La centrale nucleare di Fukushima

Fughe di idrogeno, esplosioni, barre di uranio rimaste senza raffreddamento e rischio di fusione del nocciolo. I continui problemi con i reattori 1, 2 e 3 della centrale nucleare di Fukushima Daiichi fanno già di quello giapponese il secondo peggior incidente nucleare di sempre, dopo quello del 1986 di Chernobyl. Una catastrofe immane, causata dal potentissimo terremoto che venerdì scorso ha scosso il Paese del Sol levante e dallo Tsunami che ne è seguito. Dopo le esplosioni del reattore 1 di sabato e del reattore 3 della scorsa notte, resta alto il rischio di fusione del “cuore” dell’impianto numero 2: il peggiore degli scenari possibili. Una eventualità “da escludere”, per le autorità giapponesi. Ma che sembra più che mai reale: le barre di uranio del reattore 2, infatti, sono rimaste totalmente esposte all’aria per due ore e mezzo. Un fatto gravissimo. Che, ora, ha molto probabilmente innescato l’irreparabile.

Secondo la locale Agenzia per la sicurezza nucleare “il livello di radioattività nella stanza di controllo del reattore 1 è circa mille volte superiore al livello normale”. Stesso discorso per il numero 3, esploso la scorsa notte. La radioattività all’esterno della centrale è invece nove volte superiore al normale. I 45 mila residenti nel raggio di 20 chilometri dalla centrale sono stati evacuati, ed hanno ricevuto pastiglie di iodio per ridurre i rischi di cancro alla tiroide. Ciononostante sono già nove le persone che risultano contaminate dall’esposizione alle radiazioni, e per la Nuclear and Industrial Safety Agency (Nisa) questo numero potrebbe salire a 160 già entro le prossime ore.

Come è nata la crisi nucleare?

I reattori di una centrale atomica, compresi quelli più vecchi ad acqua bollente dell’unità 1 di Fukushima (40 anni di età), sono progettati per arrestarsi automaticamente in caso di terremoto. Cosa puntualmente accaduta nella centrale giapponese in seguito alle potentissime scosse telluriche dell’11 marzo. Anche se la reazione nucleare a catena viene interrotta, però, il calore continua ad essere generato. Serve quindi continuare a raffreddare il nocciolo del reattore, affinchè le barre di combustibile non si surriscaldino. Per farlo, dopo il black out causato dal terremoto, sono partiti dei generatori diesel di emergenza. Questi, però, a meno di un’ora dalla loro partenza hanno smesso di funzionare, in quanto non collocati in un luogo sicuro ed investiti dallo tsunami causato dal terremoto. Si è passati così alla terza soluzione: l’uso di batterie che potessero sostituire i generatori messi fuori uso. Una soluzione che, come si è visto, è stata a sua volta insufficiente a raffreddare i reattori.

Perché le esplosioni?

Dopo il black out dovuto al terremoto ed all’arresto dei generatori di emergenza a causa del maremoto, il recipiente a pressione del reattore si è surriscaldato, avvicinandosi ai mille gradi e portando allo scioglimento parziale degli involucri metallici delle barre di combustibile nucleare. All’interno di queste ultime, invece, si è arrivati a 1.800 gradi: una temperatura talmente elevata da sciogliere lo stesso uranio. Per raffreddarlo si è dovuta fare entrare acqua, e per far ciò è stato necessario rilasciare vapore dal nocciolo. Ecco quindi la causa delle esplosioni al reattore n. 1 di venerdì e al numero 3 della scorsa notte: la fuga di idrogeno, separatosi dall’altro elemento dell’acqua, l’ossigeno, durante il rilascio del vapore. Insomma, i disperati tentativi degli ingegneri giapponesi di scongiurare la catastrofe nucleare li ha portati non solo a sfiatare vapore contaminato in atmosfera, ma a rischiare di peggiorare la situazione: quando il vapore fuoriesce, infatti, il livello dell’acqua nel nocciolo che serve a raffreddare le barre di combustibile scende. In questo modo, le barre di uranio si scoprono, scaldandosi ulteriormente. Una pericolosissima reazione a catena, di cui ancora non si possono conoscere le conseguenze.

Rischio di fusione per il reattore n.2

È ancora presto per dirlo, ma le autorità giapponesi assicurano che l’emergenza per i reattori 1 e 3 della centrale nucleare di Fukushima danneggiati dal terremoto è finita. Rimane però la peggiore delle ipotesi: quella di una fusione del nocciolo del reattore n. 2, con conseguente esplosione. Una possibilità da non escludere. Le sue barre di uranio, infatti, sono rimaste totalmente esposte all’aria per due ore e mezzo. Un fatto particolarmente grave, dato che può avere innescato la fusione del nucleo.

Un’esposizione, quella delle barre, causata dall’arresto dell’unica pompa antincendio su cinque (l’unica non danneggiata dall’esplosione verificatasi la scorsa notte nel vicino reattore numero 3) che versava acqua di mare nel reattore in modo da raffreddarlo. Il motivo? È rimasta senza carburante.

Cosa succederà, ora?

Per scongiurare la possibilità che anche il reattore 2 non esploda a causa della fuoriuscita di idrogeno creato dal surriscaldamento del vapore, la Tepco ha annunciato che bucherà il muro dell’edificio che ospita il reattore, così da fare uscire il gas detonatore. La società elettrica giapponese ha inoltre iniziato a depressurizzare la vasca di contenimento del reattore 2, rilasciando così altro vapore radioattivo.

Insomma in Giappone si sta facendo di tutto per evitare la fusione del nocciolo dei reattori di Fukushima. Un fatto che, per ora, non si è ancora verificato nella storia del nucleare civile. Neppure a Chernobyl, infatti, si ebbe la fusione del nocciolo. Per le autorità giapponesi, le possibilità di una grossa fuga di gas radioattivo dalla centrale sono attualmente “molto basse”, anche perché le esplosioni, secondo il portavoce del governo Yukio Edano, non hanno causato danni alle gabbie dei reattori. Anche l’agenzia per la Sicurezza Nucleare nipponica assicura che a Fukushima-Daiichi “non c’è alcuna possibilità” che si ripeta un disastro come quello di Chernobyl.

Il rischio in ogni caso non è quello di un’esplosione apocalittica, come fosse una bomba atomica, ma piuttosto esplosioni in serie in grado di rompere quello che resta del rivestimento della centrale, e diffondere nell’ambiente sostanze ad altissima concentrazione radioattiva. Inoltre il giorno del terremoto la centrale è stata già squassata da un’esplosione, dovuta all’enorme pressione che si era creata a causa del vapore nel momento del blocco dell’impianto di raffreddamento, e questo ha di fatto “scoperchiato” parte dei reattori.

La fusione del nucleo potrebbe in sostanza avvenire “a cielo aperto”, senza cioè una gabbia d’acciaio in grado di sostenere la pressione che si crea con i vapori e i gas generati dalla fusione, che potrebbero quindi generare una nube radioattiva. Qualcosa di simile a quanto accaduto a Chernobyl nel 1986: a causa di un errore durante una simulazione di un guasto al sistema di raffreddamento,due esplosioni  fecero scoperchiare la copertura e disperdere nell’atmosfera grandi quantità di vapore radioattivo.