Cinque grandi dighe da costruire in Patagonia. A volere il progetto Hidroaysèn è il governo cileno. Con il coinvolgimento dell’italiana Enel e della cilena Colbùn. Ma per il terzo fine settimana consecutivo una grande manifestazione ha attraversato il centro di Santiago del Cile per protestare contro un piano energetico, che secondo gli attivisti, causerà danni all’ambiente.

Il progetto è stato approvato dalla commissione di Valutazione ambientale della Regione meridionale e patagonica di Aysèn. Ma la commissione è di nomina governativa centrale, come del resto lo sono ancora i governi regionali in Cile. In termini assoluti il numero di partecipanti alle manifestazioni non sembra impressionante. Sono comunque tanti per un paese dove le manifestazioni di massa come una volta non ci sono più. Oltre ventimila sabato 28 maggio a Santiago, trentamila il fine settimana precedente. Questa volta però non ci sono stati incidenti, non è partito il gruppetto dei giovani “incappucciati” più arrabbiati.


(video di Rodolfo Rubio dal Cile)

Il movimento contro le mega-dighe, per una “Patagonia Sin Represas”, riceve appoggi dagli studenti – che sono in fermento per il diritto allo studio – e dalla minoranza indigena mapuche – i cui attivisti stanno sostenendo lo sciopero della fame di alcuni detenuti politici. Ma soprattutto l’opposizione al mega progetto Enel-Colbùn si è rafforzata nel mondo politico, ha di fatto conquistato gran parte dello schieramento di centro sinistra, della Concertaciòn sconfitta alle elezioni dell’inizio del 2010. Si è assistito così al paradosso dell’ex presidente Ricardo Lagos che prima dichiara il suo appoggio al progetto e poi due giorni dopo lo smentisce con un ragionamento particolare: “Sarei in linea di principio favorevole alle cinque grandi dighe ma in un contesto di piano energetico rinnovabile e di garanzie ambientali che ora non ci sono”. I più giovani ed emergenti tra i protagonisti della passata esperienza governativa della socialista Michelle Bachelet, come ad esempio Carolina Tohà e Ricardo Lagos Weber, sostengono ora che il passato governo non era favorevole ad Hidroaysèn.

È il segno dell’aria che tira nell’opinione pubblica, dopo che un sondaggio ha dato il 60% degli abitanti della regione di Aysèn contrari alle dighe, e quasi altrettanti a livello nazionale. Gli esponenti del governo di Sebastian Piñera (che in questi giorni è in vacanza in Italia), ribattono colpo su colpo, ma sono preoccupati di trovarsi da soli a prendere la decisione finale. Per questo il presidente ha pensato di proporre un progetto di rete pubblica per la distribuzione dell’elettricità, che coinciderebbe in parte con il lunghissimo elettrodotto da costruire per portare l’energia dalla remota Patagonia al centro del paese. La discussione parlamentare di questo progetto consentirebbe di prender tempo, di recuperare consenso e di corresponsabilizzare gran parte della opposizione parlamentare. In questo prender tempo si inseriscono le speranze degli ambientalisti, di poter trovare ancora il modo di fermare il progetto.

A dar loro una mano ci si è messo in prima persona il New York Times. Con un editoriale anonimo, quindi ufficiale, il prestigioso quotidiano newyorkese ha preso posizione. Intitolato “Keep Chilean Patagonia Wild”, mantenete selvaggia la Patagonia, l’editoriale sostiene tra l’altro: “Il Cile ha straordinarie fonti rinnovabili di energia, includendo quelle solari, geotermiche ed eoliche, che potrebbero essere sviluppate con molto meno impatto sull’ambiente. Guardando le cose da un punto di vista strategico, il governo cileno, che appoggia le grandi dighe, potrebbe arrivare a capire quello che molti cileni già sanno. E cioè che sacrificare la Patagonia per ottenere energia potrebbe essere un errore irreparabile”. L’editoriale è stato citato dai mass media cileni. Il ministro dell’energia del governo Piñera ha replicato irritato: “Ma non sono stati proprio gli Stati Uniti a bloccare per anni il protocollo di Kyoto?”.