600 destinati agli armamenti), il contrasto con lo sviluppo industriale e soprattutto la costante crescita delle popolazione mondiale, che raggiungerà i 7 miliardi di individui entro la fine di quest’anno.

Sono passati quasi 140 anni dalla creazione del primo parco nazionale, lo Yellowstone National Park, e da allora sono stati ottenuti ottimi risultati, a livello di nuove aree poste sotto tutela. Attualmente, infatti, sono più di centomila. Riserve che, come ricordano gli autori dello studio, mirano a “preservare la vita sulla Terra, lasciando un pianeta riconoscibile per i nostri figli”. Nonostante questo, molti scienziati avvertono che siamo nel bel mezzo di un’estinzione di massa: “Stiamo parlando della perdita del 50% delle specie entro la prossima metà del secolo”, avverte il dottor Camilo Mora, co-autore del rapporto.

Oggi fenomeni quali l’esponenziale crescita della popolazione mondiale o l’eccessivo consumo di risorse sono troppo imponenti per pensare che poche riserve naturali possano compensarne gli effetti sull’ambiente. “La rete globale di aree protette è un notevole risultato”, fa notare il dottor Peter F. Sale, altro co-autore della ricerca: “Sono strumenti di conservazione molto importanti, ma sfortunatamente la continua perdita di biodiversità segnala il bisogno di rivedere il nostro fare affidamento su questa strategia”.

Per gli studiosi, infatti, siamo ancora lontani dall’obiettivo minimo che vede la conservazione del 30% degli habitat marini e terrestri per preservarne la sopravvivenza. Delle terre emerse il 5.8% è protetto per legge (gli oceani sono invece tutelati solo per lo 0.08% della loro superficie), ma una gran parte di queste aree vede contraddizioni come il permesso di praticare su di esse attività distruttive; altre sono troppo piccole (spesso inferiori ad un km quadrato); altre ancora sono compromesse da eccessivi livelli di corruzione, quando non esistono addirittura solo sulla carta.

Secondo lo studio, il vero problema è che l’umanità a causa degli eccessivi consumi ha già seriamente compromesso il 40% della superficie terrestre. C’è “un chiaro ed urgente bisogno di sviluppare soluzioni supplementari”, avvertono dunque gli scienziati. Rimedi alternativi che vadano oltre l’istituzione di poche e piccole riserve naturali, aiutando invece a “stabilizzare le dimensioni della popolazione umana mondiale ed il nostro sfruttamento ecologico della biodiversità”. Perché di questo passo, fanno presente gli autori, entro il 2050 per sostenere i nostri livelli di consumo avremo bisogno di ben 27 pianeta Terra.

“Non stiamo assolutamente dicendo che non dovremmo proteggere le riserve”, precisa Camilo Mora durante un’intervista rilasciata alla Bbc: “Il problema è che stiamo mettendo tutte le nostre uova in un cesto, il che è pericoloso”. “Ma ancora più pericoloso – conclude – è che c’è un buco sul fondo di questo cesto”.