Non ne posso più di questa retorica che vorrebbe la Costituzione intoccabile, immutabile e sacra. Il bello è che è proprio la sinistra, in teoria progressista e protesa al futuro, che si è fatta promotrice di questa battaglia combattuta sempre sulla difensiva, e mai propositiva. Perché la modifica della Costituzione dovrebbe essere uno scandalo, nel momento in cui è il suo stesso testo a prevedere il meccanismo per l’adattamento ai tempi, ed è da sessant’anni che alcuni suoi articoli sono rimasti lettera morta, senza che nessuno sia mai sceso in piazza per chiederne l’applicazione? Forse al sindacato, ad esempio, non conviene gridare al golpe quando è proprio l’art. 39, che sancisce che gli statuti dei sindacati dovrebbero prevedere “l’ordinamento interno a base democratica“, a essere uno degli articoli più disattesi della Costituzione?

E allora viva la discussione sulla modifica della Costituzione, e che parta proprio dall’articolo 1, come ha fatto la senatrice Donatella Poretti, che ha proposto che la Repubblica italiana non sia “fondata sul lavoro“, bensì che si riconosca in uno “Stato democratico di diritto fondato sulla libertà e sul rispetto della persona“. D’altronde fu proprio lo stesso Palmiro Togliatti a proporre il riferimento ai “lavoratori“, ma la mediazione dell’epoca, che aveva nella ricostruzione post bellica una delle sue priorità, preferì puntare sul “lavoro“.

Oggi, però, è proprio il riferimento al “lavoro” e non ai “lavoratori” a far sì che nel nostro paese ci siano lavoratori di serie A e lavoratori di serie B: i primi hanno tutti i diritti che sono loro garantiti, ma anche alcuni privilegi che li rendono praticamente inamovibili dal loro posto di lavoro; i secondi, invece, non hanno niente. Che sia proprio la paura di mettere mano a questa iniquità di fondo, che in tutti i settori contrappone l’Italia dei privilegiati all’Italia degli sfigati, a bloccare ogni processo di riforma nel nostro paese?

Sia chiaro: la proposta di tale Ceroni, che vorrebbe modificare l’articolo 1 in favore della “centralità del Parlamento” o, come suggerito dal costituzionalista Ainis, “sul Popolo della Libertà“, non ha niente a che vedere con un dibattito serio in materia, al contrario, è l’ennesimo tentativo di spostare la nostra attenzione su discussioni senza costrutto mentre in Parlamento passano leggi che effettivamente affliggono la vita dei cittadini.

Tuttavia colgo l’occasione per invitare i partiti di sinistra, a cominciare dal Partito Democratico, a fare propria la battaglia delle riforme, passando magari per la via della libertà. Questo posizionamento di retroguardia, tutto prono a difendere l’esistente e quindi a conservare, mi fa davvero pensare che di sinistra, in tutto questo, ci sia ben poco.