Per spiegare quello che non si dovrebbe fare in Italia in termini di gestione e conservazione dell’ambiente marino e delle sue risorse, è difficile trovare un esempio più calzante della pesca del pesce spada. Questo pregiatissimo pesce un tempo era catturato soprattutto con l’arpione, che è il metodo di pesca più selettivo che esista. Quando negli anni ’80 sono venute in auge le cosiddette spadare, reti derivanti di superficie lunghe spesso decine di chilometri dette anche “muri della morte”, sono anche cominciati i problemi, perché queste reti pescano troppo e finiscono per svuotare il mare. In particolare, le spadare pescano troppo in termini di varietà di specie pescate, visto che l’obiettivo della pesca, il pesce spada adulto, rappresenta soltanto un quinto delle catture. Tutto il resto viene rigettato in mare morto o morente: “spadelli” sotto-taglia, squali, mante, pesci luna e altri grandi pesci pelagici, uccelli marini, delfini e perfino capodogli e balene. Le reti spadare dispiegate negli anni ’90 da una flotta italiana forte di oltre 700 imbarcazioni (con una lunghezza totale di rete che probabilmente superava i diecimila chilometri) hanno devastato la popolazione mediterranea di capodogli, un tempo comuni e oggi iscritti nella Lista Rossa delle specie minacciate, ed è stata causa di elevatissima mortalità per stenelle striate, delfini comuni, zifii, globicefali, grampi; in totale, svariate migliaia di esemplari ogni anno. Morire in una rete spadara, per questi mammiferi fortemente sociali e intelligenti, comporta una sofferenza lenta e orrenda oltre che inutile, con il peso della rete che impedisce la risalita per respirare, mentre ne affonda le maglie nella carne viva.

Fu proprio per via del loro potere distruttivo che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decretò nel 1989, ribadendola nel 1991, la moratoria globale delle reti pelagiche derivanti a partire dal 1992. Alla risoluzione Onu fece seguito l’Unione Europea imponendo alle flotte comunitarie una lunghezza massima per rete di 2,5 km nel 1992, e il bando totale a partire dal 1° gennaio 2002. L’Italia, tipicamente, cercò fino all’ultimo di fregarsene delle norme, comunitarie o internazionali che fossero, a danno del contribuente oltre che della salute del mare. L’eloquente approccio iniziale del governo italiano – quando nel 1994 l’allora ministro delle Risorse agricole, Adriana Poli Bortone, annunciò di voler chiedere alla Commissione una deroga per lasciare che le reti arrivassero a 9 km, e invitò le capitanerie di porto “a non elevare verbali ai pescatori colti in situazioni illegali” – non è infatti cambiato un gran che nei decenni che seguirono, in barba alla più schiacciante evidenza della distruttività di questo attrezzo da pesca. E infatti ancora oggi l’unico Paese europeo che continua a voltarsi dall’altra parte quando si tratta di reti pelagiche derivanti è l’Italia.

In previsione dell’entrata in vigore del divieto totale di pesca con le spadare in acque europee dal 2002, la Commissione stanziò 200 milioni di Euro da destinare alla riconversione delle barche italiane. Sembra una grande cifra, ma in realtà non un gran che a fronte del valore di mercato del pesce spada in Italia, che tra dichiarato e sommerso assommerebbe all’incirca a 4 miliardi di Euro all’anno. Non deve far meraviglia dunque che molti pescatori non accettassero l’offerta, preferendo continuare a operare illegalmente. Peggio ancora, altri hanno intascato il denaro per la riconversione e poi hanno continuato – e continuano – a pescare, imperterriti e incontrastati. L’azione dello Stato di fronte a tanta sfacciata illegalità fu a macchia di leopardo: qualche intervento estemporaneo in alcune località (nel 2006 vennero confiscati 3000 km di rete), molto disinteresse altrove, e in alcuni casi perfino connivenza; di questo si occupò magistralmente, due anni fa, anche un servizio della trasmissione Report, curato da Sabrina Giannini. Di fatto, grazie alla mancanza di trasparenza nei controlli, o alla loro assenza, si può dire che il denaro pubblico sia stato utilizzato in Italia in larga misura per sostenere la pesca illegale.

Nel 2009 la Corte europea di giustizia ci mandò un primo avvertimento condannandoci per inadempienza nel rispetto della legge europea, tuttavia senza comminare sanzioni pecuniarie. Non avendo ottenuto alcun miglioramento apprezzabile, oggi dobbiamo però attenderci un trattamento meno benevolo. Una ricognizione condotta recentemente in Sicilia e a Ponza da ispettori della Commissione in incognito, che ha riscontrato la perdurante tolleranza delle autorità nei confronti di illegalità flagranti, non può che preludere all’avvio di una procedura di infrazione, e a una conseguente salatissima sanzione, particolarmente dolorosa in questi tempi di crisi. Dunque il contribuente italiano si troverà in tal modo a pagare due volte, la prima per la riconversione, la seconda per la multa, senza aver ottenuto il risultato di proteggere il mare. Chissà che l’indignazione, che non ci sfiora quando gli insulti sono arrecati sotto la superficie (occhio non vede, cuore non duole) sia più facilmente attizzabile quando veniamo colpiti nel portafoglio, e possa arrivare per lo meno a scalfire i palazzi del potere.