La fine del 2010 ha fatto riemergere una cattiva abitudine di una certa industria del nord: nascondere lo sporco sotto il tappeto. Dai primi di dicembre è infatti sotto sequestro un tratto della nuova tangenziale tra Orzivecchi e Orzinuovi: il provvedimento della procura di Brescia è scattato in seguito a un esposto dei sindaci dei due paesi bresciani, Liliana Ferrari e Andrea Ratti, in cui si segnalava che il sottofondo della strada era stato riempito con uno strano materiale, verosimilmente scarti di fonderia non trattati e dunque pericolosi per l’ambiente. Se negli anni ’80 i traffici di rifiuti finivano in Campania grazie ai servizi logistici della criminalità organizzata, in tempi recenti la tendenza è cambiata: meglio gettare la spazzatura vicino a casa, così si abbattono persino i costi (e i rischi) del trasporto.

A Orzivecchi da almeno dieci anni aspettavano la nuova tangenziale come la manna: basta con le auto nel centro del paese, i cittadini sarebbero tornati a respirare. Invece a inizio dicembre gli uomini del Nucleo operativo ecologico del ministero dell’Ambiente hanno messo i sigilli a un tratto di circa tre chilometri della strada in costruzione, costata 9 milioni di euro ai contribuenti. Durante i lavori per la preparazione del sottofondo stradale qualcuno aveva notato che le ditte appaltatrici utilizzavano materiale di pezzatura più grossa del normale, che oltretutto “fumava” al contatto con l’aria fredda invernale, segno di un materiale ancora caldo. Il pm Carla Canaia ha fatto sequestrare tutto, nell’attesa di accertare l’esatta natura dei frammenti: gli investigatori sospettano che si tratti di scorie di acciaieria non inertizzate, contenenti metalli pesanti potenzialmente pericolosi per l’ambiente e la falda acquifera.

Ma non si tratta di un caso isolato, in una provincia che produce ogni anno 4,5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, 1.5 dei quali provenienti dal settore siderurgico. Da qualche parte bisogna pur metterli, e le discariche regolari costano. Così spesso si ricorre ad espedienti più economici, in barba a ogni legge. A Chiari, a metà degli anni Novanta, l’assessore all’Ecologia fece intervenire Arpa e Asl in un cantiere dove si stava realizzando un sovrappasso: nel terrapieno della rampa furono trovati anche in questo caso scorie e terre di fonderia classificate come rifiuti tossico-nocivi. Quella di riempire i buchi con le scorie è una tradizione consolidata a Chiari: almeno altri tre sovrappassi realizzati prima del 1995 furono costruiti sopra scarti di acciaieria.

Alcuni anni fa furono rinvenute scorie industriali anche a Roncadelle, nell’area dove poi sorse la nuova Ikea. Nel 2003, il consigliere comunale Michele Battaglia, nel presentare le sue osservazioni sull’intervento, sottolineò la necessità di un’accurata bonifica “perché quell’area era una discarica di scorie di fonderia”, con valori di manganese, fluoruri e mercurio superiori ai limiti di legge.

Ma c’è anche di molto peggio. Risale a tre anni fa una vicenda a dir poco inquietante. Da una fonderia bresciana nell’ottobre 2007 uscì un’autocisterna carica di polveri radioattive: quando l’automezzo arrivò in un impianto bergamasco specializzato nel trattamento delle scorie, i sensori all’ingresso rivelarono tracce di cesio 137. Il camion fu sequestrato dalla procura di Brescia e lasciato nello stabilimento orobico per mesi, finché fu avviato in una discarica scortato da misure di sicurezza imponenti. Fonti investigative rivelarono che nella fonderia bresciana erano stati probabilmente fusi rottami provenienti da una repubblica ex sovietica della zona del Mar Caspio, arrivati chissà come in Nord Italia. Si disse che poteva trattarsi addirittura di parti di sottomarini nucleari smantellati. I forni bresciani sono assetati di rottami e chi ha pochi scrupoli non si fa troppe domande sulla loro provenienza. E nemmeno sulla destinazione degli scarti.