C’è uno 007, per di più alto funzionario, Lorenzo Narracci, indagato dalla procura di Caltanissetta per concorso nella strage di via D’Amelio, ma resta nei Servizi segreti. Certo, essere indagati non vuol dire essere colpevoli. Ci mancherebbe. Ma la possibilità che possa essere corresponsabile dell’uccisione di Paolo Borsellino e di 5 agenti di scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Eddi Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina, avrebbe dovuto provocare la sua sospensione. Ne è convinto il parlamentare di Fli, Carmelo Briguglio, che chiede il suo allontanamento temporaneo. Secondo quanto risulta a il Fatto, Narracci è stato semplicemente spostato dall’Aisi (l’ex Sisde), al Dis, il dipartimento diretto da Gianni De Gennaro, che coordina le attività dell’intelligence (civile e militare) e ha un incarico di studio.

Il deputato finiano e membro del Copasir, si rivolge direttamente a Berlusconi perché prenda provvedimenti: “Ci auguriamo che il dottor Narracci possa essere prosciolto, ma fino ad allora non può stare al suo posto. Oso troppo se chiedo al presidente del Consiglio di occuparsi direttamente della questione?” Briguglio assicura che non vuole provocare Berlusconi, tirato in ballo dal pentito Spatuzza insieme a Dell’Utri: “Nessun tentativo di coinvolgerlo secondo teoremi o complotti. Solo la richiesta di esercitare le proprie funzioni. Se vogliamo arrivare alla verità e garantire la sicurezza degli italiani, ciascuno di noi deve fare la sua parte. Chiedere, che il presidente del Consiglio faccia la propria, mi sembra normale. In un Paese normale”.

E il parlamentare mette in risalto la gravità della permanenza “nei Servizi” di un indagato per concorso in strage: “Il dottor Narracci” continua ad avere “la disponibilità del circuito di informazioni e relazioni di cui le agenzie d’intelligence dispongono” anche per combattere la mafia. “E’ possibile – si chiede – che in uno Stato democratico possa accadere questo? Forse è il caso che a questo errore si porti rimedio al più presto”. A restare al suo posto è uno 007 quanto meno vittima di sfortunate coincidenze. E’ di Narracci una delle automobili parcheggiate a Roma in via Fauro la notte dell’attentato fallito a Maurizio Costanzo il 14 maggio del ‘93. Ma in quella strada l’agente segreto aveva casa. E’ suo il numero di cellulare trovato in un foglietto sulla collina da dove Giovanni Brusca aziona il telecomando a Capaci il 23 maggio ’92. Pare che l’avesse dimenticato un collega che ha testimoniato in suo favore.

Ed è lui, Narracci, che il 19 luglio del ‘92 si trova in barca con Bruno Contrada, l’ex numero 3 del Sisde condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Entrambi vengono indagati dalla procura di Caltanissetta per l’inchiesta sui mandanti esterni alle stragi del ‘92-‘93, archiviata nel 2002. Quel pomeriggio di 18 anni fa, quando una 126 imbottita di tritolo esplode davanti alla casa della madre di Borsellino, sia Contrada che Narracci apprendono dell’attentato appena dopo una manciata di secondi. Ben prima delle forze di polizia, intervenute in via D’Amelio 10-15 minuti dopo. Il proprietario della barca si chiamava Gianni Valentino, un commerciante amico del boss Raffaele Ganci, morto alcuni anni fa. Contrada racconta agli inquirenti che lui e Narracci sanno dell’esplosione perché Valentino era stato avvertito dalla figlia e ne hanno la conferma chiamando il Sisde di Palermo, nonostante fosse domenica.

Come ricordato da Marco Travaglio, i funzionari hanno chiamato il loro ufficio 100 secondi dopo l’esplosione. Alle 17 in punto. L’orario è ricostruito dai tabulati telefonici esaminati da Gioacchino Genchi, consulente della procura nissena. E in quei 100 secondi, meno di due minuti, c’è anche la chiamata a Valentino da un telefono che non è stato possibile identificare perché fisso. E’ stata davvero sua figlia ad avvisare gli uomini in barca? E come faceva a sapere? E se Valentino fosse stato avvertito magari da chi azionò il telecomando mai ritrovato? Il sospetto è che il maledetto pulsante possa essere stato premuto dal monte Pellegrino che sovrasta via D’Amelio. Lì c’è il castello Utveggio dove si trovava una sede “coperta” del Sisde. Proprio in merito alla strage di via D’Amelio il nome di Narracci è emerso anche durante uno degli interrogatori di Spatuzza. In una foto lo avrebbe indicato come l’uomo “estraneo a cosa nostra” presente in un garage di Palermo dove si trovava l’autobomba.

Naturalmente il riconoscimento di Spatuzza non si sa quanto sia attendibile, soprattutto dopo così tanti anni. Narracci spunta anche dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. Il figlio di don Vito vedendo anche lui una foto del funzionario dell’Aisi, avrebbe detto agli inquirenti siciliani di averlo incontrato in un hotel a Palermo, insieme al “signor Franco” e a suo padre. Borsellino poco prima di morire disse: “Cosa Nostra non mi ammazza, se lo fa è perché glielo chiede qualcuno”.

Da Il Fatto Quotidiano del 18 agosto 2010